Se al Family Day fanno Oh con Povia

Deputati e senatori relegati in un “recinto” sotto il palco (cioè in un settore loro interamente dedicato) per evitare interferenze inattese con lo svolgersi dell’evento che, a detta degli organizzatori, tutto vuol essere tranne che un spot politico.
Paola Rivetta (la giornalista del Tg5 che la sera in cui papa Wojtyla morì pianse in diretta tv mentre leggeva l’ultimo bollettino medico di Navarro Valls) e Alessandro Zaccuri (giornalista “come si deve” vista la duplice collaborazione con il quotidiano dei vescovi Avvenire e la tv, anch’essa dei vescovi, Sat2000) incaricati di condurre lo show.
Due cantanti d’eccezione - almeno così sosteneva l’altro ieri un’autorevole agenzia - a tenere allegri grandi e piccini.
Per i primi Antonella Ruggiero, l’ex voce dei Matia Bazar ed eterna seconda al Festival di Sanremo; per i secondi Giuseppe Povia prima maniera, quello, per intenderci, de «i bambini fanno oh», poi vincitore di una tra le edizioni sanremesi meno apprezzate dalla critica con “Vorrei avere il becco”.
Poi una compagnia che intrattiene gli astanti ballando la breakdance - proprio così, la danza acrobatica nata alla fine degli anni ’60 tra i giovani afroamericani del South Bronx - e un’altra proveniente da tutt’altra cultura e tradizione, direttamente da Dublino, per intonare canti tipici della cattolica Irlanda.
Quindi una sorpresona che non ha un nome né un cognome definito ma che sarebbe destinata, se andrà in porto l’ingaggio del misterioso personaggio, a far parlare di sé per giorni e giorni.
Infine, last but not least, i vescovi: quelli che per volere delle gerarchie della Cei non saranno presenti fisicamente ma soltanto col cuore (la maggior parte), quelli che pur non essendo presenti hanno deciso di sottolineare l’importanza dell’evento annullando ogni altra attività prevista in diocesi per quel giorno (si segnala tra questi il patriarca di Venezia), e quelli che hanno qualche pena a pubblicizzare l’evento se è vero (come è vero) che sul settimanale on line della diocesi di Milano (www.incrocinews.it) fino a tre giorni fa dell’iniziativa non si faceva alcun cenno.
Poi - pare - qualcuno abbia fatto notare la cosa e l’avviso ha fatto la sua comparsa, accompagnato con un esplicito “segnaliamo”.
Di cosa stiamo parlando? Del Family Day - ovviamente - o meglio, del Più Famiglia, la kermesse cattolica («laica e di popolo», dicono gli organizzatori) in scena il 12 maggio in piazza San Giovanni a Roma.
Manifestazione pro famiglia, mica anti Dico. Davvero non anti Dico? Giusto l’altro ieri uno dei due testimonial dell’evento - Savino Pezzotta - ha spiegato all’agenzia dei vescovi italiani, il Sir, come «la manifestazione dice no ai Dico e a ogni forma di simil-matrimonio e sì alla centralità della famiglia e a una legislazione organica che la promuova».
Quindi «l’adesione - ha detto ancora Pezzotta - implica l’accettazione del manifesto Più famiglia e dei principi che esso veicola, e si deve trasformare in una concreta azione politica coerente con quei principi».
Per tornare al programma dell’evento, Povia, se sarà confermata la sua presenza, intratterrà i più piccoli.
I quali - si dice - negli asili italiani insieme alle loro maestre non cantano più «Ci son due coccodrilli» o «Nella vecchia fattoria».
Ma, a squarciagola: «Quando i bambini fanno oh, c’è un topolino… E mi vergogno un po’…».
Ma non si vergogna per nulla, Povia, di essere al Family Day anche perché, a conti fatti, il suo tour in partenza questo sabato difficilmente raggiungerà un pubblico delle dimensioni di quello del 12 maggio.
Al concerto del primo maggio, invece, il suo nome non compare nella lista degli invitati e allora tanto meglio avere la scena tutta per sé, nella prima vera e propria Woodstock cattolica “de’ noantri”.
Oltre ai bambini, dunque, gli adulti, i vescovi che ci saranno col cuore ma rimarranno fisicamente in diocesi, poi i politici nel loro “recinto” e la piazza lasciata al popolo dei movimenti e delle associazioni cattoliche.
Tra queste, il Rinnovamento nello Spirito - milioni di fedeli in tutto il mondo - che giusto ieri ha fatto sapere che si sta preparando al Family Day con un convegno a Rimini intitolato “E io beneDico la famiglia”. Così, tanto per giocare sul significato autentico dell’evento: pro famiglia oppure anti Dico, dipende dai punti di vista.

Cattolici incerti tra il “benedettino” Sarkozy e Sègolène Royal educata da “certi valori”

Adesso, per i cattolici d’Oltralpe, si tratta di scegliere il male minore, o meglio, di decidere chi tra Nicolas Sarkozy e Sègolène Royal sarà in grado di rappresentare meglio le proprie istanze all’Eliseo.
La Chiesa francese, quella ufficiale, quella delle gerarchie e della conferenza episcopale guidata dal “Bagnasco francese”, ovvero l’arcivescovo di Bordeaux, il cardinale Jean-Pierre Ricard, non si è mai espressa in questi mesi di campagna elettorale per qualcuno.
Anche se guardava con qualche interesse (e forse con speranza) al leader centrista e dichiaratamente cattolico François Bayrou, l’azione della Chiesa pre-elezioni si è limitata alla sottolineatura - attraverso un comunicato dello stesso Ricard - di come fosse necessario votare il candidato il cui programma fosse più vicino ad una certa visione dell’uomo e della società, non soltanto rispetto alla famiglia, al matrimonio, all’ecologia e alla vita in generale, ma anche e soprattutto rispetto al problema delle migrazioni (e quindi dell’immigrazione), fenomeno che - ha spiegato Ricard - chiede nuove e diverse politiche socio-economiche.
Fenomeno che ha costretto e costringe i candidati per l’Eliseo a venire allo scoperto in merito a un tema in Francia, come in tutta Europa, per nulla secondario: le religioni e l’accoglienza che ai seguaci di queste si vuole riservare.
E quindi, per quanto riguarda la Francia, i nodi ancora non risolti della presenza islamica nel paese, delle radici cristiane che Oltralpe, in altri tempi, non necessitavano di riconoscimenti perché riconoscerle era scontato, della corretta interpretazione della laicità dello Stato in rapporto proprio al ruolo di ogni appartenenza religiosa.
A tal riguardo la Chiesa francese (gerarchia e popolo insieme) guarda non con soddisfazione ai dodici anni del doppio mandato di Jacques Chirac.
Dodici anni deludenti perché se è vero che egli ha provato a mostrarsi vicino alla Chiesa cattolica e alle sue tradizioni (simbolica in questo senso l’entrata nel 1996 nella basilica di San Giovanni in Laterano per prendere possesso, come è diritto di ogni presidente francese, del titolo di “primo e unico onorario” della basilica), è altrettanto vero che quando si è trattato di difendere le radici cristiane dell’Europa e, insieme, il valore della Chiesa cattolica nella vita dei paesi, è stato proprio Chirac, tra i leader europei, a opporsi in modo più strenuo.
Il conservatore Nicolas Sarkozy, invece, si è mostrato sulla carta più disponibile verso le istanze della Chiesa. A parte il diverbio in merito alla genesi dell’omosessualità (Sarkozy, dopo che si era detto contrario all’equiparazione delle coppie gay al matrimonio eterosessuale, definì «scioccante» la posizione della Chiesa che ritiene l’omosessualità un peccato in quanto, a suo avviso, questa potrebbe essere determinata da cause genetiche), è su uno dei temi tra i più dibattuti in campagna elettorale, quella della laicità, che è riuscito a toccare le corde dell’elettorato cattolico e dunque di gran parte delle gerarchie ecclesiastiche.
Lo ha fatto citando quali riferimenti ed esempi da seguire per la propria politica sia Charles De Gaulle che Giovanni Paolo II.
Lo ha fatto spiegando di voler ritoccare (in meglio) la legge sulla laicità del 1905 andando a incentivare, se necessario, gli investimenti per il culto. Certo, il culto di tutte le religioni - islam compreso - ma anche (se lo augura la Chiesa) il culto della religione cattolica.
La candidata socialista Sègolène Royal, invece, è vista da gran parte dei francesi e anche da una fetta di fedeli cattolici comunque come persona rassicurante, capace di unire rinunciando a dividere.
Hanno fatto piacere le sue dichiarazioni circa l’educazione cattolica ricevuta in adolescenza e l’attaccamento ai valori da questa educazione ricevuti.
Le parole spese per una religione che sappia sempre più rimanere confinata nella sfera della vita privata lasciando che siano i singoli fedeli a decidere autonomamente sulle scelte fondamentali, è piaciuta soprattutto a quella parte di Chiesa dalle idee più progressiste e meno tradizionaliste.
Certo, la necessità oggi, in vista del ballottaggio previsto tra due settimane, di raccattare i voti della sinistra più radicale è probabile possa convincere i cattolici a non votare per lei. Eppure, ci sono anche i voti del centrista François Bayrou da cercare di guadagnare e molti di questi sono voti di cattolici praticanti che - tutto può essere - non è escluso all’ultimo momento possano decidersi per la laicità della socialista Royal invece che per quella sulla carta più vicina alla loro sensibilità di Sarkozy, conservatore e, a parole, più affidabile di quanto non lo sia stato Jacques Chirac in dodici anni.
Ma la scelta di Sarkozy di recarsi in visita, il giorno dopo l’investitura del partito, all’abbazia benedettina di Mont-Saint-Michel, riesce ancora a fare breccia nel cuore di molti fedeli.

Ratzinger nella Lombardia “dissidente” di Martini e Tettamanzi

Benedetto XVI, quest’oggi, inizia una visita lampo nelle diocesi di Vigevano e Pavia.
Due giorni (domani è previsto il ritorno a Roma) per rendere omaggio a sant’Agostino, i cui resti sono conservati da più di 1200 anni nella basilica pavese di San Pietro in Ciel d’Oro.
Due giorni per incontrare i fedeli di due diocesi di una regione, la Lombardia, per tradizione feconda di vocazioni sacerdotali.
Per tradizione appunto, ma non così oggi: i seminari delle sue roccaforti (Milano ma anche Bergamo, Brescia e Como) sono da almeno quindici anni, per numero di seminaristi, al minimo storico.
Per quanto riguarda Milano, non se ne può fare una colpa al cardinale Carlo Maria Martini né al suo successore Dionigi Tettamanzi e neppure alla linea ecclesiale che entrambi hanno provato a perseguire.
Una linea che - con l’avvallo di quella parte del mondo cattolico militante oggi soprattutto nelle file del centro sinistra - ritiene che sia il tempo di una Chiesa più votata al dialogo sempre e comunque e magari disposta anche a fare compromessi con le istanze del mondo cosiddetto laico.
Una Chiesa che, recentemente e ancora per voce dello stesso Martini, ha avuto toni diversi da quelli usati dal papa: con un articolo apparso un anno fa su L’Espresso e un’altro lo scorso gennaio sul Sole, l’ex arcivescovo di Milano disse la sua su fecondazione artificiale, embrioni, aborto, eutanasia e anche sull’eventuale legalizzazione delle coppie di fatto spiegando come, su questi temi, alla Chiesa non servano i divieti e i no, soprattutto se prematuri.
Sul calo delle vocazioni Tettamanzi e Martini non hanno probabilmente alcuna colpa.
Ma quello che con la visita a Pavia e Vigevano il papa vuole sottolineare è innanzitutto la necessità che la Chiesa lombarda torni a fondarsi sugli insegnamenti dei suoi padri, Ambrogio e Carlo innanzitutto, e in particolare su l’ecclesiologia di comunione che fu propria di Agostino.
Una impostazione cui Ratzinger è particolarmente legato, avendola approfondita per la tesi di dottorato del 1953 e, avendola divulgata soprattutto sulle colonne della rivista Communio fondata nel 1972 insieme con Hans Urs von Balthasar e Henri de Lubac.
È un ecclesiologia sottesa all’enciclica Mysticis Corporis di Pio XII, che ha ispirato la riflessione della Lumen Gentium del Vaticano II e che insiste senza paura sul legame indissolubile, tutto agostiniano, esistente tra veritas, caritas e pax.
La carità, insomma, non può essere disgiunta dalla comunicazione della verità.
Riuscirà la Chiesa lombarda a tornare agli antichi splendori?
Si vedrà.
Intanto la Vigevano del vescovo Claudio Baggini e la Pavia del vescovo prediletto del cardinal Martini, Giovanni Giudici, si godono - grazie ad Agostino - l’arrivo del pontefice.
E soprattutto domenica pomeriggio, nella basilica che custodisce i resti di Agostino, un incontro a porte chiuse con il clero locale potrà permettere al papa, a braccio, di dire la sua sul santo d’Ippona, modello da seguire.

Vian analizza Ratzinger e vede l’Osservatore

«Semplificazione, decentramento, servizio, esemplarità. Sulla scia del Vaticano II non separato dalla tradizione e della riforma montiniana sembrano queste le linee ispiratrici delle trasformazioni che Benedetto XVI vuole imprimere alla curia e al volto del papato: semplificando, decentrando, valorizzando le competenze dei singoli organismi (coordinati con efficacia ma non sostituiti dalla Segreteria di Stato), promuovendo una comunione rinnovata tra Roma e le Chiese locali. Grazie al metodo del confronto e della collegialità, adottato per esempio nell’incontro del gennaio 2007 sulla Cina. Un metodo a cui Joseph Ratzinger - da teologo, da vescovo, da cardinale di curia - è rimasto costantemente fedele. Per guardare sempre all’essenziale e al servizio della verità, senza nulla anteporre a Cristo».
Ha spiegato con queste parole (sul primo numero di Vita e Pensiero del 2007), lo storico della Chiesa e ordinario di filologia patristica all’università di Roma “La Sapienza”, Gian Maria Vian, i primi due anni di pontificato di Joseph Ratzinger.
Due anni il cui anniversario cade proprio oggi, 19 aprile.
Due anni in cui, a detta di Vian, il papa ha sì guardato al «rimodellamento dell’organo del governo papale» ma lo ha fatto «all’insegna della semplificazione e del ritorno all’essenziale». Anche perché - lo scrive sempre Vian - i tempi di una riforma generale vera e propria della curia sono molto difficili da ipotizzare: Sisto V riformò la curia nel terzo anno di regno, Pio X e Paolo VI nel quinto di pontificato e nel decimo Giovanni Paolo II.
E infatti, nei prossimi mesi, se è probabile che numerose nomine verranno messe in campo dal pontefice, è altrettanto probabile che molte di esse riguarderanno principalmente posti di seconda fila all’interno dei “ministeri” ecclesiali e cioè quei posti occupati dai segretari e dai sottosegretari, coloro che da vicino supportano i lavori dei prefetti delle congregazioni e dei presidenti dei pontifici consigli.
Eppure, oltre a questi, una nomina per un posto ambito e, insieme, di grande prestigio potrebbe saltare fuori e riguardare proprio lui, lo storico ed esperto di patrologia Gian Maria Vian. Per lui, infatti, pare sia vicino il tempo perché si aprano le porte della direzione dell’Osservatore Romano, il giornale ufficioso della Santa Sede che l’altrettanto storico della Chiesa Mario Agnes dirige dal lontano 1 settembre 1982.
Se le cose andranno davvero così, al giornale vaticano non arriverebbe semplicemente uno studioso fine, competente e stimato personalmente da Ratzinger, ma anche una personalità capace di riportare su carta, “come si deve”, il pensiero della Chiesa.
Così, Vian, ha fatto negli ultimi anni firmando svariati pezzi sul quotidiano Avvenire, dove le firme sono tante e variegate ma la sua, a ben vedere, rimane tra le più lucide e competenti.
Firma lucida e ben allineata anche con gli ultimi diktat ecclesiastici in tema di politiche familiari: anche Vian, infatti, figurò tra i vari personaggi firmatari qualche settimana fa - prima dell’uscita della Nota della Cei sui Dico - di un appello diretto ai vescovi affinché questi si adoperassero per mantenere «chiara e libera la loro impostazione di dottrina e di cultura morale in tema di legislazione familiare».
Se Paolo VI aveva spiegato nel discorso alla curia romana del 21 settembre 1963 come la curia papale abbia la funzione «d’essere custode o eco delle divine verità e di farsi linguaggio e dialogo con gli spiriti umani», poi «di ascoltare e di interpretare la voce del papa e al tempo stesso di non lasciar a lui mancare ogni utile ed obbiettiva informazione», l’avvento di Vian potrebbe giovare a questo scopo.
Perché informare il mondo intorno alle vicende e ai pensieri papali è cosa che necessita competenza e soprattutto conoscenza della storia della Chiesa.
Non si può, infatti, informare senza conoscere chi si è, quale e cosa sia la propria storia.
E uno studioso che di questa storia vive e si nutre quotidianamente non può che cadere a fagiolo.
Certo, se la scelta di Vian venisse confermata, Ratzinger confermerebbe la tendenza di non concedere la direzione del quotidiano vaticano a un giornalista professionista.
Una scelta che si sposa con lo stile dell’attuale pontefice: più riflessivo e divulgatore di contenuti, con meno interesse al mondo strettamente mass-mediatico.

Il debutto di Ruini saggista dietro le quinte

Debutta quest’oggi, in casa, un cardinale Camillo Ruini novello “analista ecclesiale”, studioso e saggista delle vicende che riguardano la Chiesa.
Una veste per certi versi nuova, grazie al maggiore tempo a disposizione “guadagnato” da quando l’episcopato italiano non si trova più in mano sua.
In quella pontificia università lateranense di cui l’ex presidente Cei è gran cancelliere grazie al ruolo di vicario generale del papa per la città di Roma (carica a tutt’oggi mantenuta), egli commenterà le sue due ultime fatiche: la prima dedicata a Giovanni Paolo II (“Alla sequela di Cristo” - Edizioni Cantagalli, 103 pagine, euro 9,90), la seconda a Benedetto XVI (“Verità di Dio e verità dell’uomo” - Edizioni Cantagalli, 70 pagine, euro 7,50).
Due libri brevi ma che significativamente dimostrano la volontà di distinguersi quale porporato addetto alla riflessione ecclesiastica pre e post ventesimo secolo.
Un debutto a cui, a differenza di quanto avvenuto pochi giorni fa in Vaticano in occasione del primo libro scritto (da quando è papa) da Joseph Ratzinger e presentato, non senza qualche mugugno nelle gerarchie ecclesiastiche, dallo gnostico Massimo Cacciari e dal teologo valdese Daniele Garrone (insieme a Christoph Schönborn), egli ha voluto invitare personalità vicine al proprio pensiero: monsignor Rino Fisichella (che farà gli onori di casa), monsignor Giampaolo Crepaldi (segretario del dicastero per la Giustizia e la Pace), monsignor Stanislaw Rylko (a capo del dicastero dei Laici) e Giuliano Ferrara.
Ben prima che Ratzinger accettasse le dimissioni di Ruini dalla guida della Cei - queste furono avanzate già nel 2006 ma si sono concretizzate soltanto lo scorso marzo - il cardinale nativo di Sassuolo pareva già destinato a una terza età (la prima fu quella in cui egli ricoprì il ruolo di vescovo di Reggio Emilia, la seconda quella in cui fu segretario e poi presidente Cei) da spendere come analista delle vicende della Chiesa da dietro le quinte.
E così ha prontamente iniziato a fare, snocciolando con perfetto tempismo una raccolta di interventi precedentemente scritti e dedicati al penultimo e all’ultimo papa.
Ruini pare destinato a rimanere vescovo vicario del papa per la città di Roma almeno per ancora un anno. L’apporto al papa e soprattutto al suo successore alla Cei, Angelo Bagnasco, restano oggi i suoi compiti principali ma non è escluso che altre analisi dedicate magari alla Chiesa italiana verranno da lui pensate, scritte e pubblicate.
Ruini, in fondo, viene chiamato “cardinal Sottile” proprio per il suo argomentare logico e rigoroso, prassi che, come rivela lui stesso all’inizio del libro dedicato a Ratzinger, gli era abituale quando insegnava teologia nella diocesi di Reggio Emilia.
Ruini è oggi colui che meglio di altri può spiegare quel tempo rivoluzionario iniziato nella Chiesa italiana nell’oramai lontano 1985, quando Giovanni Paolo II convocò a Loreto un convegno ecclesiale che doveva fare il punto della situazione dopo le lacerazioni subite dalla società italiana nel ventennio sessanta-settanta.
In quell’occasione Wojtyla chiese ai vescovi una maggiore incidenza della Chiesa italiana nella società e nella vita politica, rifuggendo da una fede relegata esclusivamente alla sfera privata.
Alle parole del papa, rispose in modo sorprendente Ruini, allora vice presidente del comitato preparatorio del convegno oltre che vescovo ausiliare di Reggio Emilia, con un discorso che sancì l’iniziò di una lunga parabola di messa in pratica delle conquiste del concilio Vaticano II anche grazie a un’attenzione maggiormente rivolta ai testi conciliari piuttosto che allo “spirito” dell’intera assise.
Un anno dopo Loreto, il 28 giugno 1986, Wojtyla si ricordò delle parole snocciolate dall’allora giovane Ruini a Loreto e decise di promuoverlo a segretario della Cei.
Più avanti, l’ascesa continuò inarrestabile fino alla nomina nel 1991 a presidente della Cei e, poco dopo, a vicario generale del papa per la diocesi di Roma.
Quest’oggi, al suo fianco, sederà uno dei vescovi della Santa Sede dato in costante ascesa, monsignor Rino Fisichella. Già rettore della Lateranese e cappellano di Montecitorio, di lui nei sacri palazzi si parlò qualche tempo addietro quale possibile nuovo segretario della congregazione per la dottrina della fede retta oggi dal cardinale William Levada.
Oggi, invece, c’è chi lo vede bene al posto di John Michael Miller, segretario della congregazione per l’educazione cattolica.
Prima di lui, infatti, al posto di Miller sono sempre stati dirottati rettori di differenti università pontificie (salesiana, urbaniana e gregoriana).
All’appello manca, insomma, l’università lateranense.

Family day, i vescovi investono sul “politico” Pezzotta

Se la Nota dei vescovi sulla famiglia fondata sul matrimonio e sulle iniziative legislative in materia di unioni di fatto è uscita alla fine del mese scorso soltanto dopo un vivace dibattito tra le differenti posizioni dei membri appartenenti al direttivo Cei - c’era chi spingeva, e in parte c’è riuscito, per un testo leggero e cioè spurio da ogni citazione dei due saggi della congregazione della dottrina della fede ispiratori della stessa Nota - anche l’organizzazione del prossimo Family day del 12 maggio (più che una manifestazione si tratta di un vero e proprio show con probabile diretta Rai) vede al suo interno la spinta di diverse correnti, quelle che vogliono una piazza lasciata del tutto libera di manifestare il proprio sì alla famiglia e, insieme, il proprio “no” ai Dico, e quelle che chiedono anche a livello organizzativo maggiori garanzie perché il popolo non se la prenda troppo manifestamente contro i Dico e quindi contro il governo Prodi.
Due anime che, per quanto attiene il Family day, si confrontano con rispetto, senza esagerati attriti ma comunque manifestando nel merito punti di vista eterogenei.
L’intento di tutti, e soprattutto dei vertici della Cei che seguono a distanza ma con estrema attenzione i lavori di organizzazione, è di non esasperare ulteriormente un clima politico già problematico e dove le posizioni di laici e cattolici sono sovente viste come irrimediabilmente antagoniste.
Ma se lo fossero di meno, chissà, probabilmente la Woodstock cattolica non andrebbe nemmeno in scena.
Comunque, basta scorrere l’elenco delle sigle della associazioni che hanno aderito alla Woodstock di piazza San Giovanni per rendersi conto di come l’intera manifestazione non possa che essere organizzata tenendo conto del fatto che le aree di riferimento politiche sono tante e variegate.
Proprio ieri, i presidenti dei movimenti ecclesiali e delle associazioni cattoliche firmatarie del Manifesto spot della manifestazione, si sono radunate a Roma per prendere importanti decisioni organizzative che vanno dalla scelta del giornalista e dei due conduttori tv incaricati di intrattenere il pubblico durante tutto l’arco dell’evento, fino alle decisioni inerenti alla possibilità o meno di concedere che in piazza vengano srotolati striscioni più o meno esplicitamente anti Dico e striscioni più o meno anti Prodi.
Quanto ai conduttori e al giornalista, pare che nel raduno di ieri si sia deciso esclusivamente di accantonare l’ipotesi di scegliere nomi di prestigio stile Bruno Vespa (ipotesi ventilata ma poi smentita).
L’orientamento sarebbe quello di scegliere due giornaliste, una della Rai, l’altra di Canale 5, che già si occupano di questioni religiose.
Anche se fare ipotesi altro non è che un azzardo, ribadiamo come il nome degli “occhi grandi e sorriso d’angelo” Lorena Bianchetti (direttamente da Domenica In) non possa far altro che continuare a “incombere”.
In ogni caso, la scena sul palco dovrà per forza di cose essere tutta delle associazioni aderenti e soprattutto dei due testimonial, la laica ed ex femminista Eugenia Roccella e il credente ed ex sindacalista Savino Pezzotta.
Quest’ultimo è uomo parecchio vicino alla Cei e anche se il suo impegno per la Fondazione per il Sud è iniziato soltanto da poco, c’è chi scommette su di lui per un importante futuro politico.
Pezzotta era presente al congresso dello scorso weekend dell’Udc a Roma.
L’aria che l’ex segretario della Cisl ha respirato era quella di casa (quando Casini l’ha citato pubblicamente gli applausi si sono sprecati) ma il suo futuro politico (se un futuro ci sarà) non sarà facilmente decifrabile all’interno di un partito di una delle due coalizioni oggi esistenti.
Del resto, lo aveva detto lui stesso durante il lavori del convegno ecclesiale di Verona dello scorso ottobre che oggi, in politica, bisogna necessariamente imparare a lavorare dal basso, facendo sì «i conti con il bipolarismo», ma «uscendo dalle nostalgie per costruire una nuova e plurale presenza dei cattolici nell’impegno politico».
Presenza che non necessariamente fa rima con grande centro, ma che nemmeno sembra poter significare un ruolo importante all’interno della Margherita, dell’Udc o dell’Udeur.
Cosa allora? Difficile rispondere.
Di certo pare ci sia soltanto che la Cei guarda a lui con estremo interesse per un futuro politico che, nonostante non abbia ancora i contorni definiti, ha un preciso nome e cognome: il suo.


Ottantanni di un papa che sfida la lettura intramondana del Concilio

È quest’oggi il giorno dell’ottantesimo compleanno di Benedetto XVI, il papa della corretta interpretazione del concilio Vaticano II.
Che altro? Tante cose, tante parole potrebbero definire il pontefice tedesco eletto il 19 aprile 2005 successore di Karol “il Magno”, ma è senz’altro in questo tentativo di portare la Chiesa, tutta la Chiesa, a comprendere nel giusto modo cosa sia stato il Vaticano II (riforma della Chiesa ma non discontinuità col passato) che l’intero pontificato di Ratzinger sembra poter essere guardato nel suo senso più profondo.
Si tratta di una comprensione che il papa ritiene oggi indispensabile se è vero che, innanzitutto nella Chiesa, persiste una lettura “intramondana” dei lavori conciliari chiusisi ufficialmente il 7 dicembre 1965.
Una lettura ritenuta pericolosa perché, come ha spiegato lo stesso Ratzinger in uno dei suoi discorsi più importanti di questi suoi primi due anni di pontificato - quello rivolto alla curia romana il 22 dicembre del 2005 - ha voluto mostrare, col beneplacito dei media, come i risultati del concilio segnino una spaccatura, una rottura con quella che è la traditio ecclesiae, come se il rinnovamento della Chiesa proposto nel Vaticano II non debba svolgersi in continuità con la storia passata.
Questa inesatta ermeneutica secondo la quale lo “spirito” di apertura al mondo del concilio sarebbe più importante dei suoi testi i quali, a onor del vero, parlano di una Chiesa che deve andare incontro al mondo ma senza però tradire se stessa, si è affermata principalmente all’interno della cosiddetta “scuola di Bologna”, quella linea di pensiero ecclesiale che si rifà a Giuseppe Dossetti e che ha avuto e ha continuatori ancora oggi sia tra le schiere dei politici che tra quelle degli ecclesiastici.
Si tratta in sostanza di una scuola profondamente anti-romana e che, nei fatti, altro non costituisce se non una sorta di protestantizzazione del cattolicesimo.
Anche perché, dove altro può portare una lettura del concilio svolta esclusivamente con categorie sociologiche e non con categorie teologiche?
Dove altro può portare una lettura che tende a vedere l’ultimo concilio (il Vaticano II appunto) come l’unico valido e come se tutti i precedenti non esistessero? Dove può portare una lettura che guarda al Vaticano II senza tenere conto del Vaticano I e addirittura dimenticando che l’autore più citato nel Vaticano II è papa Pio XII?
Oggi - ed è forse anche per questi motivi che Benedetto XVI insiste tanto per riportare la Chiesa ad una corretta lettura del Vaticano II e dunque su binari più in sintonia con la bimillenaria traditio ecclesiae - l’interpretazione diffusa dai seguaci di Dossetti è ripresa a mani basse da tante riviste e case editrici cattoliche, è ripresa e rivive all’interno della stessa formazione ecclesiastica propugnata i tanti seminari e viene assunta in toto anche in tanti ministeri di taluni vescovi italiani.
Il papa è consapevole che la verità non è il risultato dei pensieri delle maggioranze e proprio per questo motivo si sta spendendo per riportare la Chiesa là dove deve stare: salda attorno alla fede in Gesù Cristo e alla tradizione che di questa fede ne è come il risultato. E in questo senso, il probabile ritorno della messa col rito di San Pio V (che per la verità mai fu abolito dai lavori conciliari) potrebbe costituire un segno di rispetto verso un armonico cammino.
Oggi Benedetto XVI compie 80 anni, un compleanno parecchio diverso dagli 80 anni che il 18 maggio del 2000 festeggiò Giovanni Paolo II. Allora, a causa dei tanti anni passati alla guida della Chiesa e soprattutto a motivo delle difficili condizioni fisiche, qualcuno ventilò la possibilità che Wojtyla si dimettesse.
Oggi, con Ratzinger, ovviamente nessuno ne parla anche perché l’attuale pontefice riesce a centellinare bene i propri impegni e a risparmiarsi fisicamente.
Benedetto XVI è un uomo di continuità con Wojtyla ma per molti versi di novità: maggiore è la sottolineatura nel suo ministero dell’aspetto contenutistico rispetto a quello mass-mediatico. Eppure, è un papa che attira parecchio i fedeli se è vero che le piazze dove parla non hanno subíto ridimensionamenti numerici dopo la morte di Giovanni Paolo II, ma al contrario si sono ripopolate maggiormente.
Nella mancanza di modelli di vita adeguati, soprattutto nel cedimento della ragione in superstizione laicista o in razionalismo irrazionale, il papa è oggi per molti un punto di riferimento indispensabile.
Il pontefice vive al terzo piano del palazzo apostolico dove ha creato una vera e propria famiglia con le quattro Memores Domini che sbrigano le faccende di casa e i due fedeli segretari.
A fianco del pontefice c’è poi, come suo primo collaboratore e soprattutto amico, il cardinal Tarcisio Bertone, incaricato di tradurre in governo operativo la sua visione ecclesiale. Figlio di quel don Bosco che un giorno sognò la nave della Chiesa che, guidata da Pietro fra i flutti tempestosi e le cannonate dei nemici, riesce ad ancorarsi miracolosamente salva alle colonne dell’eucaristia e dell’Immacolata, Bertone è un segretario di Stato voluto fortemente in quel ruolo da Ratzinger. Si dice sia più pastore che diplomatico. In realtà è innanzitutto persona di cui il papa si può fidare, prelato che per anni ha affiancato Ratzinger nella conduzione della congregazione per la dottrina della fede. A lui nelle prossime settimane spetterà mettere in pratica una serie (molto numerosa) di nomine importanti decise dal papa per la curia romana.

Il Gesù di Ratzinger non è quello di Cacciari e Garrone

Un tomista, uno gnostico e un teologo valdese sono entrati ieri tra le sacre mura vaticane per presentare il primo libro a firma Joseph Ratzinger - “Gesù di Nazaret” (Rizzoli, 446 pagine, 19,50 Euro) - e la Chiesa, almeno una parte dei fedeli e delle gerarchie ecclesiastiche, ha guardato non senza qualche perplessità alla scelta che si dice essere stata principalmente della casa editrice con l’avvallo di qualche esponente della segreteria di Stato vaticana (non ovviamente il cardinale Bertone che ieri non era significativamente presente) e pare anche del presidente della Libreria Editrice Vaticana, monsignor Giuseppe Scotti, di far parlare di un libro del papa all’interno del Vaticano un trio così variegato ed eterogeneo.
Per carità - sono alcune delle voci più critiche che aleggiavano ieri nei sacri palazzi -, è vero che è stato lo stesso pontefice a chiedere di leggere il libro e quindi anche eventualmente di criticarlo non essendo il testo un atto magisteriale quanto «unicamente l’espressione della mia ricerca personale del volto di Cristo», ma vedere che il primo libro del papa (o meglio del cardinale Ratzinger prima che di Benedetto XVI, come lascia supporre la successione dei due nomi in copertina) venga presentato da un filosofo (Massimo Cacciari) che soltanto poche settimane fa ha criticato pesantemente il discorso del papa rivolto alla Commissione degli episcopati dell’Unione europea e da un protestante (il teologo valdese Daniele Garrone) che per ovvie ragioni è da sempre critico con le parole del pontefice (e quindi fedele a se stesso), fa un certo effetto.
Sul tomista, ovviamente, nulla da eccepire nella Santa Sede. Il cardinale boemo arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn (62 anni), infatti, è porporato di sana dottrina, in piena sintonia con la Chiesa e il pontefice.
Domenicano appartenente alla linea tomista, Schönborn è nome di tutto prestigio, ha aiutato Ratzinger nei lavori di stesura del catechismo della Chiesa cattolica (uscito nel 1992) e del suo compendio (uscito nel 2005), e ha garantito al dibattito intorno al libro del papa competenza e proprietà di contenuti.
Per lui il libro cade a fagiolo soprattutto perché è oggi arrivato il tempo che a parlare di Gesù sia innanzitutto chi ne ha competenza.
L’accusa, ovviamente, non è verso i due relatori seduti ieri a mo’ di due angeli custodi (o dei due ladroni in croce, dipende dai punti di vista) uno alla sua sinistra, l’altro alla sua destra, ma è contro quelle «scoperte apparentemente nuove» messe in vendita «senza pausa» «sul pubblico mercato mediatico», scoperte «che dovrebbero rivelare una storia completamente diversa del Gesù di Nazaret».
Mentre invece «dimostrare la credibilità storica dei Vangeli e la loro immagine di Gesù» è lo scopo principale del libro di Benedetto XVI, secondo il quale «le innumerevoli immagini fantasiose di Gesù come un rivoluzionario, un mite riformatore, come l’amante segreto di Maria Maddalena ecc., si possono tranquillamente depositare nell’ossario della storia». Proprio lì, né più né meno.
«In fondo tutto il libro - ha concluso Schönborn - è un unico tentativo sinfonico di comprovare la coerenza della figura di Gesù», attraverso uno «sguardo universale sulla società, sulle sfide intellettuali, sociali, politiche del nostro tempo».
Una coerenza, quella tra Gesù e le sfide del nostro tempo, guardata non allo stesso modo dagli altri due relatori invitati al tavolo della discussione per i quali, in sostanza, la fede cristiana è chiamata oggi a fare un passo indietro rispetto alle sfide contemporanee e ritirarsi o in una credenza di stampo tipico del protestantesimo valdese, una fede senza Chiesa, oppure in una fede (quella di Cacciari) che non vuole dare credito al fatto che il Regno di Dio si possa concretizzare in questo mondo.
Una fede, dunque, che guarda con imbarazzo ogni sua implicazione politica e sociale.
Forse definire gnostico Massimo Cacciari è troppo, ma è soprattutto il suo pensiero sul cristianesimo così tenente a presentare la figura di Gesù quale uomo separato da Cristo e in sostanza identico al Superuomo di Nietzsche, a dare spago a tale visione.
E, inoltre, sono soprattutto le sue ultime dichiarazioni in merito al discorso del papa dello scorso 24 marzo rivolto all’episcopato europeo a far storcere il naso a coloro che hanno ritenuto la sua presenza in Vaticano quantomeno singolare.
Cacciari, poche settimane fa, aveva bollato come reazionarie le parole rivolte da Benedetto XVI a un’Europa condannata all’apostasia da se stessa più che da Dio in quanto incapace di proporre valori assoluti.
Il teologo valdese Garrone è entrato in Vaticano poco meno di mille anni dopo che - era il 1179 - altri due valdesi vi entrarono, cercando di risolvere i problemi del loro movimento con l’ordinario diocesano.
Non ottennero quanto volevano e furono scomunicati nel 1215. «Il mio collega Giovanni Luigi Pascale - ha detto ieri Garrone - fu portato in questa cornice per essere processato e arso».
Non senza un certo imbarazzo (e qualche risata) dei presenti - in prima fila molti cardinali, Giulio Andreotti e Francesco Cossiga, il segretario del papa don Georg Gänswein rimasto soltanto pochi minuti per ragioni di cortesia - il teologo protestante ha poi spiegato come il più grande pericolo per la Chiesa ancora oggi risieda non nel mondo esterno, quanto «nei suoi predicatori».
A tutti e - all’opposto rispetto a Garrone e Cacciari - rispondono le parole contenute nel libro del papa, un testo scritto durante le vacanze estive del 2003, ancora in quelle del 2004 e poi nei ritagli di tempo nel corso di questi due anni di pontificato.
Un libro sulla vita di Gesù dal battesimo nel Giordano fino alla trasfigurazione e che sarà seguito da un secondo relativo alla sua infanzia.
Un testo denso e articolato, non propriamente immediato, e in cui si chiede alla Chiesa - in uno dei capitoli più duri - di imparare dalla caduta del marxismo che concentrandosi sui bisogni materiali ha dimenticato Dio.
«Il pane è importante - ha scritto il papa -, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è la costante fedeltà a Dio e l’adorazione mai tradita».
E poi l’accusa agli aiuti dell’Occidente verso i paesi in via di sviluppo. Sono aiuti «basati su principi meramente tecnico-materiali che non solo hanno lasciato da parte Dio, ma hanno anche allontanato gli uomini da Lui con l’orgoglio della loro saccenteria hanno fatto del Terzo mondo il Terzo mondo in senso moderno».
All’uomo, scrive il papa, viene incontro Gesù, quello dei Vangeli che è “il Gesù reale”, il “Gesù storico” in senso vero e proprio: «Io ritengo - ha scritto - che proprio questo Gesù, quello dei Vangeli, sia una figura storicamente sensata e convincente».

La verità su Pio XII è “consultabile” da tutti. Ma c’è chi fa finta di niente

Non ho scritto, sul quotidiano di oggi, in merito alla decisione del nunzio apostolico a Gerusalemme, monsignor Antonio Franco, di non partecipare alle cerimonie del «Giorno della Rimembranza» per i martiri e gli eroi dell’Olocausto, che si terranno presso lo Yad Vashem il 15 aprile, in segno di protesta per la presenza di un foto di Pio XII nel museo, con la didascalia che riferisce del comportamento “ambiguo” del pontefice di fronte allo sterminio degli ebrei.
Non ho scritto ma se lo avessi fatto avrei detto che mi sembrano piuttosto pretestuose le giustificazioni ebraiche quando dicono che non tolgono la didascalia della foto fino a quando il Vaticano non aprirà loro gli archivi segreti su Pio XII.
Mi sembra pretestuosa perché innazitutto prima di accusare un pontefice bisogna avere le prove.
In secondo luogo il Vaticano ha reso per tutti disponibili gli “Actes et documents du Saint Siège relatives à la seconde Guerre Mondiale” in cui, in 12 volumi, sono raccolti tutti i documenti di archivio della Santa Sede durante la seconda guerra mondiale e quindi durante il pontificato di Eugenio Pacelli, iniziato nel 1939 e finito nel 1958.
Dodici volumi che nessuno si degna di studiare, sopratutto nessuno del museo di cui sopra.