Per il Family Day cercansi due conduttori “come si deve”
11 aprile 2007 -
C’è un minimum di requisiti da rispettare: non devono essere né divorziati né separati.
Fatte salve queste due condizioni, tendenzialmente va bene chiunque, purché sia un volto più o meno noto e, insieme, purché non conduca una vita “smaccatamente amorale”.
Questi i profili del giornalista professionista e dei due conduttori tv che le associazioni cattoliche stanno in questi giorni ingaggiando per il Più famiglia (si chiama così anche se la dizione Family Day è comunque rimasta nel volantino d’invito), la kermesse del 12 maggio di piazza San Giovanni.
Al giornalista spetterà intervistare i responsabili delle varie associazioni che hanno aderito all’evento.
Ai conduttori tv intrattenere la folla con canti, battute e soprattutto tanto sprint in attesa dei due testimonial: la laica Eugenia Roccella e il credente Savino Pezzotta.
Giusto ieri, la segreteria del Più famiglia si è insediata a Roma nella sede di lungotevere dei Vallati di Scienza e Vita e da qui procederà all’organizzazione tecnica dell’evento.
Nei giorni scorsi, invece, si è provato a stilare la rosa dei nomi dei possibili conduttori e del giornalista.
Inizialmente pare che l’idea fosse quella di puntare su personaggi “di grido”.
Se Bruno Vespa (giornalista) era stata soltanto un’ipotesi poi lasciata cadere, più consistenti sembravano essere la candidatura di Flavio Insinna – conduttore su Affari tuoi, attore in Don Matteo – e Gerry Scotti (conduttore, anch’egli).
Ma non è certo che i due rispondano alla perfezione al minimum dei requisiti di cui sopra.
E così è probabile che all’ultimo (la decisione dovrebbe avvenire entro questa settimana) la scelta cada da altre parti: non è escluso verso qualche volto giovane di Sat2000, la tv della Chiesa italiana, anche se sullo sfondo potrebbero “incombere” i nomi degli “occhi grandi e sorriso d’angelo” Lorena Bianchetti (direttamente da <+cors>Domenica In<+tondo>) e dell’“a Sua immagine” Andrea Sarubbi.
Gli organizzatori, al di là della scelta del giornalista e dei conduttori e al di là delle preoccupazioni (oggi rientrate) per le adesioni di vescovi e politici – i primi non potranno presentarsi per volere delle gerarchie Cei, mentre i secondi potranno esserci ma non avranno accesso al palco – sono dunque oggi concentrati sugli aspetti tecnici e sul messaggio generale che l’intero evento vuole dare.
Partiamo dal messaggio. Il volantino della kermesse (non si tratta del Manifesto di adesione ma semplicemente del volantino d’invito) è chiaro.
“La famiglia costruisce il futuro di tutti”, è lo slogan scelto e scritto a grandi lettere sotto l’immagine di due mani (una con la fede al dito anulare, l’altra quella di un bambino) che costruiscono una famiglia (mamma, papà, figlio e figlia) coi pezzi del Lego.
La famiglia fondata sul matrimonio, dunque, quella «che la Costituzione italiana – sono parole del volantino – riconosce, tutela e promuove» e cioè «l’unione stabile di un uomo e di una donna, aperta all’accoglienza dei figli» è quanto i «laici e cattolici», «credenti e non credenti» andranno a difendere.
Si tratta di un «popolo che inviterà tutti a non indebolire la famiglia, attraverso il riconoscimento delle unioni di fatto», perché «il nostro sì incontra la ragione e il cuore degli italiani».
Certo, rimane il rischio che quelle parole rivolte contro le unioni di fatto vengano usate dalla maggioranza della piazza come uno slogan anti Dico e dunque anti Prodi, ma…
Per quanto riguarda l’organizzazione tecnica della Woodstock cattolica (pardon, della Woodstock di laici e credenti assieme) tanto ancora c’è da fare.
Il comune di Roma ha convocato la conferenza dei servizi il prossimo 23 aprile.
Per finanziare il tutto, pare che la fondazione del Forum della Associazioni Familiari abbia in animo di accendere un mutuo, a meno che l’autofinanziamento promosso sul website dello stesso Forum non arrivi a racimolare contributi significativi.
Nelle prossime ore si avranno anche notizie in merito alla diretta Rai.
Sarebbe un ottimo spot soprattutto in vista della conferenza nazionale della famiglia indetta dal ministro Rosy Bindi – proprio lei che ha redatto il ddl sui Dico – a Firenze dal 24 al 26 maggio.
Lì ci saranno anche Giorgio Napolitano e il premier Romano Prodi che diventerà protagonista di un “question time”: associazioni e rappresentanti del terzo settore potranno porgergli le domande che desiderano.
Sarà il primo appuntamento per verificare se gli sforzi per il 12 maggio approderanno o meno a qualche risultato concreto.
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Il rodaggio non facile di Angelo Bagnasco
10 aprile 2007 -
Le nuove scritte trovate ieri sui muri di Genova (quartiere Sampierdarena) contro il presidente della Cei e arcivescovo della città, Angelo Bagnasco, non sembrano allarmare più di tanto colui che dal sette marzo scorso è il successore di Ruini alla guida dell’episcopato italiano.
Eppure, la sensazione è che le prese di posizione della Chiesa delle ultime settimane siano state talmente interpetate in chiave politica da scatenare minacce deprecabili che sembrano avere come unico scopo quello di buttare ulteriore benzina sul fuoco di uno scontro in atto.
Le scritte, infatti, “Bagnasco a morte” e “Bagnasco attento ancora fischia il vento” trovate ieri accanto a due chiese di Genova come anche il simbolo della falce e martello e la stella a cinque punte rinvenuti accanto alle stesse scritte a mo’ di firma, suonano come minacce dall’inequivocabile contenuto politico.
Per stemperare una situazione non facile, c’è però da registrare una solidarietà bipartisan del mondo politico, tanto bipartisan che ieri anche il capogruppo della Rosa nel Pugno a Montecitorio, Roberto Villetti – notoriamente su posizioni opposte a quelle della Chiesa – ha voluto manifestare a Bagnasco «piena solidarietà per le infami minacce che gli sono state rivolte». «Purtroppo nel nostro paese – ha detto Villetti – vi sono ricorrentemente gruppi o singoli, che vogliono trascinare qualsiasi confronto civile sul terreno dell’odio».
Dopo che i primi giorni di aprile a Bagnasco erano state attribuite parole riportate, secondo la Cei, in modo inesatto dai media – parlando del riconoscimento delle unioni di fatto Bagnasco avrebbe evocato incesto e pedofilia come estreme conseguenze della mancanza di limiti etici -, una prima scritta eloquente era stata ritrovata sul portone della cattedrale di San Lorenzo nel centro del capoluogo ligure: “Bagnasco vergogna”.
Una scritta che aveva convinto il prefetto e questore della città a dare una scorta di agenti a Bagnasco.
Il giorno prima di Pasqua, lo scorso sabato, erano esattamente trenta giorni che Bagnasco si trovava a condurre la Cei.
Trenta giorni non facili anche – ma non solo – a motivo delle scritte sui muri.
Come non facili si preannunciano i prossimi trenta giorni che si chiuderanno simbolicamente il 12 maggio quando il popolo dei cattolici (col consenso dichiarato dei vescovi) scenderà in piazza per dire il proprio sì alla famiglia fondata sul matrimonio.
Da quando lo scorso 7 marzo papa Benedetto XVI ha accolto la rinuncia, per raggiunti limiti di età, presentata dal cardinale Camillo Ruini per quindici anni presidente della Cei, Bagnasco si è trovato nel bel mezzo di una situazione intricata e difficile da gestire.
Egli ha avuto innanzitutto l’onere di preparare il suo primo consiglio permanete della Cei (il direttivo dell’episcopato italiano) cercando di trovare un accordo tra i trentuno cardinali e vescovi partecipanti in merito al testo della “Nota” sui Dico annunciato e abbozzato dal suo predecessore Ruini.
Un accordo che è culminato con la stesura definitiva di una “Nota” ferma sui princípi seppure in qualche modo epurata dalle citazioni più dure e trancianti dei due testi ispiratori della stessa “Nota” e usciti dalla congregazione per la dottrina della fede quando ancora prefetto era il cardinale Joseph Ratzinger: due testi che avevano detto la loro in merito ai progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali e all’impegno dei cattolici in politica.
Bagnasco ha provato a far sì che l’uscita della “Nota” non venisse interpretata in modo strettamente politico, quanto come una difesa della famiglia che voleva andare al di là delle azioni del governo Prodi in materia di legalizzazione delle coppie di fatto.
Eppure, forse complice anche l’organizzazione di un Family Day dichiaratamente pro famiglia ma, inevitabilmente, con accenti contrari alle coppie di fatto e quindi ai Dico, l’operazione non è del tutto riuscita.
Tanto che ieri è dovuto intervenire ai microfoni della Radio Vaticana il nuovo portavoce della Cei, don Domenico Pompili, per chiedere di evitare che il messaggio della Chiesa venga «stiracchiato a destra o a sinistra», perché essa «ha di mira unicamente il bene dell’uomo».
Dunque trenta giorni difficili, come difficili si preannunciano i prossimi trenta.
Bagnasco, appena eletto, pare avesse manifestato ai suoi collaboratori la ferma volontà di stemperare il clima creatosi teso attorno alla Chiesa italiana a causa della preoccupazione della politica per l’imminente uscita della “Nota”.
Infatti, è stato lo stesso Bagnasco a volere che nessun vescovo partecipi il 12 maggio al Family Day, anche per i rischi troppo elevati di strumentalizzazione a cui gli stessi vescovi potrebbero essere sottoposti.
Nei prossimi giorni, la macchina organizzativa del Family Day entrerà nelle fasi di preparazione pratica dell’evento e, anche se la Cei ha benedetto pubblicamente l’iniziativa, le gerarchie dell’episcopato italiano cercheranno di restare ai margini di un lavoro che spetta esclusivamente al mondo dell’associazionismo cattolico.
La sfida, difficile ma non impossibile, è quella di mostrare una piazza decisa a chiedere la salvaguardia della famiglia fondata sul matrimonio senza eccedere in contestazioni anti governo Prodi.
Un compito non semplice, ma comunque perseguibile soprattutto se prima dell’evento i cattolici in marcia su Roma saranno adeguatamente catechizzati su quale comportamento mantenere.
Più problematico sarà catechizzare i politici che hanno annunciato la loro presenza in piazza. Per loro è stato precluso l’accesso al palco ma è evidente che il rischio che portino il Family Day sul terreno dello scontro politico è quanto mai reale. E di questi tempi non sarebbe certo buona cosa.
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Alla ricerca di un presentatore Porta a Porta
7 aprile 2007 -
Maxischermi a mandare in onda dei videoclip che riportano le immagini salienti della vita delle associazioni con tanto di rullo che ininterrottamente scorre mostrando i nomi delle stesse associazioni.
Copertura Rai quasi sicuramente garantita per l’intero arco dell’evento: si sta trattando per la diretta.
Un giornalista televisivo di spicco – per dare un indizio, dicono siano partite le consultazioni “porta a porta” per la ricerca di un volto di indubbia notorietà – che intrattiene i presidenti delle associazioni fino all’arrivo sul palco dei due testimonial: Eugenia Roccella e Savino Pezzotta. I quali, però, saranno introdotti da un altro personaggio noto della tv il quale, di professione, è presentatore e non giornalista. Su questo secondo nome una sola cosa è certa: dopo la lezioncina anti-Vaticano snocciolata qualche mese fa, Pippo Baudo non abita più qui.
E ancora: un’orchestra vera e propria che, mentre la gente confluisce in piazza, suona note care alle tradizioni musicali dei vari movimenti ecclesiali presenti in massa.
E poi gli striscioni, quelli ufficiali con i nomi delle associazioni e la scritta multicolore “Più Famiglia” e, perché no, quelli unofficial che inevitabilmente rischiano di essere borderline e come tali difficilmente preventivabili, del tipo: “Famiglia sì, Dico no”, e cioè con riferimenti espliciti all’azione legislativa del governo Prodi.
Quello stesso governo contro il quale, a parole, non si vuole la manifestazione si scagli.
Ma del resto – lo dice Carlo Costalli, presidente del Movimento Cristiano Lavoratori – «se non ci fossero stati i Dico probabilmente non ci sarebbe stato il “Più Famiglia”».
Insomma, il 12 maggio in piazza San Giovanni, più che un semplice Family Day è un vero e proprio show televisivo che si appresta ad andare in onda, una Woodstock cattolica che è bene abbia il massimo della visibilità e dell’impatto emotivo, a qualunque costo.
Gli unici che non potranno salire sul palco, per disposizioni gentilmente offerte dalle gerarchie dell’episcopato italiano, saranno i vescovi e i politici.
Perché è vero che il catto-festival è organizzato dalla base, dal popolo, e che dunque è al mondo dell’associazionismo che spetta decidere chi sale o non sale sul palco, ma è altrettanto vero che se la guida della Cei – grazie anche al raccordo con la segreteria di Stato vaticana portato avanti dal cappellano di Montecitorio nonché rettore della Pontificia Università Lateranense, monsignor Rino Fisichella – non avesse dato il suo placet, ben poco si sarebbe potuto fare.
«Per la verità – spiega ancora Costalli – alcune associazioni erano pronte a scendere in piazza a prescindere dall’“autorizzazione” dei vescovi», ma se ce l’avrebbero fatta nessuno può dirlo.
Quanta gente arriverà in piazza San Giovanni è arduo saperlo.
Gli organizzatori sperano nei pullman delle parrocchie italiane, o meglio, di “tutte” le parrocchie italiane.
Poi ci sono i movimenti e le associazioni e fa niente se, proprio per il 12 maggio, Focolari e Sant’Egidio avevano già organizzato a Stoccarda la kermesse ecumenico-interreligiosa “Insieme per l’Europa”.
Alla Hanns-Martin-Schleyer-Halle di Stoccarda andranno soltanto delle delegazioni perché la famiglia, è evidente, è più importante e viene prima del dialogo.
Al di là del numero dei partecipanti, sono le famiglie che al “Più famiglia” se ne aspettano a fiumi.
Soprattutto quelle dei Neocatecumenali le quali, minimo – lo dicono i dati -, hanno dai cinque ai dieci figli ciascuna.
E per loro, per i loro figli (soprattutto quelli più piccoli), le ore che precedono la salita sul palco dei due noti volti tv (giornalista e presentatore) e dei due testimonial sarà condita da pagliacci e trampolieri che, muniti di palloncini e zucchero filato, saranno appositamente sguinzagliati a macchia di leopardo dall’inizio alla fine della sacra piazza.
I gay – per fortuna, lasciano intendere gli organizzatori – hanno nei giorni scorsi ritratto quanto precedentemente detto e non si faranno vedere: in sostanza, letto il Manifesto dello show, hanno capito che non era cosa loro.
La scena, infatti, sarà tutta di Eugenia Roccella, femminista per nascita e oggi neo-conservatrice tout court «ma – ci tengono a sottolinearlo gli organizzatori del “Più famiglia” – non per questo cattolica», anzi interamente laica.
E insieme a lei, sul palco, ci sarà l’uomo forse non proprio ritenuto “della provvidenza” ma comunque uno di cui ci si può fidare e cioè il buon Pezzotta, che politico non è ma in futuro, chissà, potrebbe diventarlo. Un ex sindacalista (sgamato con le piazze) e che tra l’altro presiede quella Fondazione per il Sud varata lo scorso settembre grazie ai contributi del tutto “trasversali” di Tommaso Padoa Schioppa, Paolo Ferrero, Roberto Pinza e Giuseppe Guzzetti.
Un ex sindacalista inserito un anno fa da Franco Marini tra i candidati ideali della Margherita al Senato e che ha il pregio (o il difetto, dipende dai punti di vista) di non simpatizzare particolarmente per l’ala teodem.
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La Via Crucis di Ravasi, che studia da erede di Tonini
6 aprile 2007 -
Dopo le catechesi quaresimali tenute un mese fa circa per Benedetto XVI e curia romana dal lombardo arcivescovo emerito di Bologna Giacomo Biffi (scuola Alfredo Ildefonso Schuster, Giovanni Battista Montini, Giovanni Colombo) è quest’oggi la volta delle meditazioni dell’“allo stesso modo lombardo” Gianfranco Ravasi (scuola Carlo Maria Martini) a far bella mostra di sé nel pittoresco panorama del Colosseo romano, sede della Via Crucis papale del venerdì santo.
Dopo le parole impregnate di cielo, santi, angeli e arcangeli del focoso e carnale parroco milanese (don Giacomo lo chiamavano) divenuto un giorno, per volere di “Giovanni Paolo II Magno”, arcivescovo della diocesi più sinistrorsa d’Italia, ecco avanzare nella primaverile notte romana i testi tutti umiliazione, bassifondi, miserie umane e silenzi celesti del sempre impeccabile nel suo clergyman nero monsignor Gianfranco, prefetto della biblioteca ambrosiana di Milano, biblista scafato, grande divulgatore nonché firma di grido di Famiglia cristiana, Jesus, Avvenire e addirittura dell’acculturato domenicale del Sole24ore.
Di lui, di Ravasi cioè, non c’è giorno che giornali e riviste non riportino frasi, riflessioni, versi: giusto ieri, Avvenire pubblicava in prima pagina il solito pensiero mattutino del monsignore biblista: versi poetici in ricordo di Lalla Romano che «laica, come si è solito dire oggi, ha detto a me credente parole bellissime sulla fede», una citazione del Cantico dei Cantici dove «anche dormendo, il cuore veglia» e batte d’amore, nonché un’esortazione a superare una religiosità fatta di sapere e di dovere per inoltrarsi nella via tutta paolina dell’intimità e della comunione con Lui.
E, del resto, sembra nato per divulgare la parola, monsignor Ravasi. Tanto che c’è chi, dentro e fuori i sacri palazzi, lo vede quale unico e degno erede dell’intramontabile cardinale Ersilio Tonini, porporato televisivo, comunicatore capace ancora pochi giorni fa, a 92 anni suonati, di dire la sua a Markette, complice l’amico Piero Chiambretti e un Raz Degan messianico per i Cento chiodi di Ermanno Olmi.
Docente di esegesi biblica alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, Ravasi, ben prima che il papa gli chiedesse di scrivere le meditazioni del venerdì santo (compito prestigioso affidato lo scorso anno al pupillo di Wojtyla, monsignor Angelo Comastri e due anni fa all’uomo di maggior fiducia dello stesso Wojtyla, il cardinale Ratzinger: «Un’eredità particolarmente pesante da raccogliere», ha detto recentemente lo stesso Ravasi) era dato in procinto di raggiungere una sede vescovile italiana.
Inizialmente si pensava ad Assisi, la città francescana divenuta città della pace, dell’incontro tra culture e religioni differenti, trampolino di lancio ad hoc per un ministero tutto comunicazione come potrebbe essere il suo.
Ma poi Assisi andò all’ex segretario del culto divino, Domenico Sorrentino, trasferito da Roma per far posto a Malcolm Ranjith (liturgista cingalese fraterno amico del pontefice), e per Ravasi si cominciò a pensare alla mariana Loreto, cittadina anch’essa perfetta (pochi fedeli stretti attorno a un unico santuario) per un presule alla Tonini.
E di Ravasi a Loreto ancora si parla oggi, anche se Ratzinger (nonostante la stima che il monsignore milanese gode da parte del cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della congregazione dei vescovi) pare non abbia in animo, almeno fino al prossimo settembre, di spostare dalla cittadina marchigiana il vescovo Gianni Danzi.
E quando i tempi per sostituire Danzi saranno maturi, non è detto che il posto vada automaticamente a Ravasi.
In corsa, infatti, c’è anche il cerimoniere pontificio, monsignor Piero Marini, il quale, dopo non aver mostrato particolare gradimento per le sedi di Mantova e Parma, potrebbe accasarsi in quel di Loreto a meno che all’ultimo momento non si aprano per lui le porte all’arcipretura della basilica di San Paolo Fuori le Mura.
Le meditazioni “ravasiane” che questa sera gli attori Chiara Muti e Alessio Bonispirato reciteranno enfatizzando le parole da enfatizzare e sussurrando quelle da sussurrare, sono tratte dal Vangelo di Luca.
Meditazioni fatte di un “Gesù solitario” e vicino alle donne «umiliate», «violentate», «sottoposte a pratiche tribali indegne».
Meditazioni dove oltre all’accusa rivolta all’«indifferenza» e all’avidità della società odierna, c’è il tentativo di parlare direttamente al cuore dell’uomo moderno partendo dall’esperienza dello sbigottimento umano di fronte alla «solitudine degli amici» e al «silenzio di Dio».
E per parlare proprio direttamente al cuore dell’uomo d’oggi, il comunicatore Ravasi non dimentica le dotte citazioni di scrittori moderni: da Etty Hillesum (ebrea uccisa in un lager nazista) a René de Chateaubriand, dalla poetessa Marie Noël a Charles Peguy.
Per parlare alla modernità da perfetto comunicatore, servono anche queste.
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Lecito o non lecito? Sei condizioni e un convegno
5 aprile 2007 -
«Il mio parere in merito al testamento biologico espresso al summit internazionale organizzato il 29-30 marzo dalla commissione Salute del Senato e al quale ha partecipato anche il capo dello Stato Giorgio Napolitano era ovviamente riferito esclusivamente alla liceità dello stesso testamento biologico laddove si verifichino sei condizioni precise e innanzitutto laddove gli interventi sui pazienti non siano di eutanasia e di accanimento terapeutico. Il mio intervento, quindi, non voleva essere un appoggio preciso al disegno di legge sul testamento biologico presentato dal professor Ignazio Marino né un appoggio incondizionato alla necessità di legalizzare il testamento biologico, quanto un mostrare le condizioni secondo le quali una simile pratica è lecita o meno per la Chiesa».
Così al Riformista il cardinale Javier Lozano Barragán, “ministro della salute” del Vaticano, ovvero di quel ministero che si occupa della pastorale degli operatori sanitari.
«Il tema – spiega Lozano Barragán – è molto delicato. Rileggendo le parole pronunciate l’altro ieri dal segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Betori, trovo una sintonia completa con quanto il dicastero che reggo ha sempre espresso in merito. Tra l’altro, per quanto riguarda la posizione dei medici, concordo col fatto che ad essi debba essere sempre garantita la libertà di non agire contro la propria coscienza. Ulteriori spunti, comunque, potranno venire da un convegno che abbiamo deciso di convocare in Vaticano il prossimo autunno e interamente dedicato alle cure palliative e alle cure che necessitano le persone che si trovano in fase di malattia terminale».
A quanto si è appreso, al convegno sono state invitate una quarantina di personalità del mondo scientifico e accademico, nonché esperti teologi. «L’intento del convegno, che ovviamente non tratterà esclusivamente del tema del testamento biologico – dice ancora Lozano Barragán -, non è quello di redigere un documento sulla materia perché ciò non rientra nelle finalità del nostro dicastero, ma è soltanto quello di riflettere e parlare di problematiche oggi sempre più attuali».
Parole che evidenziano come la volontà del Vaticano è quella di discutere il più possibile al fine di arrivare a giudizi chiari e condivisi.
Ed è probabilmente in questa volontà di discussione che è da leggersi la presenza di Lozano Barragán al convegno del Senato di fine marzo.
Comunque, quella che è la posizione della Chiesa, la si evince oggi facilmente dalle sei condizioni esposte dallo stesso Lozano Barragán proprio al convegno del Senato.
Secondo il “ministro della salute” della Santa Sede, il testamento biologico è lecito «se si evitano eutanasia e accanimento terapeutico», se si tiene conto dell’evoluzione della medicina, se si tratta di uno strumento modificabile, se si include l’utilizzo delle cure palliative, se si stabilisce un vero fiduciario (persona che prende le decisioni nel caso il paziente non sia in grado di intendere e di volere) e se ci si rimette al giudizio del medico e di un comitato di bioetica nel momento in cui viene valutato l’accanimento terapeutico.
E ancora: «Quanto alla discussa questione dell’idratazione e nutrizione del paziente terminale, ritengo che questo tipo di interventi non possono in se stessi costituire un accanimento terapeutico perché non sono terapie, ma il modo ordinario di soddisfare i bisogni del paziente che non è in grado di avere cura di se. Un elemento essenziale dell’accanimento è l’inutilità o la sproporzionalità delle terapie».
Il testamento biologico, inoltre, come è evidenziato nelle sei condizioni, – spiega ancora Lozano Barragán – «dovrebbe essere molto flessibile e cioè non dovrebbe essere redatto una volta per sempre». «Con il continuo progresso della medicina alcune terapie che si pensavano inutili e sproporzionate quando è stato redatto il testamento biologico, potrebbero non essere più tali al momento della sua applicazione».
Dopo le parole dell’altro ieri di Betori, Fiorenza Bassoli, senatrice dell’Ulivo e relatrice del ddl sul testamento biologico ha spiegato come la Commissione Igiene e sanità del Senato continuerà a lavorare «con molta serietà» sul disegno di legge «nel rispetto della responsabilità civile del nostro mandato di parlamentari».
«Il nostro impegno – ha detto – è quello di dare ai cittadini una possibilità di scelta, senza introdurre divieti o limiti. Con la certezza che nessuno vuole far morire le persone, ma solo accompagnarle nelle ultime fasi della vita». Dunque «la legge non permetterà l’eutanasia. Mi faccio personalmente garante, come più volte affermato del fatto che nessuno voglia far passare di nascosto qualcosa come l’eutanasia dietro il paravento di una legge sul testamento biologico».
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La dialettica nella Cei sui Dico e il Family Day. Ratzinger medita di trasferire Levada a New York
4 aprile 2007 -
Le parole di ieri di monsignor Giuseppe Betori (segretario Cei) che hanno tirato le fila del direttivo dell’episcopato italiano della settimana scorsa confermano innanzitutto come il testo definitivo della “Nota” sui Dico sia stato redatto sì collegialmente ma dopo un dibattito aperto e per nulla scontato tra i trentuno vescovi presenti a Roma: da una parte l’ala “ruiniana” decisa a coniare un testo fermo sia sui princìpi che sull’interpretazione che i politici cattolici avrebbero dovuto dare a essi, dall’altra l’ala “tettamanziana” che insisteva perché il testo uscisse spurio di scomuniche e sanzioni per coloro che non si sarebbero adeguati a esso.
Tra l’altro, come ha detto ieri lo stesso Betori, uno dei vescovi (facile pensare appartenente alla seconda ala, anche perché si dice possa essere un abruzzese) si è astenuto e non ha dato il proprio consenso al testo definitivo.
La dialettica ha riguardato anche il ruolo che la Cei di Ruini ha mantenuto negli ultimi quindici anni rispetto alle istituzioni italiane.
Il cardinale Bertone, probabilmente anche a seguito dell’incontro segreto (reso noto dal Riformista sabato scorso) tra Bagnasco e Prodi avvenuto circa quindici giorni fa, aveva scritto al neo presidente Cei rivendicando come i rapporti con il mondo politico e istituzionale spettino alla segreteria di Stato.
Betori ieri non ha contraddetto Bertone ma tuttavia ha ricordato le stesse parole di Bertone che, rifacendosi al motu proprio di Giovanni Paolo II Apostolos suos, elencava i compiti attribuiti specificamente alla Chiesa italiana: e tra questi ci sono i rapporti con le autorità civili.
Le due differenti anime presenti all’interno dell’episcopato italiano, saranno presenti entrambe al prossimo Family Day del 12 maggio.
La piazza, seppure vietata ai vescovi per volere della stessa Cei, è liberamente aperta ai parroci. I vescovi italiani come anche il Vaticano – lo ha detto sempre ieri Betori – appoggiano in tutto la manifestazione.
L’intento rimane quello di dire sì alla famiglia fondata sul matrimonio e conseguentemente no alla legalizzazione delle coppie di fatto (no comment sull’“ipotesi Biondi” anche se piacciono le risposte date a certi bisogni di persone – non coppie – in situazione di convivenza ricercate nella legislazione civile).
Nel mirino però, a detta di Betori, c’è anche l’istituzione del testamento biologico perché un eventuale disegno di legge in merito potrebbe aprire a una eutanasia di fatto.
Parole più difensive di quanto nei mesi scorsi aveva dichiarato il “ministro della salute” vaticano Lozano Barragan che si era mostrato più possibilista spiegando come «un testamento biologico che, accettando le cure palliative, rinunciasse all’accanimento terapeutico sarebbe lecito».
Al di là dell’episcopato italiano, è in tutto il mondo che la Chiesa al suo interno sembra vedere esprimersi una vivace discussione su come i princìpi debbano essere proposti al mondo laico.
C’è chi ritiene che sia il Concilio Vaticano II ad avere dettato alla Chiesa una modalità di espressione dei princìpi più aperta e accondiscendente con lo spirito del mondo.
E c’è chi ritiene – e tra questi vi è senz’altro Benedetto XVI – che molte delle novità che hanno investito la Chiesa dopo i lavori conciliari siano state un tradimento dello spirito autentico del Concilio stesso.
Quanto alle nomine dei prelati da inserire nei posti chiave della Chiesa, Ratzinger è tra queste due visioni che deve giostrarsi. Le diocesi più importanti nel mondo mostrano una Chiesa eterogenea nella sua conduzione.
Ratzinger nei prossimi mesi sarà chiamato a decidere nomi nuovi per alcune di queste piazze tenendo conto delle sensibilità di entrambe le visioni di Chiesa. In Olanda, in particolare, la sostituzione del cardinale Adrianus Johannes Simonis (vescovo di Utrecht, primate d’Olanda e presidente della conferenza episcopale del paese) sembra giocarsi tra chi preferisce un vescovo più ratzingeriano quale è monsignor Punt di Haarlem e un vescovo più problematico, il 72enne cangiante Van Luyn vescovo di Rotterdam.
La sede di New York si trova di fronte al medesimo dilemma: qui c’è chi spinge per l’arrivo del porporato statunitense William Levada, oggi alle prese (con risultati non sempre soddisfacenti) con la difficilissima eredità della conduzione della congregazione per la dottrina della fede per anni retta dal cardinale Ratzinger.
Problematica è anche la situazione della America del Sud dove potrebbe continuare in futuro il filo invisibile che lega i vescovi di San Salvador di Bahia, San Paolo, Santiago, Rio de Janeiro, Buenos Aires: hanno tutti un passato vicino agli ambienti della teologia della liberazione.
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Incontro segreto Prodi-Bagnasco (II)
2 aprile 2007 -
Ecco come sono andate le cose:
Qualche giorno prima che il consiglio direttivo Cei si riunisse per decidere la stesura definitiva del testo della Nota sui Dico, Prodi ha incontrato Bagnasco.
I due hanno parlato di vari temi, tra i quali la Nota.
Prodi è uscito dall’incontro insoddisfatto.
Il cardinale Bertone ha scritto a Bagnasco dicendogli che i rapporti con le istituzioni spettano alla segreteria di Stato.
Bagnasco ha incassato ma oramai l’incontro era avvenuto.
Il consiglio della Cei si è riunito e il testo defintivio della Nota è uscito senza parecchie citazioni dei due testi che Ratzinger scrisse quando era prefetto della dottrina per la fede. Sono state omesse le citazioni ritenute più pesanti.
Nel consiglio Cei, infatti, sono in molti coloro che ritengano la Chiesa non debba picchiare giù troppo duro.
Prodi and co. hanno preso atto della Nota ma la delusione pare sia rimasta perché, se è vero che nella Nota non ci sono “scomuniche” di nessun tipo, è altrettanto vero che il testo sconfessa un certo operato “al compromesso” di un certo cattolicesimo.
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Beato subito, santo invece più tardi
2 aprile 2007 -
Beato subito, santo più tardi.
Dovrebbe procedere così, senza sorprese e ulteriori accelerazioni, il processo verso la canonizzazione di Giovanni Paolo II. Nonostante l’auspicio avanzato nei giorni scorsi sul giornale polacco Dziennik da “don Stanislao”, per anni segretario di Wojtyla e oggi arcivescovo di Cracovia, affinché il papa polacco diventi “santo subito” senza cioè prima venire proclamato “beato”, pare che il Vaticano e papa Ratzinger non siano intenzionati a concedere “riti abbreviati”.
Già molto, infatti, è stato fatto meno di due anni fa quando venne concessa una dispensa che permise di non dover attendere cinque anni dalla sua morte per avviare il processo verso la canonizzazione.
Un processo che, stando all’iter normale, prevede prima del riconoscimento della santità (la canonizzazione), la semplice beatificazione.
Oggi (a due anni esatti dalla sua morte), con una solenne cerimonia nella basilica di San Giovanni in Laterano e un messa presieduta dal papa in piazza San Pietro, sarà la fase diocesana del processo che porta alla beatificazione di Wojtyla a chiudersi.
Dalla diocesi di Roma l’incartamento passerà nelle mani della congregazione vaticana per le cause dei santi che dovrebbe valutare il tutto e a tempo debito proclamare Karol Wojtyla beato.
L’altro ieri il cardinale Camillo Ruini su Raiuno ha spiegato come il grido della folla di piazza San Pietro che, poco dopo la scomparsa di papa Giovanni Paolo II, lo voleva “santo subito” venne raccolto «dai cardinali che scrissero una lettera» poco prima del conclave perché fosse avviato subito il processo di canonizzazione.
La lettera – ha spiegato il vicario del papa per la città di Roma – «me la consegnarono entrando in conclave».
E, in effetti, il processo partì subito (senza, come detto, l’attesa dei cinque anni da far passare dalla sua morte), ma da qui in poi pare che tra i sacri palazzi si sia formata la convinzione di far procedere le cose con lo stesso metodo che si adottò per madre Teresa di Calcutta. Quando il 5 settembre 1997 madre Teresa morì, da più parti si chiese che si abbreviasse il processo verso la santità. Wojtyla concesse soltanto che, due anni dopo la sua morte, si aprisse il processo di canonizzazione tanto che il 19 ottobre del 2003 ella divenne beata.
Ma anche nel suo caso ulteriori dispense non vennero concesse. Anzi, la maggior parte dei capi dicastero della curia romana, interrogati via lettera sul da farsi, dissero che era meglio non forzare i tempi per non creare precedenti. È più o meno lo stesso giudizio che il Vaticano ha oggi nei confronti del processo di Wojtyla.
In questo anno e mezzo di processo diocesano, sono stati ascoltati circa 130 testimoni.
Una commissione di storici ha vagliato una mole di scritti privati, appunti, testi per esercizi spirituali, conferenze.
La commissione storica ha lavorato a Cracovia e a Roma e ha steso la relazione finale.
Parallelamente è andata avanti la procedura per l’accertamento del miracolo (necessario per la beatificazione), effettuato con una perizia psichiatrica e una calligrafica su una suora francese, Marie-Simon-Pierre, che sostiene di essere stata guarita miracolosamente per intercessione di Wojtyla dopo che nel giugno del 2001 le era stato diagnosticato il Parkinson.
Allora aveva 44 anni. «Il primo giugno – ha spiegato la suora – non riuscivo neppure a stare in piedi, e la madre superiora mi incoraggiò, chiedendomi di attendere il suo ritorno da un viaggio a Lourdes, perché, disse, “Giovanni Paolo II non ha ancora compiuto il suo lavoro”». Quindi la superiora «mi chiese di scrivere “Giovanni Paolo II” su un foglietto. Scrissi con difficoltà e la scritta apparve illeggibile».
«Alle nove di sera sentii il bisogno di scrivere; erano passati esattamente due mesi da quando Giovanni Paolo II era tornato alla casa del Padre. Scrissi ancora un po’, a fatica, poi andai a letto. Mi svegliai alle 4.30 del mattino, stupita di essere riuscita a dormire, subito saltai giù dal letto, perché il mio corpo non era più dolente né rigido, non ero più la stessa». Da subito «la mia mano sinistra non tremava più, potevo di nuovo scrivere e smisi di prendere le medicine».
I sintomi della malattia, insomma, erano scomparsi.
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