Aprì alla modernità. Fu l’ultimo pontefice romano.

C’è chi lo presenta come un pontefice controverso, soprattutto per i suoi rapporti - si dice - non chiari col regime nazista.
Spesso è stato definito «il papa dei silenzi», per l’atteggiamento tenuto durante l’Olocausto.
Eppure Eugenio Pacelli, Pio XII (l’ultimo papa romano, dal 1939 al 1958), non è stato come la maggior parte della storiografia recente lo descrive.
È stato un pontefice avverso alle ideologie ma anche consapevole che, nei regimi totalitari, i cristiani dovessero trovare una qualche possibilità di vita. È stato «un uomo» che, come dice la quarta di copertina dell’ultimo lavoro di Andrea Tornielli - “Pio XII. Eugenio Pacelli, un uomo sul trono di Pietro”, Mondadori, 661 pagine, 24 euro - si è opposto a nazismo e comunismo e ha guidato la Chiesa in uno dei periodi più bui della storia dell’umanità.
Ma è stato tante altre cose e, tra queste, il pontefice capace di grandi aperture alla modernità, capace dunque di interpretare lo spirito dei tempi e di distogliere la Chiesa dalle sfide che i tempi le ponevano innanzi.
Una caratteristica, quella della capacità di stare “dentro” la modernità, che si evince bene dal lavoro di Tornielli.
Un lavoro prezioso, non fosse altro perché la voluminosa bibliografia a cui si rifà l’autore è basata su molti documenti inediti, tratti dall’archivio privato della famiglia Pacelli, e sulle testimonianze non ancora pubbliche agli atti della causa di beatificazione.
Una bibliografia che permette a Tornielli di ricostruire la personalità complessa e articolata dell’uomo chiamato a vestire i panni di Pietro in anni tragici per la storia dell’umanità.
Ne emerge il ritratto di un uomo che ha finito per annientare se stesso nell’incarnare l’istituzione del papato. Un uomo capace, soprattutto grazie ai suoi innumerevoli testi (23 encicliche, 16 lettere apostoliche, tantissimi messaggi e lettere), di traghettare la Chiesa nella modernità, aprendole le porte del Concilio Vaticano II i cui testi hanno come papa più menzionato proprio lui, Eugenio Pacelli. Un’apertura alla modernità, la sua, che non ha significato tradire la tradizione della Chiesa, ma semmai farla nuova, come vivificarla per i tempi che sarebbero venuti.
«Al termine di un’udienza pubblica - racconta il cardinale Siri - papa Giovanni XXIII (il successore di Pacelli, ndr) mi invitò a seguirlo e, come faceva lui, cominciò a parlare e mi disse pressappoco così: “Io, di questioni dottrinali non me ne interesserò, perché ha già fatto tutto Pio XII… ormai ha fatto… come dire?”, io gli suggerii: “Una enciclopedia” e lui confermò: “Appunto, una enciclopedia!”. Ha fatto tutto Pio XII, dice Giovanni XXIII, e in effetti le cose stanno più o meno così». Scrive Tornielli: «Si è spesso presentato papa Pacelli come un uomo solo, isolato, avulso dal mondo, chiuso nella torre d’avorio del palazzo apostolico, guida verticistica e solitaria di una struttura ecclesiale concepita come piramide». La realtà è ben diversa. Pio XII era un uomo attento alle problematiche del suo tempo, un pontefice che si faceva aiutare, nella stesura dei suoi testi, da una squadra di professori gesuiti dell’Università Gregoriana, e poi da un gruppo di studiosi di altissimo livello, da un’équipe di teologi.
Già, perché i temi che andava ad affrontare, non erano mica all’acqua di rose. Erano questioni fondamentali per la Chiesa e per il mondo.
Come quando affrontò la questione che la fede, essendo per sua natura attrattiva gratuita, non può essere imposta. «Riprovazione» è quanto Pacelli dice di provare di fronte a tali abusi.
Poi il problema della relazione con la Chiesa di coloro che raggiungono la salvezza fuori dalla comunione visibile con essa. Nel 1949 - sotto appunto il pontificato di Pio XII - il Sant’Uffizio invierà una lettera all’arcivescovo di Boston, Richard Cushing, per condannare le posizioni del gesuita americano Leonard Feeney, il quale negava ogni possibilità di essere salvati senza l’adesione formale alla Chiesa.
Poi l’enciclica dedicata alla liturgia, la Mediator Dei: un’enciclica che porta a un «rinnovamento» importante ma che non significava un inserimento arbitrario di novità. Per quanto riguarda l’architettura della Chiesa, la scultura e la pittura, «non si devono ripudiare per partito preso le forme e le immagini recenti, ma evitando con saggio equilibrio l’eccessivo realismo da una parte e l’esagerato simbolismo dall’altra…, è assolutamente necessario dare libero campo anche all’arte moderna». Un giorno - racconta al proposito padre Riccardo Lombardi - il papa «venne a inaugurare il “Centro Internazionale Pio XII per un mondo migliore” ed entrò in chiesa, notò subito che la statua della Vergine sull’altare maggiore aveva le mammelle vistose e mi disse personalmente che non andava bene, che poi di nostra iniziativa le facemmo ridurre».
Poi le parole dedicate al rapporto scienza e fede, sviluppate nell’enciclica Humani generis. Pacelli dedica particolari attenzioni alle scienze, studia, vuole essere sempre aggiornato. «Una volta entrai nello studio di Pio XII - ha raccontato il cardinale Siri - e vidi sul tavolo un grosso volume in inglese di “Microfisica”. Il papa si accorse che guardai il volume. Mi chiese: “Guarda lì?”. Risposi: “Certo”. E lui soggiunse: “Debbo fare un discorso tra mesi, per un congresso di microfisica. E quando debbo fare un discorso su qualche argomento, ho un contratto con una messaggeria che mi fa avere il dernier cri[cioè, in questo caso, la pubblicazione più aggiornata, ndr] dell’argomento”».

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