Il papa è pronto a liberalizzare l’antico rito

Oramai nella curia romana, all’interno cioè dei “ministeri” che hanno in mano l’organizzazione della Santa Sede, se ne parla senza che nessuno sappia dare risposte certe.
L’oggetto è l’attesissimo “Motu proprio” con il quale Benedetto XVI dovrebbe concedere, ai sacerdoti che lo desiderano, di celebrare – senza il previo consenso del vescovo – la messa con l’antico rito, quello di san Pio V, quello insomma che prevede l’uso della lingua latina e nel quale il prete è chiamato a celebrare sull’altare tenendo le spalle al popolo.
Un rito, di per sé, mai abolito, seppure dopo il Concilio Vaticano II i sacerdoti che desideravano avvalersene nelle proprie celebrazioni eucaristiche potevano farlo chiedendone però espressamente il permesso al proprio vescovo.
L’argomento, anche nei sacri palazzi, non è dei più semplici da affrontare: parecchi sono i vescovi e i sacerdoti che pensano che una liberalizzazione sia un pericolo per la Chiesa in quanto con essa si darebbe troppo spago alle comunità tradizionaliste.
Oltre ad alcuni vescovi di curia, è in buona parte dell’episcopato francese che si respira una aria critica e avversa alla liberalizzazione del rito.
In Francia, infatti, le chiese sono sempre più vuote, i seminari pure, e a “tenere” sembrano essere soltanto quelle comunità tradizionaliste che la leadership della Chiesa d’Oltralpe non vede di buon occhio.
Eppure, per molti presuli che lavorano in Vaticano, la liberalizzazione non sarebbe un pericolo per la Chiesa.
È noto, infatti, che sia in Francia come in parecchie diocesi del Nord Europa, il rischio maggiore per la Chiesa viene più che altro da quei sacerdoti – e sono molti – che non solo non guardano di buon occhio la liberalizzazione dell’antico rito ma che, in modo arbitrario e del tutto scorretto, usano non rispettare neppure le norme del messale oggi in vigore, snaturando quindi gravemente la corretta celebrazione della messa così come è prevista nella Chiesa.
Un problema enorme se si pensa che la liturgia altro non è che il cuore della Chiesa: ciò in cui essa crede (lex credendi) le viene da come prega (lex orandi).
Benedetto XVI, ancora quando era un semplice cardinale, aveva avuto più volte parole di apprezzamento per l’antico rito e soprattutto in due libri – “Introduzione allo spirito della liturgia” e “Il Dio vicino” – aveva fatto intendere come orientare la celebrazione liturgica verso Oriente – verso Cristo che “avanza” e “viene incontro” – è pratica da recuperare e da valorizzare.
Recentemente anche Albert Malcolm Ranjith (segretario della congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti), aveva spiegato come i due riti (quello attuale e quello di san Pio V) possano «benissimo coesistere» anche perché «i due messali sono messali della Chiesa».
Così la pensano anche quei tantissimi sacerdoti che in questi giorni hanno ordinato on-line sul sito www.ecclesiacatholica.com, copia della ristampa del “Compendio di liturgia pratica” di Ludovico Trimeloni, testo che si dimostrò parecchio utile ai sacerdoti dopo la grande riforma del beato Giovanni XXIII.
A quando dunque l’attesa liberalizzazione dell’antico rito? Difficile rispondere. Di certo pare ci sia soltanto che il testo del “Motu proprio” a firma Benedetto XVI sia pronto.
Recentemente, inoltre, sembra che il papa ne abbia parlato in udienza privata anche con Robert Spaemann, docente di filosofia all’università di Monaco, il grande intellettuale cattolico tedesco al quale lo stesso Ratzinger dedicò nel 1987 il libro “Chiesa, Ecumenismo e Politica” (Kirche, Ökumene und Politik).
Un’udienza, quella che il papa ha concesso a Spaemann, di cui si è saputo poco anche se si dice che il professore tedesco ne sia uscito col convincimento che il “Motu proprio” sarà reso noto presto, forse addirittura entro questo mese.
Oggi, all’Università Europea di Roma, un congresso internazionale rifletterà su “Cristianesimo e secolarizzazione”, le sfide per la Chiesa e per l’Europa. Presente, oltre al segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone, al responsabile dei rapporti con gli Stati monsignor Dominique Mamberti e all’arcivescovo di Toledo Antonio Canizares, proprio Robert Spaemann. Tra i temi che si affronteranno non dovrebbe esserci la liturgia ma è evidente che la presenza del cristianesimo in Europa non può essere slegata dall’aspetto liturgico.
Per far fronte alla secolarizzazione dilagante del vecchio continente, la Chiesa non può che cominciare a praticare correttamente al suo interno le norme liturgiche, cuore della vita di fede.

Passeggiando prima della conferenza stampa post assemblea generale della Cei (Fine)

Solo per dire – mi ero dimenticato ieri – che il giorno dopo l’udienza col papa nessun vescovo indossava più la talare.
Forse è d’obbligo indossarla solo davanti al papa. O forse non è opportuno indossarla mai…
Eppure ricordo un aneddoto che mi raccontò un giorno un amico ben introdotto (nei sacri palazzi). Era il tempo di papa Wojtyla (mica un secolo fa). Arrivò in Vaticano l’annuario della conferenza episcopale brasiliana. C’erano le foto di tutti i vescovi del paese. Nessuno indossava la talare e molti, addirittura, portavano la giacca e la cravatta. Wojtyla prese l’annuario e lo scagliò contro il muro e disse a don Stanislao più o meno così: “Faccia in modo che l’anno prossimo tutti tornino a indossare la talare, alemeno per la foto per l’annuario. Sennò…”.
Ma forse queste cose i vescovi italiani non le sanno, oppure non se le ricordano.
Buona domenica a tutti.

Bagnasco ricompatta i vescovi

Non tutto l’episcopato italiano ha vissuto in modo sereno questi ultimi due mesi di confronto – e a volte di scontro aperto – tra laici e cattolici intorno alla difesa della famiglia e intorno alle tematiche di rilevanza etica di cui si discute in tutto il paese.
Non tutti ritenevano opportuno un arroccamento forte della Chiesa perché il rischio che si paventava era quello di arrivare a una situazione di incomunicabilità preoccupante con il mondo laico.
Tra questi vescovi, molti pare volessero usare proprio l’assemblea della Cei che si è chiusa ieri in Vaticano per avanzare il proprio pensiero e per far sentire alta la propria voce. Se poi lo abbiano davvero fatto non è dato saperlo ma, ad assemblea conclusa, resta il dato che è stato innanzitutto il neopresidente della Cei, Angelo Bagnasco, a mostrare un’evidente volontà di abbassare i toni.
Significativa, ad esempio, quell’assicurazione sussurrata ieri sera ai microfoni del Tg1 : è insesitente la possibilità che la laicità dello Stato sia a rischio.
E l’effetto è stato il plauso delle anime più di “sinistra” del cattolicesimo del nostro paese, se è vero che dopo settimane di silenzio sono arrivati ieri in simultanea i complimenti a Bagnasco sia del margheritino Castagnetti – le parole di Bagnasco «aiutano a ricostruire non solo un dialogo ma una prospettiva di maggiore coesione di cui il paese sente davvero il bisogno», ha detto – sia del ministro negli ultimi mesi più in difficoltà con la Chiesa, Rosy Bindi.
Ieri, la chiusura della 57ª assemblea generale dei vescovi (è l’organismo tramite il quale la Cei, riunendosi almeno una volta all’anno, esercita la propria attività collegiale) ha visto il successore di Ruini alla guida dell’episcopato rispondere in modo pacato e dialogante alle domande dei giornalisti.
Risposte concise e puntuali, che hanno permesso a Bagnasco di intervenire sui temi più attuali all’attenzione dell’opinione pubblica: dalla famiglia alle coppie di fatto, dal testamento biologico all’otto per mille (991 i milioni di euro i soldi raccolti nel 2007, un aumento di circa 61 milioni rispetto al 2006), dalla partecipazione dei cittadini alla vita politica del paese alle radici cristiane dell’Europa fino alla scorta armata che da qualche settimana lo segue ogni passo faccia.
Parole che sono arrivate mentre a Firenze Rosy Bindi cercava di dare risposte concrete al “partito del <+cors>Family Day<+tondo>” presente alla conferenza sulla famiglia al fine di portare a casa – lo sperano i cattolici – qualche politica familiare “come Dio comanda”.
E ieri le cose non sono andate male per loro. Rosy Bindi pare abbia accettato le proposte del Forum delle associazioni familiari circa l’introduzione a breve di una più equa applicazione tariffaria per le famiglie e, nella prossima finanziaria, di alcune disposizioni riguardanti il fisco. Quanto a chi destinare i fondi del Tesoretto: «Mi candido», ha detto Bindi.
Dunque non solo a Firenze, ma anche nelle parole di Bagnasco in Vaticano, si è evidenziata la volontà di soffocare il clima teso che nelle ultime settimane ha caratterizzato il confronto tra laici e cattolici.
Innanzitutto quando Bagnasco ha detto di essere «molto sereno» nonostante la scorta lo segua ovunque vada: «Sono scortato ma non assediato», ha detto. Certo, «mi spiace per il messaggio simbolico che viene dato» e «proprio per questo spero che tutto si risolva presto, anzi prestissimo».
E poi quando ha parlato dei «valori unificanti» sui quali c’è convergenza fra la presidenza della conferenza episcopale italiana e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: oltre al «bene fondamentale della famiglia fondata sul matrimonio, secondo quanto stabilito dalla Costituzione», c’è anche «il rispetto dei veri diritti individuali» che meritano una risposta, «e questo è un desiderio comune a tutti».
Certo, per Bagnasco questi «veri diritti individuali» derivano «da una concezione corretta della persona umana» e quindi in un certo senso si tratta di una concezione meno ampia di quella auspicata dal capo dello Stato nel suo discorso tenuto alla conferenza di Firenze.
Ma comunque, dietro le parole del presidente Cei, è evidente il desiderio di gettare ponti, abbattere gli steccati e abbandonare, insomma, la logica del muro contro muro.
Poi il testamento biologico. Bagnasco ha ribadito il «valore sacro e intangibile della persona umana, dal suo concepimento al suo naturale tramonto». La dignità di una persona, ha spiegato il presule, non può essere ridotta solo a una fase della vita ma è «la forma stessa della vita: è quello che vogliamo proclamare di fronte a qualsiasi tentativo di limitare la forma della vita umana».
Quanto alla politica, il richiamo di Bagnasco è affinché sui temi etici i politici cristiani assumono posizioni in linea con la Chiesa. «A noi – ha detto – interessa richiamare l’importanza e la chiarezza dei princípi per illuminare le coscienze». Il tutto nella consapevolezza che «non ogni parola o affermazione della Chiesa è sempre e dovunque una professione di fede».
Infine, una puntualizzazione sull’Europa, continente che «ha bisogno di un’anima», quella che passa dal «riconoscimento dell’umanesimo che ha radici giudaico-cristiane».

Passeggiando prima della conferenza stampa post assemblea generale della Cei (IV)

Oggi, ultima conferenza stampa in chiusura dell’assemblea generale dei vescovi.
Alle domande ha risposto direttamente Angelo Bagnasco.
È stato molto chiaro e anche conciso.
Come sempre sorridente.
Credo che questi giorni abbiano contribuito a dare ai giornalisti un’ottima immagine del presidente della Cei: tranquillo, capace di infondere sicurezza, fermo sulla verità ma senza alcuna voglia di imporre a chi gli sta davanti il proprio pensiero. Un’immagine che a leggere i giornali in questi suoi primi due mesi di mandato sembrava di tutt’altra fattura.
Prima dell’inizio della conferenza ho parlato per qualche minuto con don Andrea Manto. È un giovane prete che ha deciso di entrare in seminario quando già era medico. La Cei gli ha chiesto di prenedere in mano un ufficio dedicato (se ho capito bene) alle tematiche mediche. Mi ha colpito la semplicità con la quale ha aderito alla richiesta della Cei.
Alla fine della conferenza Bagnasco non è “scappato” via. Ma ha salutato uno per uno tutti i giornalisti che gli si sono fatti innanzi, cercando di dire per primo lui il nome di chi gli si presentava.
Per noi giornalisti che spesso tendiamo a costruire dietrologie magari inesistenti, è stata una bella lezione quella di Bagnasco: la lezione della semplicità.

Il papa difende la nota della Cei sui Dico. E “il partito dei cattolici” critica Firenze

«Hanno parlato tutti di politiche per la lotta alla povertà ma non di politiche familiari, che mi sembrava dovesse essere l’oggetto di questa conferenza. Domani metteremo sul piatto le nostre richieste e speriamo che qualcuno ci ascolti».
Non è positivo il giudizio che Giuseppe Barbaro, vice presidente del Forum della associazioni familiari, dà al Riformista sulla prima giornata della tre giorni di conferenza sulla famiglia indetta da Rosy Bindi a Firenze che ha visto ieri in serata un confronto tra il mondo dell’ associazionismo e il governo, presente, dopo le defezioni annunciate nei giorni scorsi, con i ministri Amato, Damiano, Di Pietro, Fioroni, Melandri, Padoa Schioppa, Pollastrini, Turco e Visco.
«È stato un teatrino dal quale – ha detto Barbaro – non abbiamo avuto alcuna risposta. È inutile che il ministro dell’Economia ci parli della riduzione del debito come possibile politica pro famiglia. Sono parole che non vanno nella direzione che noi abbiamo auspicato».
Insomma, se c’è un’annotazione da fare dopo il primo giorno è che il “partito dei cattolici” – quello per intenderci che ha ispirato il Family Day del 12 maggio – ne esce piuttosto deluso.
E a poco è servito il tentativo della Bindi di “interpretare” le parole di Padoa Schioppa: «È venuto e ha detto che i soldi ci sono – ha detto il ministro Bindi parlando di Tps -. Poi, è vero, che ha aggiunto che secondo lui il modo migliore per dare i soldi alle famiglie è ridurre il debito».
E sì che non era iniziata male. In mattinata, alle parole di Giorgio Napolitano, Benedetto XVI aveva “risposto” a distanza parlando ai vescovi riuniti in Vaticano per l’assemblea generale e aveva sottolineato come ogni iniziativa dello Stato in suo favore – implicito riferimento a Firenze – fosse «apprezzata e incoraggiata».
Dopo gli ultimi due mesi parecchio “caldi” a causa dell’uscita della Nota dei vescovi sulla legalizzazione delle coppie di fatto, della discesa in piazza dei cattolici contro i Dico e pro famiglia, delle scritte sui muri di diverse città italiane contro il presidente della Cei, il papa aveva voluto ribadire come la Chiesa si preoccupa «del bene comune d’Italia» nel pieno «rispetto della distinzione tra Chiesa e politica, tra ciò che appartiene a Cesare e ciò che appartiene a Dio».
Nello stesso tempo, Ratzinger ha fatto capire come l’azione portata avanti negli ultimi mesi dai vescovi e dal Forum sia stata di suo gradimento: la Nota della conferenza episcopale italiana che detta le linee della Chiesa circa la legalizzazione delle coppie di fatto è pienamente condivisa dalla Santa Sede e il Family Day è stato una «straordinaria festa di popolo» cha ha contribuito a comprendere come la famiglia sia «profondamente radicata» nella società italiana.
Come il papa, anche i vescovi guardavano ieri con interesse – e guarderanno nei prossimi giorni – ai lavori di Firenze.
Certo, in attesa di qualche risposta alle questioni che stanno loro a cuore e di quanto sabato dirà il presidente del consiglio dei ministri Romano Prodi.
Ma torniamo alla relazione di Rosy Bindi. Le sue parole erano state apprezzata nel mondo cattolico soprattutto perché sul passaggio relativo alle persone conviventi non è stato ravvisato «un arroccamento sugli strumenti», e poi perché il quoziente familiare (e cioè un trattamento fiscale più favorevole) non era stato escluso aprioristicamente.
Qualche perplessità le avevano destate soltanto le parole “strappa applauso” sugli asili nido, quando la ministra Bindi aveva spiegato che certo nessuno chiederebbe di chi (di quale tipo di coppie) siano figli i bambini che devono essere ammessi al nido. E ancora, altre perplessità avevano suscitato le parole di Amanda Sandrelli.
L’attrice, in apertura di conferenza, aveva sì letto il “Cantico dei Cantici” ma, insieme, aveva voluto spiegare come, nonostante i suoi genitori non si siano mai sposati, «siamo una famiglia».
Poi è arrivato il confronto con il governo e non tutto, come detto, è andato via liscio.
Le risposte che il “partito dei cattolici” si attende da Firenze infatti sono concrete. Potrebbe anche parlarne quest’oggi Bagnasco nella conferenza stampa finale dell’assemblea dei vescovi in Vaticano.

Passeggiando prima della conferenza stampa post assemblea generale della Cei (III)

Oggi la conferenza stampa non c’era: ma c’è stato il papa che ha tenuto un discorso ai vescovi.
Io sono arrivato in ritardo e ho potuto solo vedere lui che usciva, saliva in macchina e andava via.
Prima di salire in macchina, uno scambio di battute con Bagnasco.
Oggi i vescovi erano tutti in talare.
Nessuno escluso.
Dopo che il papa è andato via, ho visto Ruini al banchetto dei libri che acquistava qualche testo.
Mentre Sepe, dietro lui, ha comperato due libri di Gesù di Nazaret di Ratzinger. “Mi hanno detto che il libro è stato mandato a tutti i vescovi – ha detto Sepe – ma a me non è mai arrivato”.

Passeggiando prima della conferenza stampa post assemblea generale della Cei (II)

Ancora volti sorridenti, quest’oggi, al termine della seconda mattinata dell’assemblea generale dei vescovi in Vaticano.
Entrando dalla porta del “Sant’Uffizio” in scooter, ho incrociato il nuovo vescovo di Civitaveccha, Chenis. L’ho salutato con un baciamano volante.
Poi, sulle scale che portano verso l’Aula Paolo VI, ecco Negri, vescovo di San Marino: con lui un saluto veloce.
Poco prima, altro saluto veloce con Paglia.
Sotto il sole caldissimo, Betori si è intrattenuto un momento con qualche giornalista prima di uscire dal Vaticano su una Alfa Romeo Blu 166 – 2000 T.Spark.
Sempre sotto il sole, anche un sorridente Bagnasco ha salutato qualche giornalista. Prima che se ne andasse ho potuto sentire che diceva: “Mi raccomando, non fateci dire quello che non diciamo”.
Nell’atrio dell’Aula Paolo VI, ecco (finalmente) un vescovo in talare con tanto di fascia viola. Era l’unico fra tanti.
Nella conferenza stampa ha risposto alle domande Benigno Papa, vescovo di Taranto. Ha parlato della relazione che ha tenuto ai vescovi sulla missione della Chiesa. Mi ha colpito quando ha detto che “le nostre città sono piene di uomini alla ricerca”.
I vescovi questa mattina, a gruppi di circa venti, hanno lavorato sulla relazione di Papa portando le loro annotazioni. Ho visto una stanza nella quale aveva appena finito di lavorare un gruppo. Mi ha colpito per quanto fosse piccola e pesante. C’era legno ovunque, pure sulle pareti.

Aprì alla modernità. Fu l’ultimo pontefice romano.

C’è chi lo presenta come un pontefice controverso, soprattutto per i suoi rapporti – si dice – non chiari col regime nazista.
Spesso è stato definito «il papa dei silenzi», per l’atteggiamento tenuto durante l’Olocausto.
Eppure Eugenio Pacelli, Pio XII (l’ultimo papa romano, dal 1939 al 1958), non è stato come la maggior parte della storiografia recente lo descrive.
È stato un pontefice avverso alle ideologie ma anche consapevole che, nei regimi totalitari, i cristiani dovessero trovare una qualche possibilità di vita. È stato «un uomo» che, come dice la quarta di copertina dell’ultimo lavoro di Andrea Tornielli – “Pio XII. Eugenio Pacelli, un uomo sul trono di Pietro”, Mondadori, 661 pagine, 24 euro – si è opposto a nazismo e comunismo e ha guidato la Chiesa in uno dei periodi più bui della storia dell’umanità.
Ma è stato tante altre cose e, tra queste, il pontefice capace di grandi aperture alla modernità, capace dunque di interpretare lo spirito dei tempi e di distogliere la Chiesa dalle sfide che i tempi le ponevano innanzi.
Una caratteristica, quella della capacità di stare “dentro” la modernità, che si evince bene dal lavoro di Tornielli.
Un lavoro prezioso, non fosse altro perché la voluminosa bibliografia a cui si rifà l’autore è basata su molti documenti inediti, tratti dall’archivio privato della famiglia Pacelli, e sulle testimonianze non ancora pubbliche agli atti della causa di beatificazione.
Una bibliografia che permette a Tornielli di ricostruire la personalità complessa e articolata dell’uomo chiamato a vestire i panni di Pietro in anni tragici per la storia dell’umanità.
Ne emerge il ritratto di un uomo che ha finito per annientare se stesso nell’incarnare l’istituzione del papato. Un uomo capace, soprattutto grazie ai suoi innumerevoli testi (23 encicliche, 16 lettere apostoliche, tantissimi messaggi e lettere), di traghettare la Chiesa nella modernità, aprendole le porte del Concilio Vaticano II i cui testi hanno come papa più menzionato proprio lui, Eugenio Pacelli. Un’apertura alla modernità, la sua, che non ha significato tradire la tradizione della Chiesa, ma semmai farla nuova, come vivificarla per i tempi che sarebbero venuti.
«Al termine di un’udienza pubblica – racconta il cardinale Siri – papa Giovanni XXIII (il successore di Pacelli, ndr) mi invitò a seguirlo e, come faceva lui, cominciò a parlare e mi disse pressappoco così: “Io, di questioni dottrinali non me ne interesserò, perché ha già fatto tutto Pio XII… ormai ha fatto… come dire?”, io gli suggerii: “Una enciclopedia” e lui confermò: “Appunto, una enciclopedia!”. Ha fatto tutto Pio XII, dice Giovanni XXIII, e in effetti le cose stanno più o meno così». Scrive Tornielli: «Si è spesso presentato papa Pacelli come un uomo solo, isolato, avulso dal mondo, chiuso nella torre d’avorio del palazzo apostolico, guida verticistica e solitaria di una struttura ecclesiale concepita come piramide». La realtà è ben diversa. Pio XII era un uomo attento alle problematiche del suo tempo, un pontefice che si faceva aiutare, nella stesura dei suoi testi, da una squadra di professori gesuiti dell’Università Gregoriana, e poi da un gruppo di studiosi di altissimo livello, da un’équipe di teologi.
Già, perché i temi che andava ad affrontare, non erano mica all’acqua di rose. Erano questioni fondamentali per la Chiesa e per il mondo.
Come quando affrontò la questione che la fede, essendo per sua natura attrattiva gratuita, non può essere imposta. «Riprovazione» è quanto Pacelli dice di provare di fronte a tali abusi.
Poi il problema della relazione con la Chiesa di coloro che raggiungono la salvezza fuori dalla comunione visibile con essa. Nel 1949 – sotto appunto il pontificato di Pio XII – il Sant’Uffizio invierà una lettera all’arcivescovo di Boston, Richard Cushing, per condannare le posizioni del gesuita americano Leonard Feeney, il quale negava ogni possibilità di essere salvati senza l’adesione formale alla Chiesa.
Poi l’enciclica dedicata alla liturgia, la Mediator Dei: un’enciclica che porta a un «rinnovamento» importante ma che non significava un inserimento arbitrario di novità. Per quanto riguarda l’architettura della Chiesa, la scultura e la pittura, «non si devono ripudiare per partito preso le forme e le immagini recenti, ma evitando con saggio equilibrio l’eccessivo realismo da una parte e l’esagerato simbolismo dall’altra…, è assolutamente necessario dare libero campo anche all’arte moderna». Un giorno – racconta al proposito padre Riccardo Lombardi – il papa «venne a inaugurare il “Centro Internazionale Pio XII per un mondo migliore” ed entrò in chiesa, notò subito che la statua della Vergine sull’altare maggiore aveva le mammelle vistose e mi disse personalmente che non andava bene, che poi di nostra iniziativa le facemmo ridurre».
Poi le parole dedicate al rapporto scienza e fede, sviluppate nell’enciclica Humani generis. Pacelli dedica particolari attenzioni alle scienze, studia, vuole essere sempre aggiornato. «Una volta entrai nello studio di Pio XII – ha raccontato il cardinale Siri – e vidi sul tavolo un grosso volume in inglese di “Microfisica”. Il papa si accorse che guardai il volume. Mi chiese: “Guarda lì?”. Risposi: “Certo”. E lui soggiunse: “Debbo fare un discorso tra mesi, per un congresso di microfisica. E quando debbo fare un discorso su qualche argomento, ho un contratto con una messaggeria che mi fa avere il dernier cri[cioè, in questo caso, la pubblicazione più aggiornata, ndr] dell’argomento”».

Passeggiando prima della conferenza stampa post assemblea generale della Cei

Qualche digressione, in una giornata calda e per me parecchio dura.
Oggi sono stato in Vaticano (nel corridio adiacente l’Aula Paolo VI, sotto l’Aula del Sinodo) alla conferenza stampa dell’assemblea generale dei vescovi italiani tenuta da Betori.
Prima dell’inizio i vescovi, tutti col “clergyman” e la croce pettorale – non ho visto nessuno in talare -, sono passati nell’atrio per andare, credo, a mangiare.
C’era Sepe che si è fermato a parlare con qualche giornalista.
Bagnasco pure, sorridente con tutti e per nulla intimorito da taccuini e microfoni (figurarsi che ci ho potuto parlare un minuto pure io, fuori dall’aula Paolo VI, sotto il sole caldo).
C’era Scola che è andato dritto verso il casellario di posta appositamente costruito per l’occasione per le lettere e le comunicazioni dei vescovi. Incamminandosi, ha preso sotto braccio Paglia. Sorridevano entrambi.
C’era Betori che prima di andare verso il luogo adibito per la conferenza stampa, ha salutato parecchi giornalisti. Molti credo li conosca personalmente.


Ancora, c’erano parecchi vescovi che si soffermavano davanti al banchetto dei libri, la maggior parte di Ratzinger, altri di Ruini e molti i testi ufficiali della libreria editrice vaticana.
Mi sembrava un clima molto disteso e sereno. Come distese e serene sono state le risposte date da Betori in conferenza stampa.
Ora che sono tornato al giornale, leggo le agenzie e non tutte fanno trasparire questo clima. È normale che sia così. Ma a volte “andare sul campo” permette a chi fa il mio lavoro di avere uno sguardo più lucido e obiettivo delle cose.
A proposito, uscendo dopo la conferenza stampa ho visto un vescovo che si allontanava in scooter. Ma forse era un semplice monsignore. Con sto fatto che hanno tutti il “clergyman” è più difficile riconoscerli.