Oramai nella curia romana, all’interno cioè dei “ministeri” che hanno in mano l’organizzazione della Santa Sede, se ne parla senza che nessuno sappia dare risposte certe.
L’oggetto è l’attesissimo “Motu proprio” con il quale Benedetto XVI dovrebbe concedere, ai sacerdoti che lo desiderano, di celebrare – senza il previo consenso del vescovo – la messa con l’antico rito, quello di san Pio V, quello insomma che prevede l’uso della lingua latina e nel quale il prete è chiamato a celebrare sull’altare tenendo le spalle al popolo.
Un rito, di per sé, mai abolito, seppure dopo il Concilio Vaticano II i sacerdoti che desideravano avvalersene nelle proprie celebrazioni eucaristiche potevano farlo chiedendone però espressamente il permesso al proprio vescovo.
L’argomento, anche nei sacri palazzi, non è dei più semplici da affrontare: parecchi sono i vescovi e i sacerdoti che pensano che una liberalizzazione sia un pericolo per la Chiesa in quanto con essa si darebbe troppo spago alle comunità tradizionaliste.
Oltre ad alcuni vescovi di curia, è in buona parte dell’episcopato francese che si respira una aria critica e avversa alla liberalizzazione del rito.
In Francia, infatti, le chiese sono sempre più vuote, i seminari pure, e a “tenere” sembrano essere soltanto quelle comunità tradizionaliste che la leadership della Chiesa d’Oltralpe non vede di buon occhio.
Eppure, per molti presuli che lavorano in Vaticano, la liberalizzazione non sarebbe un pericolo per la Chiesa.
È noto, infatti, che sia in Francia come in parecchie diocesi del Nord Europa, il rischio maggiore per la Chiesa viene più che altro da quei sacerdoti – e sono molti – che non solo non guardano di buon occhio la liberalizzazione dell’antico rito ma che, in modo arbitrario e del tutto scorretto, usano non rispettare neppure le norme del messale oggi in vigore, snaturando quindi gravemente la corretta celebrazione della messa così come è prevista nella Chiesa.
Un problema enorme se si pensa che la liturgia altro non è che il cuore della Chiesa: ciò in cui essa crede (lex credendi) le viene da come prega (lex orandi).
Benedetto XVI, ancora quando era un semplice cardinale, aveva avuto più volte parole di apprezzamento per l’antico rito e soprattutto in due libri – “Introduzione allo spirito della liturgia” e “Il Dio vicino” – aveva fatto intendere come orientare la celebrazione liturgica verso Oriente – verso Cristo che “avanza” e “viene incontro” – è pratica da recuperare e da valorizzare.
Recentemente anche Albert Malcolm Ranjith (segretario della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti), aveva spiegato come i due riti (quello attuale e quello di san Pio V) possano «benissimo coesistere» anche perché «i due messali sono messali della Chiesa».
Così la pensano anche quei tantissimi sacerdoti che in questi giorni hanno ordinato on-line sul sito www.ecclesiacatholica.com, copia della ristampa del “Compendio di liturgia pratica” di Ludovico Trimeloni, testo che si dimostrò parecchio utile ai sacerdoti dopo la grande riforma del beato Giovanni XXIII.
A quando dunque l’attesa liberalizzazione dell’antico rito? Difficile rispondere. Di certo pare ci sia soltanto che il testo del “Motu proprio” a firma Benedetto XVI sia pronto.
Recentemente, inoltre, sembra che il papa ne abbia parlato in udienza privata anche con Robert Spaemann, docente di filosofia all’università di Monaco, il grande intellettuale cattolico tedesco al quale lo stesso Ratzinger dedicò nel 1987 il libro “Chiesa, Ecumenismo e Politica” (Kirche, Ökumene und Politik).
Un’udienza, quella che il papa ha concesso a Spaemann, di cui si è saputo poco anche se si dice che il professore tedesco ne sia uscito col convincimento che il “Motu proprio” sarà reso noto presto, forse addirittura entro questo mese.
Oggi, all’Università Europea di Roma, un congresso internazionale rifletterà su “Cristianesimo e secolarizzazione”, le sfide per la Chiesa e per l’Europa. Presente, oltre al segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone, al responsabile dei rapporti con gli Stati monsignor Dominique Mamberti e all’arcivescovo di Toledo Antonio Canizares, proprio Robert Spaemann. Tra i temi che si affronteranno non dovrebbe esserci la liturgia ma è evidente che la presenza del cristianesimo in Europa non può essere slegata dall’aspetto liturgico.
Per far fronte alla secolarizzazione dilagante del vecchio continente, la Chiesa non può che cominciare a praticare correttamente al suo interno le norme liturgiche, cuore della vita di fede.
Passeggiando prima della conferenza stampa post assemblea generale della Cei (Fine)
Solo per dire – mi ero dimenticato ieri – che il giorno dopo l’udienza col papa nessun vescovo indossava più la talare.
Forse è d’obbligo indossarla solo davanti al papa. O forse non è opportuno indossarla mai…
Eppure ricordo un aneddoto che mi raccontò un giorno un amico ben introdotto (nei sacri palazzi). Era il tempo di papa Wojtyla (mica un secolo fa). Arrivò in Vaticano l’annuario della conferenza episcopale brasiliana. C’erano le foto di tutti i vescovi del paese. Nessuno indossava la talare e molti, addirittura, portavano la giacca e la cravatta. Wojtyla prese l’annuario e lo scagliò contro il muro e disse a don Stanislao più o meno così: “Faccia in modo che l’anno prossimo tutti tornino a indossare la talare, alemeno per la foto per l’annuario. Sennò…”.
Ma forse queste cose i vescovi italiani non le sanno, oppure non se le ricordano.
Buona domenica a tutti.
