Il Gesù di Ratzinger non è quello di Cacciari e Garrone
14 aprile 2007 -
Un tomista, uno gnostico e un teologo valdese sono entrati ieri tra le sacre mura vaticane per presentare il primo libro a firma Joseph Ratzinger – “Gesù di Nazaret” (Rizzoli, 446 pagine, 19,50 Euro) – e la Chiesa, almeno una parte dei fedeli e delle gerarchie ecclesiastiche, ha guardato non senza qualche perplessità alla scelta che si dice essere stata principalmente della casa editrice con l’avvallo di qualche esponente della segreteria di Stato vaticana (non ovviamente il cardinale Bertone che ieri non era significativamente presente) e pare anche del presidente della Libreria Editrice Vaticana, monsignor Giuseppe Scotti, di far parlare di un libro del papa all’interno del Vaticano un trio così variegato ed eterogeneo.
Per carità – sono alcune delle voci più critiche che aleggiavano ieri nei sacri palazzi -, è vero che è stato lo stesso pontefice a chiedere di leggere il libro e quindi anche eventualmente di criticarlo non essendo il testo un atto magisteriale quanto «unicamente l’espressione della mia ricerca personale del volto di Cristo», ma vedere che il primo libro del papa (o meglio del cardinale Ratzinger prima che di Benedetto XVI, come lascia supporre la successione dei due nomi in copertina) venga presentato da un filosofo (Massimo Cacciari) che soltanto poche settimane fa ha criticato pesantemente il discorso del papa rivolto alla Commissione degli episcopati dell’Unione europea e da un protestante (il teologo valdese Daniele Garrone) che per ovvie ragioni è da sempre critico con le parole del pontefice (e quindi fedele a se stesso), fa un certo effetto.
Sul tomista, ovviamente, nulla da eccepire nella Santa Sede. Il cardinale boemo arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn (62 anni), infatti, è porporato di sana dottrina, in piena sintonia con la Chiesa e il pontefice.
Domenicano appartenente alla linea tomista, Schönborn è nome di tutto prestigio, ha aiutato Ratzinger nei lavori di stesura del catechismo della Chiesa cattolica (uscito nel 1992) e del suo compendio (uscito nel 2005), e ha garantito al dibattito intorno al libro del papa competenza e proprietà di contenuti.
Per lui il libro cade a fagiolo soprattutto perché è oggi arrivato il tempo che a parlare di Gesù sia innanzitutto chi ne ha competenza.
L’accusa, ovviamente, non è verso i due relatori seduti ieri a mo’ di due angeli custodi (o dei due ladroni in croce, dipende dai punti di vista) uno alla sua sinistra, l’altro alla sua destra, ma è contro quelle «scoperte apparentemente nuove» messe in vendita «senza pausa» «sul pubblico mercato mediatico», scoperte «che dovrebbero rivelare una storia completamente diversa del Gesù di Nazaret».
Mentre invece «dimostrare la credibilità storica dei Vangeli e la loro immagine di Gesù» è lo scopo principale del libro di Benedetto XVI, secondo il quale «le innumerevoli immagini fantasiose di Gesù come un rivoluzionario, un mite riformatore, come l’amante segreto di Maria Maddalena ecc., si possono tranquillamente depositare nell’ossario della storia». Proprio lì, né più né meno.
«In fondo tutto il libro – ha concluso Schönborn – è un unico tentativo sinfonico di comprovare la coerenza della figura di Gesù», attraverso uno «sguardo universale sulla società, sulle sfide intellettuali, sociali, politiche del nostro tempo».
Una coerenza, quella tra Gesù e le sfide del nostro tempo, guardata non allo stesso modo dagli altri due relatori invitati al tavolo della discussione per i quali, in sostanza, la fede cristiana è chiamata oggi a fare un passo indietro rispetto alle sfide contemporanee e ritirarsi o in una credenza di stampo tipico del protestantesimo valdese, una fede senza Chiesa, oppure in una fede (quella di Cacciari) che non vuole dare credito al fatto che il Regno di Dio si possa concretizzare in questo mondo.
Una fede, dunque, che guarda con imbarazzo ogni sua implicazione politica e sociale.
Forse definire gnostico Massimo Cacciari è troppo, ma è soprattutto il suo pensiero sul cristianesimo così tenente a presentare la figura di Gesù quale uomo separato da Cristo e in sostanza identico al Superuomo di Nietzsche, a dare spago a tale visione.
E, inoltre, sono soprattutto le sue ultime dichiarazioni in merito al discorso del papa dello scorso 24 marzo rivolto all’episcopato europeo a far storcere il naso a coloro che hanno ritenuto la sua presenza in Vaticano quantomeno singolare.
Cacciari, poche settimane fa, aveva bollato come reazionarie le parole rivolte da Benedetto XVI a un’Europa condannata all’apostasia da se stessa più che da Dio in quanto incapace di proporre valori assoluti.
Il teologo valdese Garrone è entrato in Vaticano poco meno di mille anni dopo che – era il 1179 – altri due valdesi vi entrarono, cercando di risolvere i problemi del loro movimento con l’ordinario diocesano.
Non ottennero quanto volevano e furono scomunicati nel 1215. «Il mio collega Giovanni Luigi Pascale – ha detto ieri Garrone – fu portato in questa cornice per essere processato e arso».
Non senza un certo imbarazzo (e qualche risata) dei presenti – in prima fila molti cardinali, Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, il segretario del papa don Georg Gänswein rimasto soltanto pochi minuti per ragioni di cortesia – il teologo protestante ha poi spiegato come il più grande pericolo per la Chiesa ancora oggi risieda non nel mondo esterno, quanto «nei suoi predicatori».
A tutti e – all’opposto rispetto a Garrone e Cacciari – rispondono le parole contenute nel libro del papa, un testo scritto durante le vacanze estive del 2003, ancora in quelle del 2004 e poi nei ritagli di tempo nel corso di questi due anni di pontificato.
Un libro sulla vita di Gesù dal battesimo nel Giordano fino alla trasfigurazione e che sarà seguito da un secondo relativo alla sua infanzia.
Un testo denso e articolato, non propriamente immediato, e in cui si chiede alla Chiesa – in uno dei capitoli più duri – di imparare dalla caduta del marxismo che concentrandosi sui bisogni materiali ha dimenticato Dio.
«Il pane è importante – ha scritto il papa -, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è la costante fedeltà a Dio e l’adorazione mai tradita».
E poi l’accusa agli aiuti dell’Occidente verso i paesi in via di sviluppo. Sono aiuti «basati su principi meramente tecnico-materiali che non solo hanno lasciato da parte Dio, ma hanno anche allontanato gli uomini da Lui con l’orgoglio della loro saccenteria hanno fatto del Terzo mondo il Terzo mondo in senso moderno».
All’uomo, scrive il papa, viene incontro Gesù, quello dei Vangeli che è “il Gesù reale”, il “Gesù storico” in senso vero e proprio: «Io ritengo – ha scritto – che proprio questo Gesù, quello dei Vangeli, sia una figura storicamente sensata e convincente».
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