Consigli per la santa messa
14 marzo 2007 -
Dalla esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis si raccolgono sottolineature importanti per la santa messa:
Innanzitutto il sacerdote deve dare «un posto di rilievo» al «CANTO LITURGICO». «Pur tenendo conto dei diversi orientamenti e delle differenti tradizioni assai lodevoli, desidero, come è stato chiesto dai Padri sinodali, che venga adeguatamente valorizzato il CANTO GREGORIANO in quanto canto proprio della liturgia romana».
«In relazione all’importanza della Parola di Dio si pone la necessità di migliorare la qualità dell’OMELIA. Essa infatti è parte dell’azione liturgica, ha il compito di favorire una più piena comprensione ed efficacia della Parola di Dio nella vita dei fedeli. Per questo i ministri ordinati devono preparare accuratamente l’omelia, basandosi su una conoscenza adeguata della Sacra Scrittura. Si evitino omelie generiche o astratte. In particolare, chiedo ai ministri di fare in modo che l’omelia ponga la Parola di Dio proclamata in stretta relazione con la celebrazione sacramentale e con la vita della comunità, in modo tale che la Parola di Dio sia realmente sostegno e vita della Chiesa. Si tenga presente, pertanto, lo scopo catechetico ed esortativo dell’omelia».
«I Padri sinodali hanno richiamato l’attenzione anche sulla PRESENTAZIONE DEI DONI. Questo gesto, per essere vissuto nel suo autentico significato, non ha bisogno di essere enfatizzato con complicazioni inopportune».
A proposito dello SCAMBIO DELLA PACE, «durante il Sinodo dei Vescovi è stata rilevata l’opportunità di moderare questo gesto, che può assumere espressioni eccessive, suscitando qualche confusione nell’assemblea proprio prima della Comunione. È bene ricordare come non tolga nulla all’alto valore del gesto la sobrietà necessaria a mantenere un clima adatto alla celebrazione, per esempio facendo in modo di limitare lo scambio della pace a chi sta più vicino».
Circa la DISTRIBUZIONE E RICEZIONE DELL’EUCARISTIA «chiedo a tutti, in particolare ai ministri ordinati e a coloro che, adeguatamente preparati, in caso di reale necessità, vengono autorizzati al ministero della distribuzione dell’Eucaristia, di fare il possibile perché il gesto nella sua semplicità corrisponda al suo valore di incontro personale con il Signore Gesù nel Sacramento». «Inoltre, non venga trascurato il tempo prezioso del ringraziamento dopo la Comunione: oltre all’esecuzione di un canto opportuno, assai utile può essere anche il rimanere raccolti in silenzio».
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Ratzinger chiama, i fedeli preparano il Manifesto
14 marzo 2007 -
Ormai ci siamo. I cinque saggi incaricati dal Forum delle associazioni familiari di redigere un Manifesto da presentare a tutte le associazioni cattoliche, i movimenti e le nuove realtà ecclesiali che intendono partecipare al Family Day – si tratta di Giovanni Giacobbe, presidente del Forum; Francesco D’Agostino, ordinario di filosofia del diritto nella facoltà di giurisprudenza di “Tor Vergata”; Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita; Luigi Alici, presidente dell’Azione Cattolica e Mimmo Delle Foglie, ex vice direttore di Avvenire e oggi a tempo pieno coordinatore di Scienza e Vita -, hanno praticamente terminato il loro lavoro.
Nelle prossime ore è attesa – non dovrebbero esserci defezioni – la firma delle associazioni e, conseguentemente, la presentazione alla stampa del Manifesto e la decisione di una data.
Secondo alcune anticipazioni raccolte dal Riformista, la manifestazione dovrebbe avvenire a metà maggio, probabilmente una delle due domeniche a cavallo della festa della Madonna di Fatima che quest’anno cade martedì 13 maggio, e comunque prima degli Stati Generali della famiglia indetti dal ministro Rosy Bindi a Firenze dal 24 al 26 maggio.
Così, a meno di improbabili sorpese, le riserve di quelle associazioni che temevano una manifestazione troppo sbilanciata su tematiche anti Dico e quindi contro il governo Prodi (molte di queste associazioni hanno votato alle scorse politiche per il centro sinistra) dovrebbero rientrare: i cinque saggi hanno redatto un testo che difende la famiglia in nome di motivazioni più «laiche» che religiose, richiamandosi in primo luogo alla Costituzione che parla esplicitamente della «famiglia come società naturale fondata sul matrimonio».
Naturalmente, però, verranno esplicitamente menzionati, come negativi, tutti quei tentativi di «aggiornare la Costituzione» con «forme di convivenza che ostacolano la famiglia», mettendosi «in competizione» o, peggio, «in contrapposizione» con questa.
Quindi verranno chieste politiche adeguate per la famiglia cosa che – è il ritornello che riportano i leader di diverse associazioni cattoliche – in Italia non si sono mai attuate, al contrario della tanto citata Francia dove i Pacs ci sono e le politiche per la famiglia pure.
Insomma, per le associazioni cattoliche non sembra essere questo il tempo di fare come i “polli di Renzo” di manzoniana memoria che si beccavano tra di loro ignari che di lì a poco sarebbero finiti nella pentola.
Questo, si sostiene, è il tempo dell’unità, nonostante le differenze, anche tra i politici cattolici, si siano ben evidenziate nelle scorse settimane nei vari commenti al ddl Bindi-Pollastrini.
La medesima unità ha chiesto il papa all’interno della esortazione postsinodale Sacramentum Caritatis presentata ieri in Vaticano.
Il testo di Ratzinger ha preso in considerazione le 50 proposizioni uscite dai lavori del Sinodo dei vescovi che si svolse dal 2 al 23 ottobre del 2005 dedicato all’eucaristia.
Un testo che, oltre a discettare sulla corretta modalità di celebrazione dell’eucaristia (seguire le norme, attenzione all’architettura delle chiese, al canto, al non protagonismo del sacerdote, alla preparazione dell’omelia, a uno scambio della pace e una distribuzione dell’eucaristia meno folkloristiche), ha richiamato i «politici e legislatori cattolici consapevoli della loro grave responsabilità sociale» a dare «pubblica testimonianza della propria fede», a non prestarsi a votare leggi che vadano contro «la natura umana» e, insieme, a sostenere quei «valori fondamentali come il rispetto e la difesa della vita umana», della «famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna».
Il fronte delle gerarchie ecclesiastiche, e in particolare il nuovo presidente della Cei Angelo Bagnasco, prenderà visione del Manifesto soltanto in occasione del prossimo consiglio permanente dal 26 al 29 marzo. Il parere di Bagnasco è atteso ma non sarà vincolante.
Il Family Day, si assicura, vuole essere il grande appuntamento di un movimento che nasce dal basso.
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L’inferno esiste ed è per sempre
13 marzo 2007 -
«E’ venuto Gesù per dirci che ci vuole tutti in Paradiso e che l’inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore al suo amore». Così Benedetto XVI ieri mattina nell’omelia tenuta durante la visita pastorale alla parrocchia di Santa Felicita e Figli martiri nel quartiere Fidene, settore Nord della Diocesi di Roma.
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Il più citato
13 marzo 2007 -
Il padre della Chiesa più citato da Benedetto XVI nell’esortazione apostolica postsinodale “Sacramentum caritatis” resa nota oggi dalla sala stampa della Santa Sede?
Sant’Agostino, naturalmente, il vero ispiratore della sua enciclia “Deus caritas est”.
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In tre è meglio: torna lo spirito di Benedetto contro la solitudine
13 marzo 2007 -
Preti e quindi monaci.
Così don Massimo Camisasca pensa debbano essere i sacerdoti missionari che decidono di entrare nella sua Fraternità San Carlo.
Una realtà forse piccola – poco più di 100 sacerdoti e una quarantina di seminaristi – ma che grazie al particolare metodo di vita (l’«ossatura monastica», come la ama definire Camisasca) regge l’urto del mondo, la furia di una società per la quale essere prete non è né vanto né esemplarità.
Una realtà descritta con succosi particolari nel suo ultimo lavoro: “Il vento di Dio. Storia di una Fraternità” (Piemme, pag. 123 – euro 10).
Chi è Massimo Camisasca? Difficile rispondere. Se tutto il suo ultimo libro è dedicato a raccontare il crescere della sua più importante fondazione – la Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo, appunto – e se da esso, come da tanti dei suoi altri libri, si capisce che il suo essere scrittore non è attività estemporanea, sono molteplici altri particolari che debbono essere tenuti in considerazione per formare il puzzle della sua personalità.
Camisasca è innanzitutto un bambino che passa la sua giovinezza tra Milano e il lago Maggiore – a Leggiuno, per la precisione, paese natio di Gigi Riva – dove si lega spiritualmente a una delle figure, insieme a sant’Ambrogio, più importanti per la diocesi milanese: san Carlo Borromeo, grande riformatore della Chiesa pur nella totale fedeltà a Roma.
Camisasca è un giovane studente che dopo aver incontrato al liceo Berchet di Milano don Luigi Giussani, decide di farsi prete.
Camisasca è un sacerdote che, nella Roma dei primi anni ottanta, cura i rapporti con il Vaticano per il movimento di Comunione e liberazione e qui, oltre a conoscere da vicino Giovanni Paolo II, entra in rapporto con l’allora cardinale Joseph Ratzinger.
Camisasca è un uomo che non si dà pace fino a quando non vede prendere corpo la sua idea vocazionale: prete sì, ma non senza il supporto di una fraternità, di altri sacerdoti con cui, come è nel monachesimo benedettino, vivere assieme e condividere tutto.
Si tratta, in sostanza, di una modalità di vivere il sacerdozio tutta particolare: chi decide, infatti, di farsi prete nella Fraternità san Carlo è chiamato in qualche modo ad abbracciare un po’ anche la vita dei monaci benedettini.
I preti della San Carlo partono per la missione almeno in tre e dove vanno formano delle case, dei luoghi in cui vivere assieme e da dove svolgere il proprio ministero.
Vivono seguendo una regola precisa fatta di lavoro, silenzio e preghiera, una regola che mette al centro delle loro giornate l’oggettività della sequela e dell’obbedienza: «Il monachesimo benedettino – scrive Camisasca – è un’esperienza in cui è abolita la divisione tra soggettivo e oggettivo».
E in questo senso, «parlare di “regola” significa affermare una “forma” che non elimina magicamente le tensioni, ma mette la persona in una condizione diversa per guardare a se stessa e a tutte le cose. Significa cioè affermare una forma capace di ricondurre le tensioni a una sintesi più vera.[…] Un monastero si compone di mura, di terre, di compiti assegnati. Anche le nostre case (le missioni della san Carlo, ndr) sono fatte di mattoni, di locali, di compiti specifici assegnati a ciascuno. Sono mura ordinate per raccogliere persone chiamate insieme da Cristo».
È questa forma di vita benedettina che Camisasca offre ai suoi sacerdoti e quindi anche a tutta la Chiesa.
Perché, se la Chiesa è una, ogni esperienza in essa riconosciuta è preziosa per tutti.
E allora eccolo, il contributo riformatore di Camisasca alla Chiesa: un gruppo di preti la cui fraternità – la cui «vita in comune», la chiama Camisasca – è un tutt’uno con la propria vocazione, con la propria missione. «Io sono la Fraternità san Carlo», potrebbero dire uno per uno gli oltre 100 sacerdoti di cui Camisasca è oggi superiore generale.
Un modo di vita che potrebbe essere preso da esempio anche da tante diocesi in cui vescovo e sacerdoti, sacerdoti con altri sacerdoti, vivono separati, lontani, estranei non senza ripercussioni negative sul loro stesso ministero.
«A mio avviso – è lo stesso Camisasca a dirlo nel suo libro – è consigliabile che il vescovo torni a vivere tra i suoi seminaristi. Oggi i seminari di molte diocesi sono chiusi, ma laddove il vescovo torna a parlare ai giovani, radunandoli periodicamente nella cattedrale o incontrandoli nelle parrocchie, nelle scuole e nei movimenti, le vocazioni rinascono, anche le vocazioni al sacerdozio ordinato».
E ancora: «In questi casi occorre che il vescovo dedichi maggiore tempo possibile alla loro cura, scegliendo, se è possibile, di abitare in seminario. I seminaristi potranno così imparare cosa significhi una vita comune che riconosca nel vescovo il proprio centro focale. È un passaggio assolutamente necessario per i presbiteri diocesani, perché oggi i sacerdoti appaiono insidiati soprattutto dalla solitudine. All’insignificanza teologica degli anni ’70, si è sostituito più recentemente il disagio affettivo. La vita comune è l’unica risposta seria e duratura al problema degli abbandoni, troppo frequenti soprattutto tra i giovani».
Vita in comune, dunque, come ai tempi di Benedetto. Figura che, non a caso, ha inciso nella scelta del nome dall’attuale pontefice il quale, come ha ricordato Camisasca, ha detto: «Di tutta la Regula, voglio che sia custodita soprattutto questa frase: “Nihil anteponere Christo”, non anteporre nulla a Cristo».
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Putin alla ricerca di sponde politiche. Mentre il papa è attendista con Alessio II
13 marzo 2007 -
Un incontro tra i leader di due Stati, con risvolti religiosi seppure probabilmente non affrontati in modo esplicito.
Questo il senso del primo colloquio – oggi in Vaticano – tra il presidente russo Vladimir Putin e papa Benedetto XVI.
Putin – significativo il fatto che venga ricevuto dal papa ben prima di George W. Bush il quale pare sia atteso oltre il Tevere soltanto nel prossimo giugno -, contravvenendo a quanto fecero prima di lui i premier Michail Gorbaciov e Boris Eltsin con Giovanni Paolo II, non dovrebbe avanzare un invito esplicito al papa a visitare Mosca. Una mossa del genere, infatti, sarebbe troppo offensiva nei confronti del patriarca ortodosso Alessio II il quale tiene particolarmente a tessere personalmente i rapporti ecumenici con il Vaticano come anche con le altre Chiese ortodosse.
E, inoltre, in questo momento storico, un tale invito potrebbe non aiutare il dialogo tra lo stesso Ratzinger e Alessio II che mai come in questi ultimi mesi sembra essersi incanalato su binari positivi.
Lo testimonia la decisione presa dal metropolita ortodosso Kirill, presidente del dipartimento relazioni estere del patriarcato di Mosca, di scrivere in lingua russa la prefazione del libro “Introduzione al cristianesimo” di Ratzinger, libro editato dalla “Biblioteca dello Spirito”.
Comunque è lo stesso Benedetto XVI, che conosce bene la sensibilità di Alessio II, a non avere mai insistito per una sua visita a Mosca. Piuttosto, il pontefice, con riservatezza e non poca furbizia diplomatica, pare stia lavorando per arrivare a un incontro in campo neutro, probabilmente in Austria o Ungheria.
Certo, l’arrivo di Putin in Vaticano – nel 2000 e nel 2003 era già stato ricevuto da Giovanni Paolo II -, potrebbe servire, in qualche modo, per mostrare ad Alessio II come la Santa Sede sia un’istituzione dell’Occidente particolarmente attenta alla sensibilità russa e, come è la Chiesa ortodossa, baluardo contro una dilagante secolarizzazione.
E in questo senso l’incontro di oggi potrebbe ulteriormente smorzare la secolare durezza dell’ortodossia russa nei confronti di Roma, ma niente più.
In linea generale, ciò che Putin va cercando nei sacri palazzi è innanzitutto un appoggio per altre “battaglie” non meno urgenti per il suo paese perché riguardanti la politica internazionale.
E queste “battaglie” egli metterà sul piatto del dialogo di oggi – grazie agli anni in cui Putin lavorava al servizio del Kgb nella Rdt i due si parleranno in tedesco – con Ratzinger.
Si tratta del problema dell’islam, fenomeno che preoccupa Mosca e contro il quale il presidente russo ritiene la Santa Sede alleato imprescindibile. Si tratta del problema riguardante la contesa della Cecenia dove Putin ha insidiato non senza polemiche il presidente Ramzan Khardirov e poi dei rapporti con l’Iran e anche con il Kosovo rispetto al quale Mosca minaccia di porre il veto se le Nazioni Unite spingeranno per un piano che prevede un nuovo status del paese senza l’approvazione di albanesi e serbi.
Oggi Putin, dopo l’incontro col papa, sarà al Quirinale dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Poi, in serata, pranzo con Prodi e domani la partenza per Bari, per il vertice vero e proprio, a cui parteciperanno cinque ministri da parte russa e sette da parte italiana.
Bari è città ponte tra cultura cattolica e ortodossa. E anche se i temi religiosi non saranno esplicitamente a tema nel colloquio Putin-Ratzinger, la presenza del presidente russo nella città considerata una capitale dell’ortodossia poiché qui si trova la basilica san Nicola di Myra che gli ortodossi venerano come loro protettore, non passerà inosservata soprattutto nelle stanze del Patriarcato moscovita.
Alessio II non ha visto bene la visita di Ratzinger in Turchia a causa della grande popolarità che il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, ha guadagnato non soltanto in Vaticano ma soprattutto nelle Chiese ortodosse. La presenza di Putin a Bari sarà più che altro simbolica nella contesa della primazia da sempre esistente tra le Chiese ortodosse. Dove invece il patriarcato moscovita concretamente tornerà a far sentire la sua voce sulle altre Chiese ortodosse sarà a Ravenna in occasione dell’incontro della Commissione mista del prossimo ottobre. Qui Bartolomeo I ha invitato il papa. Qui Alessio II manderà a controllare l’evolversi della situazione un suo uomo di fiducia: Hilarion Alffev, vescovo di Vienna e dell’Austria e rappresentante della chiesa russo-ortodossa di Mosca presso la Comunità Europea.
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Autogol di Famiglia Cristiana
12 marzo 2007 -
Famiglia Cristiana ha sparato in prima pagina Simone Cristicchi, prendendolo come esempio positivo perché, grazie a lui, la vita salva il Festival.
Davvero?
A me la sua canzone sembra, più che altro, un inno al suicidio, almeno nel finale: Antonio, il matto protagonista della canzone, sta su un tetto e dice che sta per volare…
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Personalmente
12 marzo 2007 -
Personalmente la Rosy Bindi che ieri sul Corriere della Sera e oggi sul Messaggero dice di essere a favore della famiglia ma anche di dover trovare una sintesi tra le diverse sensibilità, non piace.
Credo che un tale equilibrismo non rispetti il termine “non negoziabili” riferito ai principi di ratzingeriana memoria.
Sono o non sono principi “non negoziabili”?
Sì o no?
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Borghese, touring club ratzingeriano
10 marzo 2007 -
Desta parecchia curiosità la copertina dell’ultimo lavoro di Alessandra Borghese, “Sulle tracce di Joseph Ratzinger” (Cantagalli, pag. 160 – euro 13,50) e non solo per il titolo.
La foto che ritrae l’attuale pontefice quando era bambino con tanto di zainetto in spalla come fosse all’uscita della scuola fa pregustare pagine dense di aneddoti circa la sua infanzia, adolescenza, giovinezza.
E Alessandra Borghese – per il protocollo Donna Alessandra Romana dei Principi Borghese -, in effetti, avrebbe i numeri per enucleare un tale racconto.
Lei, infatti, ha potuto conoscere personalmente l’attuale pontefice quando ancora era cardinale e la sua particolare riscoperta della fede, ben documentata nel libro “Con occhi nuovi”, è stata alimentata, in qualche modo, anche dalla persona del cardinal Ratzinger.
Le prime pagine sono dedicate alla spiegazione della genesi del libro e riescono e creare attesa e speranza per il prosieguo.
Tutto è cominciato una sera della scorsa estate: l’autrice si trovava in Baviera ospite nella residenza dei principi von Thurn und Taxis.
La Baviera non è un posto qualunque perché è qui che Alessandra ha ritrovato, nel 1998, la fede cattolica.
Quella sera della scorsa estate la tv tedesca trasmette in esclusiva mondiale un’intervista del papa che di lì a poche settimane sarebbe arrivato in Baviera per il suo quarto viaggio apostolico fuori i confini italiani.
Le parole del papa destano in Alessandra il desiderio di prolungare il soggiorno bavarese per dedicarsi alla visita dei luoghi dell’infanzia di Ratzinger e, conseguentemente, scrivere un libro su questo tour.
Da qui in poi, quattro capitoli sono dedicati, dopo uno a mo’ di excursus che ripercorre la storia della Baviera, alla visita delle città dove Joseph è nato e cresciuto.
Sono pagine che, a conti fatti, deludono un po’ le aspettative perché, se è vero che i luoghi sono descritti con dovizia di particolari, oltre si fatica a trovare sostanza.
Gli incontri, infatti, con varie persone che in un modo o nell’altro hanno avuto a che fare con Joseph Ratzinger, restano non approfonditi, quasi non si volesse procedere oltre le impressioni di pochi minuti trascorsi assieme.
Ad ogni modo, per chi volesse addentrarsi in una sorta di pellegrinaggio sulle orme del papa tedesco, il libro resta un supporto importante, perché non manca nessuno dei luoghi in cui egli ha mosso i primi passi.
E, probabilmente non a caso, anche l’Opera Romana Pellegrinaggi pare abbia intuito bene il tutto che il libro della Borghese offre.
Infatti, martedì prossimo, sarà monsignor Rino Fisichella, rettore della Lateranense, a presentare presso la sede dell’Opera Romana Pellegrinaggi non soltanto il libro della Borghese ma anche, in abbinato, un pellegrinaggio nella stessa Baviera inserito nel catalogo 2007.
Del resto, lo dice anche il comunicato d’invito alla presentazione scritto dall’Opera Romana Pellegrinaggi: il libro della Borghese, come il pellegrinaggio in Baviera, passa in rassegna «paesaggi da fiaba: prati e foreste, i profumi intensi della natura, le esuberanti chiese barocche e le cittadine dipinte con i colori dell’armonia, i luoghi più significativi del percorso di formazione spirituale di Benedetto XVI».
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