In Messico scomunica a chi vota l’aborto
1 maggio 2007 -
È il secondo paese del Sudamerica, insieme con Cuba, che riesce ad approvare la depenalizzazione dell’aborto.
Ma è il primo che subisce (almeno a quanto ha dichiarato ieri il portavoce dell’arcidiocesi di Città del Messico, don Hugo Valdemar) una pesante scomunica da parte della Chiesa, comminata non soltanto a quelle donne che da qui in avanti abortiranno o a coloro che collaboreranno fattivamente a far abortire (i medici), ma addirittura a quei politici (se battezzati cattolici) che hanno votato la legge.
Il paese è il Messico. Le legge che depenalizza l’aborto (fino alla dodicesima settimana) riguarda soltanto la capitale, Città del Messico, ed è stata approvata la settimana scorsa dall’assemblea legislativa della città grazie al lavoro del sindaco ed esponente della sinistra progressista Marcelo Ebrard (46 voti a favore, 19 contrari, un’astensione).
Vista dall’alto (cappa di smog permettendo), Città del Messico è una distesa infinita di case, casupole, strade e viottoli.
Quasi nove milioni di persone che si muovono in un immenso altopiano grande tanto quanto la Lombardia.
Tra queste, oltre sette milioni sono i battezzati, più dell’80% del totale della popolazione.
Eppure, anche questa roccaforte cattolica alle porte di un America Latina da secoli terra di missioni, è dovuta capitolare, pochi giorni fa, di fronte all’ineluttabile, l’approvazione – appunto – della legge “incriminata”.
Nei giorni scorsi, era stato il segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, a inviare ai vescovi messicani un telegramma da parte del papa in cui si chiedeva di «proteggere e difendere con ferma decisione il diritto alla vita di ogni essere umano».
E ieri anche il 64enne cardinale Norberto Rivera Carrera, arcivescovo di Città del Messico, ha mostrato i muscoli ricordando quanto, ai sensi del diritto canonico, sia entrato automaticamente in vigore in diocesi: la scomunica latae sententiae – e cioè immediata per il sol fatto di aver commesso l’atto – per quelle donne che ricorreranno alla pratica abortiva e per quei medici che la attueranno (il tutto previa verifica che l’aborto sia stato effettivamente procurato: effectu secuto, dice il codice di diritto canonico).
Insieme, la scomunica colpisce anche – per volere dello stesso arcivescovo – quei politici (sindaco Marcelo Ebrard in testa, deputati del “Distrito federal” a seguire) che hanno votato e approvato il provvedimento in questione.
Un “allargamento”, quello della scomunica anche ai politici, che proprio perché decisione autonoma dell’arcivescovo, anche se legittimo, suona come particolarmente duro.
Così come dura, anzi durissima, è stata la dichiarazione del portavoce dell’arcidiocesi di Città del Messico, don Hugo Valdemar: «Abbiano la decenza – ha detto riferendosi ai deputati che hanno votato la legge pro aborto – di non entrare in cattedrale né in nessuna altra Chiesa cattolica del mondo finché non saranno perdonati».
Nei giorni scorsi c’era chi, anche in Vaticano, riteneva che il cardinale Norberto Rivera Carrera non sarebbe arrivato a tanto. Soltanto lo scorso mese di marzo, infatti, il papa aveva pubblicato l’esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis nella quale chiedeva a politici e legislatori cattolici di non votare leggi che vanno esplicitamente contro «la natura umana», ma non aveva parlato di scomuniche. E la stessa cosa avevano fatto i vescovi italiani pubblicando poche settimane fa la Nota della Cei rivolta ai politici chiamati a votare leggi in favore delle coppie di fatto. Anche qui, nessuna scomunica.
Non così in Messico dove, a pochi giorni dal primo viaggio di Benedetto XVI in America Latina, la scomunica c’è tutta ed è pure pesante.
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