Ottantanni di un papa che sfida la lettura intramondana del Concilio

È quest’oggi il giorno dell’ottantesimo compleanno di Benedetto XVI, il papa della corretta interpretazione del concilio Vaticano II.
Che altro? Tante cose, tante parole potrebbero definire il pontefice tedesco eletto il 19 aprile 2005 successore di Karol “il Magno”, ma è senz’altro in questo tentativo di portare la Chiesa, tutta la Chiesa, a comprendere nel giusto modo cosa sia stato il Vaticano II (riforma della Chiesa ma non discontinuità col passato) che l’intero pontificato di Ratzinger sembra poter essere guardato nel suo senso più profondo.
Si tratta di una comprensione che il papa ritiene oggi indispensabile se è vero che, innanzitutto nella Chiesa, persiste una lettura “intramondana” dei lavori conciliari chiusisi ufficialmente il 7 dicembre 1965.
Una lettura ritenuta pericolosa perché, come ha spiegato lo stesso Ratzinger in uno dei suoi discorsi più importanti di questi suoi primi due anni di pontificato - quello rivolto alla curia romana il 22 dicembre del 2005 - ha voluto mostrare, col beneplacito dei media, come i risultati del concilio segnino una spaccatura, una rottura con quella che è la traditio ecclesiae, come se il rinnovamento della Chiesa proposto nel Vaticano II non debba svolgersi in continuità con la storia passata.
Questa inesatta ermeneutica secondo la quale lo “spirito” di apertura al mondo del concilio sarebbe più importante dei suoi testi i quali, a onor del vero, parlano di una Chiesa che deve andare incontro al mondo ma senza però tradire se stessa, si è affermata principalmente all’interno della cosiddetta “scuola di Bologna”, quella linea di pensiero ecclesiale che si rifà a Giuseppe Dossetti e che ha avuto e ha continuatori ancora oggi sia tra le schiere dei politici che tra quelle degli ecclesiastici.
Si tratta in sostanza di una scuola profondamente anti-romana e che, nei fatti, altro non costituisce se non una sorta di protestantizzazione del cattolicesimo.
Anche perché, dove altro può portare una lettura del concilio svolta esclusivamente con categorie sociologiche e non con categorie teologiche?
Dove altro può portare una lettura che tende a vedere l’ultimo concilio (il Vaticano II appunto) come l’unico valido e come se tutti i precedenti non esistessero? Dove può portare una lettura che guarda al Vaticano II senza tenere conto del Vaticano I e addirittura dimenticando che l’autore più citato nel Vaticano II è papa Pio XII?
Oggi - ed è forse anche per questi motivi che Benedetto XVI insiste tanto per riportare la Chiesa ad una corretta lettura del Vaticano II e dunque su binari più in sintonia con la bimillenaria traditio ecclesiae - l’interpretazione diffusa dai seguaci di Dossetti è ripresa a mani basse da tante riviste e case editrici cattoliche, è ripresa e rivive all’interno della stessa formazione ecclesiastica propugnata i tanti seminari e viene assunta in toto anche in tanti ministeri di taluni vescovi italiani.
Il papa è consapevole che la verità non è il risultato dei pensieri delle maggioranze e proprio per questo motivo si sta spendendo per riportare la Chiesa là dove deve stare: salda attorno alla fede in Gesù Cristo e alla tradizione che di questa fede ne è come il risultato. E in questo senso, il probabile ritorno della messa col rito di San Pio V (che per la verità mai fu abolito dai lavori conciliari) potrebbe costituire un segno di rispetto verso un armonico cammino.
Oggi Benedetto XVI compie 80 anni, un compleanno parecchio diverso dagli 80 anni che il 18 maggio del 2000 festeggiò Giovanni Paolo II. Allora, a causa dei tanti anni passati alla guida della Chiesa e soprattutto a motivo delle difficili condizioni fisiche, qualcuno ventilò la possibilità che Wojtyla si dimettesse.
Oggi, con Ratzinger, ovviamente nessuno ne parla anche perché l’attuale pontefice riesce a centellinare bene i propri impegni e a risparmiarsi fisicamente.
Benedetto XVI è un uomo di continuità con Wojtyla ma per molti versi di novità: maggiore è la sottolineatura nel suo ministero dell’aspetto contenutistico rispetto a quello mass-mediatico. Eppure, è un papa che attira parecchio i fedeli se è vero che le piazze dove parla non hanno subíto ridimensionamenti numerici dopo la morte di Giovanni Paolo II, ma al contrario si sono ripopolate maggiormente.
Nella mancanza di modelli di vita adeguati, soprattutto nel cedimento della ragione in superstizione laicista o in razionalismo irrazionale, il papa è oggi per molti un punto di riferimento indispensabile.
Il pontefice vive al terzo piano del palazzo apostolico dove ha creato una vera e propria famiglia con le quattro Memores Domini che sbrigano le faccende di casa e i due fedeli segretari.
A fianco del pontefice c’è poi, come suo primo collaboratore e soprattutto amico, il cardinal Tarcisio Bertone, incaricato di tradurre in governo operativo la sua visione ecclesiale. Figlio di quel don Bosco che un giorno sognò la nave della Chiesa che, guidata da Pietro fra i flutti tempestosi e le cannonate dei nemici, riesce ad ancorarsi miracolosamente salva alle colonne dell’eucaristia e dell’Immacolata, Bertone è un segretario di Stato voluto fortemente in quel ruolo da Ratzinger. Si dice sia più pastore che diplomatico. In realtà è innanzitutto persona di cui il papa si può fidare, prelato che per anni ha affiancato Ratzinger nella conduzione della congregazione per la dottrina della fede. A lui nelle prossime settimane spetterà mettere in pratica una serie (molto numerosa) di nomine importanti decise dal papa per la curia romana.

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