Deputati e senatori relegati in un “recinto” sotto il palco (cioè in un settore loro interamente dedicato) per evitare interferenze inattese con lo svolgersi dell’evento che, a detta degli organizzatori, tutto vuol essere tranne che un spot politico.
Paola Rivetta (la giornalista del Tg5 che la sera in cui papa Wojtyla morì pianse in diretta tv mentre leggeva l’ultimo bollettino medico di Navarro Valls) e Alessandro Zaccuri (giornalista “come si deve” vista la duplice collaborazione con il quotidiano dei vescovi Avvenire e la tv, anch’essa dei vescovi, Sat2000) incaricati di condurre lo show.
Due cantanti d’eccezione – almeno così sosteneva l’altro ieri un’autorevole agenzia – a tenere allegri grandi e piccini.
Per i primi Antonella Ruggiero, l’ex voce dei Matia Bazar ed eterna seconda al Festival di Sanremo; per i secondi Giuseppe Povia prima maniera, quello, per intenderci, de «i bambini fanno oh», poi vincitore di una tra le edizioni sanremesi meno apprezzate dalla critica con “Vorrei avere il becco”.
Poi una compagnia che intrattiene gli astanti ballando la breakdance – proprio così, la danza acrobatica nata alla fine degli anni ’60 tra i giovani afroamericani del South Bronx – e un’altra proveniente da tutt’altra cultura e tradizione, direttamente da Dublino, per intonare canti tipici della cattolica Irlanda.
Quindi una sorpresona che non ha un nome né un cognome definito ma che sarebbe destinata, se andrà in porto l’ingaggio del misterioso personaggio, a far parlare di sé per giorni e giorni.
Infine, last but not least, i vescovi: quelli che per volere delle gerarchie della Cei non saranno presenti fisicamente ma soltanto col cuore (la maggior parte), quelli che pur non essendo presenti hanno deciso di sottolineare l’importanza dell’evento annullando ogni altra attività prevista in diocesi per quel giorno (si segnala tra questi il patriarca di Venezia), e quelli che hanno qualche pena a pubblicizzare l’evento se è vero (come è vero) che sul settimanale on line della diocesi di Milano (www.incrocinews.it) fino a tre giorni fa dell’iniziativa non si faceva alcun cenno.
Poi – pare – qualcuno abbia fatto notare la cosa e l’avviso ha fatto la sua comparsa, accompagnato con un esplicito “segnaliamo”.
Di cosa stiamo parlando? Del Family Day – ovviamente – o meglio, del Più Famiglia, la kermesse cattolica («laica e di popolo», dicono gli organizzatori) in scena il 12 maggio in piazza San Giovanni a Roma.
Manifestazione pro famiglia, mica anti Dico. Davvero non anti Dico? Giusto l’altro ieri uno dei due testimonial dell’evento – Savino Pezzotta – ha spiegato all’agenzia dei vescovi italiani, il Sir, come «la manifestazione dice no ai Dico e a ogni forma di simil-matrimonio e sì alla centralità della famiglia e a una legislazione organica che la promuova».
Quindi «l’adesione – ha detto ancora Pezzotta – implica l’accettazione del manifesto Più famiglia e dei principi che esso veicola, e si deve trasformare in una concreta azione politica coerente con quei principi».
Per tornare al programma dell’evento, Povia, se sarà confermata la sua presenza, intratterrà i più piccoli.
I quali – si dice – negli asili italiani insieme alle loro maestre non cantano più «Ci son due coccodrilli» o «Nella vecchia fattoria».
Ma, a squarciagola: «Quando i bambini fanno oh, c’è un topolino… E mi vergogno un po’…».
Ma non si vergogna per nulla, Povia, di essere al Family Day anche perché, a conti fatti, il suo tour in partenza questo sabato difficilmente raggiungerà un pubblico delle dimensioni di quello del 12 maggio.
Al concerto del primo maggio, invece, il suo nome non compare nella lista degli invitati e allora tanto meglio avere la scena tutta per sé, nella prima vera e propria Woodstock cattolica “de’ noantri”.
Oltre ai bambini, dunque, gli adulti, i vescovi che ci saranno col cuore ma rimarranno fisicamente in diocesi, poi i politici nel loro “recinto” e la piazza lasciata al popolo dei movimenti e delle associazioni cattoliche.
Tra queste, il Rinnovamento nello Spirito – milioni di fedeli in tutto il mondo – che giusto ieri ha fatto sapere che si sta preparando al Family Day con un convegno a Rimini intitolato “E io beneDico la famiglia”. Così, tanto per giocare sul significato autentico dell’evento: pro famiglia oppure anti Dico, dipende dai punti di vista.
Cattolici incerti tra il “benedettino” Sarkozy e Sègolène Royal educata da “certi valori”
Adesso, per i cattolici d’Oltralpe, si tratta di scegliere il male minore, o meglio, di decidere chi tra Nicolas Sarkozy e Sègolène Royal sarà in grado di rappresentare meglio le proprie istanze all’Eliseo.
La Chiesa francese, quella ufficiale, quella delle gerarchie e della conferenza episcopale guidata dal “Bagnasco francese”, ovvero l’arcivescovo di Bordeaux, il cardinale Jean-Pierre Ricard, non si è mai espressa in questi mesi di campagna elettorale per qualcuno.
Anche se guardava con qualche interesse (e forse con speranza) al leader centrista e dichiaratamente cattolico François Bayrou, l’azione della Chiesa pre-elezioni si è limitata alla sottolineatura – attraverso un comunicato dello stesso Ricard – di come fosse necessario votare il candidato il cui programma fosse più vicino ad una certa visione dell’uomo e della società, non soltanto rispetto alla famiglia, al matrimonio, all’ecologia e alla vita in generale, ma anche e soprattutto rispetto al problema delle migrazioni (e quindi dell’immigrazione), fenomeno che – ha spiegato Ricard – chiede nuove e diverse politiche socio-economiche.
Fenomeno che ha costretto e costringe i candidati per l’Eliseo a venire allo scoperto in merito a un tema in Francia, come in tutta Europa, per nulla secondario: le religioni e l’accoglienza che ai seguaci di queste si vuole riservare.
E quindi, per quanto riguarda la Francia, i nodi ancora non risolti della presenza islamica nel paese, delle radici cristiane che Oltralpe, in altri tempi, non necessitavano di riconoscimenti perché riconoscerle era scontato, della corretta interpretazione della laicità dello Stato in rapporto proprio al ruolo di ogni appartenenza religiosa.
A tal riguardo la Chiesa francese (gerarchia e popolo insieme) guarda non con soddisfazione ai dodici anni del doppio mandato di Jacques Chirac.
Dodici anni deludenti perché se è vero che egli ha provato a mostrarsi vicino alla Chiesa cattolica e alle sue tradizioni (simbolica in questo senso l’entrata nel 1996 nella basilica di San Giovanni in Laterano per prendere possesso, come è diritto di ogni presidente francese, del titolo di “primo e unico onorario” della basilica), è altrettanto vero che quando si è trattato di difendere le radici cristiane dell’Europa e, insieme, il valore della Chiesa cattolica nella vita dei paesi, è stato proprio Chirac, tra i leader europei, a opporsi in modo più strenuo.
Il conservatore Nicolas Sarkozy, invece, si è mostrato sulla carta più disponibile verso le istanze della Chiesa. A parte il diverbio in merito alla genesi dell’omosessualità (Sarkozy, dopo che si era detto contrario all’equiparazione delle coppie gay al matrimonio eterosessuale, definì «scioccante» la posizione della Chiesa che ritiene l’omosessualità un peccato in quanto, a suo avviso, questa potrebbe essere determinata da cause genetiche), è su uno dei temi tra i più dibattuti in campagna elettorale, quella della laicità, che è riuscito a toccare le corde dell’elettorato cattolico e dunque di gran parte delle gerarchie ecclesiastiche.
Lo ha fatto citando quali riferimenti ed esempi da seguire per la propria politica sia Charles De Gaulle che Giovanni Paolo II.
Lo ha fatto spiegando di voler ritoccare (in meglio) la legge sulla laicità del 1905 andando a incentivare, se necessario, gli investimenti per il culto. Certo, il culto di tutte le religioni – islam compreso – ma anche (se lo augura la Chiesa) il culto della religione cattolica.
La candidata socialista Sègolène Royal, invece, è vista da gran parte dei francesi e anche da una fetta di fedeli cattolici comunque come persona rassicurante, capace di unire rinunciando a dividere.
Hanno fatto piacere le sue dichiarazioni circa l’educazione cattolica ricevuta in adolescenza e l’attaccamento ai valori da questa educazione ricevuti.
Le parole spese per una religione che sappia sempre più rimanere confinata nella sfera della vita privata lasciando che siano i singoli fedeli a decidere autonomamente sulle scelte fondamentali, è piaciuta soprattutto a quella parte di Chiesa dalle idee più progressiste e meno tradizionaliste.
Certo, la necessità oggi, in vista del ballottaggio previsto tra due settimane, di raccattare i voti della sinistra più radicale è probabile possa convincere i cattolici a non votare per lei. Eppure, ci sono anche i voti del centrista François Bayrou da cercare di guadagnare e molti di questi sono voti di cattolici praticanti che – tutto può essere – non è escluso all’ultimo momento possano decidersi per la laicità della socialista Royal invece che per quella sulla carta più vicina alla loro sensibilità di Sarkozy, conservatore e, a parole, più affidabile di quanto non lo sia stato Jacques Chirac in dodici anni.
Ma la scelta di Sarkozy di recarsi in visita, il giorno dopo l’investitura del partito, all’abbazia benedettina di Mont-Saint-Michel, riesce ancora a fare breccia nel cuore di molti fedeli.
