L’inferno esiste ed è per sempre

«E’ venuto Gesù per dirci che ci vuole tutti in Paradiso e che l’inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore al suo amore». Così Benedetto XVI ieri mattina nell’omelia tenuta durante la visita pastorale alla parrocchia di Santa Felicita e Figli martiri nel quartiere Fidene, settore Nord della Diocesi di Roma.


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Il più citato

Il padre della Chiesa più citato da Benedetto XVI nell’esortazione apostolica postsinodale “Sacramentum caritatis” resa nota oggi dalla sala stampa della Santa Sede?
Sant’Agostino, naturalmente, il vero ispiratore della sua enciclia “Deus caritas est”.


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In tre è meglio: torna lo spirito di Benedetto contro la solitudine

Preti e quindi monaci.
Così don Massimo Camisasca pensa debbano essere i sacerdoti missionari che decidono di entrare nella sua Fraternità San Carlo.
Una realtà forse piccola – poco più di 100 sacerdoti e una quarantina di seminaristi – ma che grazie al particolare metodo di vita (l’«ossatura monastica», come la ama definire Camisasca) regge l’urto del mondo, la furia di una società per la quale essere prete non è né vanto né esemplarità.
Una realtà descritta con succosi particolari nel suo ultimo lavoro: “Il vento di Dio. Storia di una Fraternità” (Piemme, pag. 123 – euro 10).
Chi è Massimo Camisasca? Difficile rispondere. Se tutto il suo ultimo libro è dedicato a raccontare il crescere della sua più importante fondazione – la Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo, appunto – e se da esso, come da tanti dei suoi altri libri, si capisce che il suo essere scrittore non è attività estemporanea, sono molteplici altri particolari che debbono essere tenuti in considerazione per formare il puzzle della sua personalità.
Camisasca è innanzitutto un bambino che passa la sua giovinezza tra Milano e il lago Maggiore – a Leggiuno, per la precisione, paese natio di Gigi Riva – dove si lega spiritualmente a una delle figure, insieme a sant’Ambrogio, più importanti per la diocesi milanese: san Carlo Borromeo, grande riformatore della Chiesa pur nella totale fedeltà a Roma.
Camisasca è un giovane studente che dopo aver incontrato al liceo Berchet di Milano don Luigi Giussani, decide di farsi prete.
Camisasca è un sacerdote che, nella Roma dei primi anni ottanta, cura i rapporti con il Vaticano per il movimento di Comunione e liberazione e qui, oltre a conoscere da vicino Giovanni Paolo II, entra in rapporto con l’allora cardinale Joseph Ratzinger.
Camisasca è un uomo che non si dà pace fino a quando non vede prendere corpo la sua idea vocazionale: prete sì, ma non senza il supporto di una fraternità, di altri sacerdoti con cui, come è nel monachesimo benedettino, vivere assieme e condividere tutto.
Si tratta, in sostanza, di una modalità di vivere il sacerdozio tutta particolare: chi decide, infatti, di farsi prete nella Fraternità san Carlo è chiamato in qualche modo ad abbracciare un po’ anche la vita dei monaci benedettini.
I preti della San Carlo partono per la missione almeno in tre e dove vanno formano delle case, dei luoghi in cui vivere assieme e da dove svolgere il proprio ministero.
Vivono seguendo una regola precisa fatta di lavoro, silenzio e preghiera, una regola che mette al centro delle loro giornate l’oggettività della sequela e dell’obbedienza: «Il monachesimo benedettino – scrive Camisasca – è un’esperienza in cui è abolita la divisione tra soggettivo e oggettivo».
E in questo senso, «parlare di “regola” significa affermare una “forma” che non elimina magicamente le tensioni, ma mette la persona in una condizione diversa per guardare a se stessa e a tutte le cose. Significa cioè affermare una forma capace di ricondurre le tensioni a una sintesi più vera.[…] Un monastero si compone di mura, di terre, di compiti assegnati. Anche le nostre case (le missioni della san Carlo, ndr) sono fatte di mattoni, di locali, di compiti specifici assegnati a ciascuno. Sono mura ordinate per raccogliere persone chiamate insieme da Cristo».
È questa forma di vita benedettina che Camisasca offre ai suoi sacerdoti e quindi anche a tutta la Chiesa.
Perché, se la Chiesa è una, ogni esperienza in essa riconosciuta è preziosa per tutti.
E allora eccolo, il contributo riformatore di Camisasca alla Chiesa: un gruppo di preti la cui fraternità – la cui «vita in comune», la chiama Camisasca – è un tutt’uno con la propria vocazione, con la propria missione. «Io sono la Fraternità san Carlo», potrebbero dire uno per uno gli oltre 100 sacerdoti di cui Camisasca è oggi superiore generale.
Un modo di vita che potrebbe essere preso da esempio anche da tante diocesi in cui vescovo e sacerdoti, sacerdoti con altri sacerdoti, vivono separati, lontani, estranei non senza ripercussioni negative sul loro stesso ministero.
«A mio avviso – è lo stesso Camisasca a dirlo nel suo libro – è consigliabile che il vescovo torni a vivere tra i suoi seminaristi. Oggi i seminari di molte diocesi sono chiusi, ma laddove il vescovo torna a parlare ai giovani, radunandoli periodicamente nella cattedrale o incontrandoli nelle parrocchie, nelle scuole e nei movimenti, le vocazioni rinascono, anche le vocazioni al sacerdozio ordinato».
E ancora: «In questi casi occorre che il vescovo dedichi maggiore tempo possibile alla loro cura, scegliendo, se è possibile, di abitare in seminario. I seminaristi potranno così imparare cosa significhi una vita comune che riconosca nel vescovo il proprio centro focale. È un passaggio assolutamente necessario per i presbiteri diocesani, perché oggi i sacerdoti appaiono insidiati soprattutto dalla solitudine. All’insignificanza teologica degli anni ’70, si è sostituito più recentemente il disagio affettivo. La vita comune è l’unica risposta seria e duratura al problema degli abbandoni, troppo frequenti soprattutto tra i giovani».
Vita in comune, dunque, come ai tempi di Benedetto. Figura che, non a caso, ha inciso nella scelta del nome dall’attuale pontefice il quale, come ha ricordato Camisasca, ha detto: «Di tutta la Regula, voglio che sia custodita soprattutto questa frase: “Nihil anteponere Christo”, non anteporre nulla a Cristo».


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Putin alla ricerca di sponde politiche. Mentre il papa è attendista con Alessio II

Un incontro tra i leader di due Stati, con risvolti religiosi seppure probabilmente non affrontati in modo esplicito.
Questo il senso del primo colloquio – oggi in Vaticano – tra il presidente russo Vladimir Putin e papa Benedetto XVI.
Putin – significativo il fatto che venga ricevuto dal papa ben prima di George W. Bush il quale pare sia atteso oltre il Tevere soltanto nel prossimo giugno -, contravvenendo a quanto fecero prima di lui i premier Michail Gorbaciov e Boris Eltsin con Giovanni Paolo II, non dovrebbe avanzare un invito esplicito al papa a visitare Mosca. Una mossa del genere, infatti, sarebbe troppo offensiva nei confronti del patriarca ortodosso Alessio II il quale tiene particolarmente a tessere personalmente i rapporti ecumenici con il Vaticano come anche con le altre Chiese ortodosse.
E, inoltre, in questo momento storico, un tale invito potrebbe non aiutare il dialogo tra lo stesso Ratzinger e Alessio II che mai come in questi ultimi mesi sembra essersi incanalato su binari positivi.
Lo testimonia la decisione presa dal metropolita ortodosso Kirill, presidente del dipartimento relazioni estere del patriarcato di Mosca, di scrivere in lingua russa la prefazione del libro “Introduzione al cristianesimo” di Ratzinger, libro editato dalla “Biblioteca dello Spirito”.
Comunque è lo stesso Benedetto XVI, che conosce bene la sensibilità di Alessio II, a non avere mai insistito per una sua visita a Mosca. Piuttosto, il pontefice, con riservatezza e non poca furbizia diplomatica, pare stia lavorando per arrivare a un incontro in campo neutro, probabilmente in Austria o Ungheria.
Certo, l’arrivo di Putin in Vaticano – nel 2000 e nel 2003 era già stato ricevuto da Giovanni Paolo II -, potrebbe servire, in qualche modo, per mostrare ad Alessio II come la Santa Sede sia un’istituzione dell’Occidente particolarmente attenta alla sensibilità russa e, come è la Chiesa ortodossa, baluardo contro una dilagante secolarizzazione.
E in questo senso l’incontro di oggi potrebbe ulteriormente smorzare la secolare durezza dell’ortodossia russa nei confronti di Roma, ma niente più.
In linea generale, ciò che Putin va cercando nei sacri palazzi è innanzitutto un appoggio per altre “battaglie” non meno urgenti per il suo paese perché riguardanti la politica internazionale.
E queste “battaglie” egli metterà sul piatto del dialogo di oggi – grazie agli anni in cui Putin lavorava al servizio del Kgb nella Rdt i due si parleranno in tedesco – con Ratzinger.
Si tratta del problema dell’islam, fenomeno che preoccupa Mosca e contro il quale il presidente russo ritiene la Santa Sede alleato imprescindibile. Si tratta del problema riguardante la contesa della Cecenia dove Putin ha insidiato non senza polemiche il presidente Ramzan Khardirov e poi dei rapporti con l’Iran e anche con il Kosovo rispetto al quale Mosca minaccia di porre il veto se le Nazioni Unite spingeranno per un piano che prevede un nuovo status del paese senza l’approvazione di albanesi e serbi.
Oggi Putin, dopo l’incontro col papa, sarà al Quirinale dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Poi, in serata, pranzo con Prodi e domani la partenza per Bari, per il vertice vero e proprio, a cui parteciperanno cinque ministri da parte russa e sette da parte italiana.
Bari è città ponte tra cultura cattolica e ortodossa. E anche se i temi religiosi non saranno esplicitamente a tema nel colloquio Putin-Ratzinger, la presenza del presidente russo nella città considerata una capitale dell’ortodossia poiché qui si trova la basilica san Nicola di Myra che gli ortodossi venerano come loro protettore, non passerà inosservata soprattutto nelle stanze del Patriarcato moscovita.
Alessio II non ha visto bene la visita di Ratzinger in Turchia a causa della grande popolarità che il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, ha guadagnato non soltanto in Vaticano ma soprattutto nelle Chiese ortodosse. La presenza di Putin a Bari sarà più che altro simbolica nella contesa della primazia da sempre esistente tra le Chiese ortodosse. Dove invece il patriarcato moscovita concretamente tornerà a far sentire la sua voce sulle altre Chiese ortodosse sarà a Ravenna in occasione dell’incontro della Commissione mista del prossimo ottobre. Qui Bartolomeo I ha invitato il papa. Qui Alessio II manderà a controllare l’evolversi della situazione un suo uomo di fiducia: Hilarion Alffev, vescovo di Vienna e dell’Austria e rappresentante della chiesa russo-ortodossa di Mosca presso la Comunità Europea.


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Autogol di Famiglia Cristiana

Famiglia Cristiana ha sparato in prima pagina Simone Cristicchi, prendendolo come esempio positivo perché, grazie a lui, la vita salva il Festival.
Davvero?
A me la sua canzone sembra, più che altro, un inno al suicidio, almeno nel finale: Antonio, il matto protagonista della canzone, sta su un tetto e dice che sta per volare…


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Personalmente

Personalmente la Rosy Bindi che ieri sul Corriere della Sera e oggi sul Messaggero dice di essere a favore della famiglia ma anche di dover trovare una sintesi tra le diverse sensibilità, non piace.
Credo che un tale equilibrismo non rispetti il termine “non negoziabili” riferito ai principi di ratzingeriana memoria.
Sono o non sono principi “non negoziabili”?
Sì o no?


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Borghese, touring club ratzingeriano

Desta parecchia curiosità la copertina dell’ultimo lavoro di Alessandra Borghese, “Sulle tracce di Joseph Ratzinger” (Cantagalli, pag. 160 – euro 13,50) e non solo per il titolo.
La foto che ritrae l’attuale pontefice quando era bambino con tanto di zainetto in spalla come fosse all’uscita della scuola fa pregustare pagine dense di aneddoti circa la sua infanzia, adolescenza, giovinezza.
E Alessandra Borghese – per il protocollo Donna Alessandra Romana dei Principi Borghese -, in effetti, avrebbe i numeri per enucleare un tale racconto.
Lei, infatti, ha potuto conoscere personalmente l’attuale pontefice quando ancora era cardinale e la sua particolare riscoperta della fede, ben documentata nel libro “Con occhi nuovi”, è stata alimentata, in qualche modo, anche dalla persona del cardinal Ratzinger.
Le prime pagine sono dedicate alla spiegazione della genesi del libro e riescono e creare attesa e speranza per il prosieguo.
Tutto è cominciato una sera della scorsa estate: l’autrice si trovava in Baviera ospite nella residenza dei principi von Thurn und Taxis.
La Baviera non è un posto qualunque perché è qui che Alessandra ha ritrovato, nel 1998, la fede cattolica.
Quella sera della scorsa estate la tv tedesca trasmette in esclusiva mondiale un’intervista del papa che di lì a poche settimane sarebbe arrivato in Baviera per il suo quarto viaggio apostolico fuori i confini italiani.
Le parole del papa destano in Alessandra il desiderio di prolungare il soggiorno bavarese per dedicarsi alla visita dei luoghi dell’infanzia di Ratzinger e, conseguentemente, scrivere un libro su questo tour.
Da qui in poi, quattro capitoli sono dedicati, dopo uno a mo’ di excursus che ripercorre la storia della Baviera, alla visita delle città dove Joseph è nato e cresciuto.
Sono pagine che, a conti fatti, deludono un po’ le aspettative perché, se è vero che i luoghi sono descritti con dovizia di particolari, oltre si fatica a trovare sostanza.
Gli incontri, infatti, con varie persone che in un modo o nell’altro hanno avuto a che fare con Joseph Ratzinger, restano non approfonditi, quasi non si volesse procedere oltre le impressioni di pochi minuti trascorsi assieme.
Ad ogni modo, per chi volesse addentrarsi in una sorta di pellegrinaggio sulle orme del papa tedesco, il libro resta un supporto importante, perché non manca nessuno dei luoghi in cui egli ha mosso i primi passi.
E, probabilmente non a caso, anche l’Opera Romana Pellegrinaggi pare abbia intuito bene il tutto che il libro della Borghese offre.
Infatti, martedì prossimo, sarà monsignor Rino Fisichella, rettore della Lateranense, a presentare presso la sede dell’Opera Romana Pellegrinaggi non soltanto il libro della Borghese ma anche, in abbinato, un pellegrinaggio nella stessa Baviera inserito nel catalogo 2007.
Del resto, lo dice anche il comunicato d’invito alla presentazione scritto dall’Opera Romana Pellegrinaggi: il libro della Borghese, come il pellegrinaggio in Baviera, passa in rassegna «paesaggi da fiaba: prati e foreste, i profumi intensi della natura, le esuberanti chiese barocche e le cittadine dipinte con i colori dell’armonia, i luoghi più significativi del percorso di formazione spirituale di Benedetto XVI».


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La famiglia è sacra, ma lo è anche Prodi

Manifestazione in favore della famiglia o manifestazione contro i Dico e quindi contro il governo Prodi?
È sul filo neanche troppo sottile di questa incognita che l’incontro organizzativo di ieri pomeriggio sul Family Day ha portato a una situazione di impasse.
Infatti, alcune delle associazioni invitate al tavolo dei lavori (oltre ai leader del Forum delle associazioni familiari c’erano le Acli, il Rinnovamento nello spirito, Sant’Egidio, il Movimento per la vita, l’Azione cattolica e Comunione e librazione) hanno chiesto che prima di decidere una data venisse scritto congiuntamente un Manifesto nel quale venisse esplicitato come la manifestazione non abbia valenze politiche (non sia quindi contro il governo Prodi) ma piuttosto sia stata pensata semplicemente per ribadire il “sì” del mondo cattolico all’istituto familiare e quindi per chiedere politiche adeguate in questo senso.
E anche se, proprio ieri, i vescovi hanno incoraggiato il Family Day attraverso le parole del segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Betori, che ha dichiarato che «se i cattolici italiani pensano di poter dire ad alta voce qual è la loro visione della famiglia e ciò che a loro giudizio può offuscare tale visione, mi sembra dovuto da parte loro e incoraggiato da parte nostra», il mondo dell’associazionismo cattolico più vicino al governo Prodi (le Acli e Sant’Egidio, ad esempio) ha voluto che prima della loro adesione al Family Day venisse scritto un Manifesto che chiarisca quale sia la mission della manifestazione.
Un Manifesto, quindi, che difenda sì l’istituto familiare ma che non suoni perentoriamente contro i Dico e quindi contro il governo.
Si tratta – ha fatto sapere ieri il Forum delle Associazioni familiari – di «un Manifesto unitario dei cattolici italiani per la promozione della famiglia fondata sul matrimonio, anche attraverso significative politiche pubbliche di sostegno».
Un Manifesto ancora tutto da scrivere e che il Forum, grazie all’istituzione di un comitato, spera di poter terminare entro e non oltre una settimana.
Dunque, a soli due giorni dall’avvento del nuovo presidente della Cei, monsignor Angelo Bagnasco, il mondo cattolico deve in qualche modo fare i conti con le diverse anime di cui è composto, alcune non lontane dall’attuale leadership politica del paese.
Bagnasco, proprio nel giorno della nomina a successore di Ruini, ha dichiarato di voler inaugurare una conduzione collegiale, che ascolti dunque tutte le voci dell’episcopato.
Se il Family Day sarà un primo banco di prova in questo senso, il secondo sarà, almeno per la leadership dei vescovi, il prossimo consiglio permanente della Cei (26 – 29 marzo).
Qui Bagnasco, potrà dare fondo alla sua visione collegiale di conduzione della conferenza episcopale italiana innanzitutto nell’elaborazione della nota sui Dico annunciata quasi un mese fa da Ruini.
Una nota che, come disse il porporato che ad oggi, oltre a essere vicario del papa per la città di Roma mantiene una certa influenza nella Cei grazie alla riconferma di monsignor Giuseppe Betori alla segreteria generale, altro non vorrà essere che «una parola meditata e ufficiale» sul tema delle coppie di fatto, «impegnativa» per i parlamentari cattolici.
Bagnasco – è questa una delle sue prime direttive – al consiglio permanente discuterà con i vescovi presenti circa la data di uscita della nota e, soprattutto, circa i suoi contenuti.
Per fine marzo, una bozza dovrebbe essere pronta e su quella, collegialmente, si arriverà ad un testo definitivo ascoltando ogni parere e annotazione.
Due dei tre vice presidenti del consiglio permanente della Cei sono tra coloro che il segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, avrebbe visto bene come successori di Ruini e cioè l’arcivescovo di Taranto, monsignor Benigno Luigi Papa e il vescovo di Piacenza, monsignor Luciano Monari.
Bagnasco, nell’esercizio del nuovo compito affidatogli dal pontefice, è con loro che dovrà lavorare, ascoltando i loro consigli e arrivando collegialmente ad ogni decisione.
Bertone tiene particolarmente a questa conduzione più collegiale anche perché, in questo modo, con una leadership in sintonia quanto a contenuti col pontefice ma meno centrata sulla figura del suo presidente, la segreteria di Stato potrà fungere da punto di riferimento più deciso per tutto l’episcopato.
Guidare la Cei, come farà Bagnasco, rimanendo tutta la settimana a Genova (tranne un giorno, probabilmente il martedì) altro non potrà fare che favorire questo tipo di conduzione.
Beninteso, i contenuti dell’azione della Cei saranno avanzati in totale continuità con quanto il cardinale Ruini ha fatto nei sedici anni di guida della Cei, ma la forma con cui verranno proposti sarà inevitabilmente diversa.


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Putin rompe il ghiaccio con Ratzinger

La Santa Sede ancora non ha dato la conferma ufficiale seppure, ad oggi, venga data per imminente – dovrebbe essere martedì prossimo 13 febbraio – la visita del presidente russo Vladimir Putin in Vaticano per incontrare papa Benedetto XVI. Una visita – è il caso di dirlo subito – che soddisfa gli interessi di entrambe la parti.
A Putin fa gioco mostrare, innanzitutto agli occhi dell’Occidente, come la Santa Sede non rinunci a tessere rapporti di amicizia e di collaborazione con lui. Insieme, al presidente russo interessa mostrare al suo paese – e quindi alle potenti guide religiose dell’ortodossia – come il Vaticano, e cioè una delle poche e ultime istituzioni che in Occidente combatte con forza contro la secolarizzazione (fenomeno ben presente oramai anche in Russia) non disdegni, ma anzi abbia piacere, guardare a Est, verso un paese in cui, nonostante tutto, una certa spiritualità e senso di rispetto per le guide religiose è ancora ritenuto un valore.
Anche la Santa Sede, è ovvio, ha interesse a un incontro con Putin, soprattutto perché il presidente russo potrebbe giocare un ruolo, se non decisivo quanto meno significativo, per un avvicinamento tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa russa. Avvicinamento che – c’è sempre maggiore fiducia nella stanze vaticane – potrebbe presto concretizzarsi in uno storico incontro tra Benedetto XVI e il patriarca di Mosca Alessio II, un incontro da svolgersi se non in Russia (come aveva sempre cercato di fare papa Wojtyla) almeno – e qui potrebbe risiedere una certa furbizia diplomatica di Ratzinger – in terreno neutrale, chissà, magari a metà strada tra Roma e Mosca, in Austria oppure in Ungheria. Un incontro che potrebbe dare una svolta al cammino di unificazione tra cattolicesimo e Chiese ortodosse ufficialmente separatesi nello scisma del 1054: perché se Mosca fa un passo in questo senso nei confronti di Roma, a pioggia gli stessi passi potrebbero essere compiuti dalle altre Chiese ortodosse.
Dopo essersi incontrato due volte con Giovanni Paolo II (nel 2000 e nel 2003), Putin vedrà per la prima volta Benedetto XVI. Con Wojtyla, Putin parlò in russo e il papa polacco si fece aiutare da un interprete. Con Benedetto XVI, l’incontro avverrà in tedesco, lingua che Putin conosce bene grazie agli anni in cui ha lavorato al servizio del Kgb nella Rdt.
Putin non dovrebbe seguire quanto prima di lui fecero Gorbaciov ed Eltsin con Wojtyla i quali, probabilmente scontentando la leadership della Chiesa ortodossa, invitarono ufficialmente il papa a visitare Mosca.
Il patriarcato ortodosso moscovita – e questo Putin lo sa bene – ha interesse a condurre personalmente i rapporti con la Santa Sede e una mossa del genere da parte di Putin potrebbe non giovare innanzitutto allo stesso presidente russo.
Certo, resta evidente il fatto che mai, come da quando è salito al soglio di Pietro il cardinale Joseph Ratzinger, i rapporti tra le Chiese di Roma e Mosca si siano incanalati su binari così favorevoli.
In particolare a Roma, nei rapporti con Mosca, potrebbe giovare l’attivismo mostrato negli ultimi mesi dal patriarca ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo I. Infatti, l’invito da lui avanzato a Ratzinger a visitare la Turchia lo scorso fine novembre – un invito risultato diplomaticamente vincente perché, in questo modo, Bartolomeo I è riuscito ad aumentare il proprio prestigio e ad accreditarsi maggiormente come uno dei principali interlocutori per Roma all’interno del mondo ortodosso – pare abbia provocato a Mosca la volontà di tornare a mostrarsi come la Chiesa ortodossa più prestigiosa e importante per Roma. La mossa di Bartolomeo I, infatti, non è stata e non è gradita da Alessio II il quale ha ben compreso che se continuerà nell’arroccamento nei confronti di Roma senza concedere nulla, potrà vedersi scippato sotto il naso da Costantinopoli il ruolo di principale riferimento per Roma all’interno del mondo ortodosso.
Sono due i segnali principali venuti recentemente da Mosca circa una certa volontà di disgelo nei rapporti con Roma: il primo si può leggere nel fatto che Putin, oltre a incontrare il papa, si recherà la prossima settimana a Bari, città che la Russia considera – dal punto di vista religioso – una capitale dell’ortodossia poiché qui si trova la basilica san Nicola di Myra che gli ortodossi venerano come loro protettore. Il suo arrivo a Bari, se è stato, come si dice, caldeggiato dallo stesso patriarcato moscovita, potrebbe essere interpretato come una certa volontà della stessa Chiesa ortodossa di Russia di mostrarsi decisa a fare nuovi passi sulla strada dell’ecumenismo con i cattolici. In secondo luogo, resta del tutto significativo il fatto che, recentemente, sia stato il metropolita moscovita Kirill, presidente del dipartimento relazioni estere del patriarcato di Mosca, a scrivere di suo pugno una introduzione alla stampa in lingua russa del libro “Introduzione al cristianesimo” di Joseph Ratzinger, libro editato dalla “Biblioteca dello Spirito”.
Un gesto importante, quello di Kirill, e che, se letto in chiave ecumenica, non può che fare ben sperare.
Oltre ai rapporti ecumenici, la vista di Putin potrà essere “sfruttata”, almeno da parte vaticana, per mettere sul tavolo questioni più pratiche. Anche con Benedetto XVI, infatti, come era ai tempi di Wojtyla, seppure migliorati i rapporti tra Roma e Mosca hanno avuto momenti di crisi soprattutto a causa delle continue accuse di proselitismo mosse dagli ortodossi russi ai cattolici.
Da sempre, è la legislazione russa in tema di libertà religiosa a scontentare la Santa Sede: una prima legge emanata da Gorbaciov nel 1990 aveva dato libertà di azione a tutti i gruppi religiosi. Poi, una legge successiva, quella emanata nel 1997, aveva di fatto tentato di bloccare lo sviluppo di nuove spiritualità, fra le quali è stata inclusa la Chiesa cattolica che pur esisteva, con diocesi e strutture, già al tempo dello zar. Ad aggravare la situazione sono poi intervenute le autorità locali, spesso particolarmente sensibili alle pressioni degli ortodossi del luogo. Una serie di visti non rinnovati a sacerdoti cattolici da molti anni operanti in Russia segnò, nel 2002, il massimo della tensione.
Putin, uno dei pochi capi di Stato non presenti ai funerali di Giovanni Paolo II, nel messaggio augurale a Benedetto XVI per l’inizio del pontificato aveva espresso la volontà di «portare avanti un dialogo politico costruttivo» con il Vaticano e probabilmente la sua imminente visita potrà segnare un nuovo inizio sul terreno di questo dialogo. Un dialogo che, a conti fatti, oggi potrebbe prendere l’abbrivio dalla comune lotta della Santa Sede e di Putin (in quanto capo di un paese la cui Chiesa principale rimane quella ortodossa) contro i tipici mali occidentali: laicismo, economicismo, secolarismo, liberismo e permissivismo, che caratterizzano, appunto, la globalizzazione, la quale è anche americanizzazione del mondo. Potrebbe essere l’inizio di un’alleanza più decisa tra Ratzinger, Putin e Alessio II.


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Bagnasco: il vescovo corteggiato da Pera e Ds

Un passato da fucino, ma oggi convertito al ruinismo. Se c’è una personalità, nel panorama ecclesiastico italiano, capace di unire in sé le due differenti linee esistenti nella Chiesa italiana e, anche, nel mondo dei cattolici impegnati in politica – da una parte una Chiesa devota ma insieme propensa alla mediazione con le istanze laiche della società, dall’altra una Chiesa più votata alla manifestazione e alla difesa decisa dei contenuti della fede in ogni ambito della stessa società – questi è il 64enne arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, il quale domani dovrebbe essere nominato da Ratzinger nuovo presidente della conferenza episcopale italiana al posto del cardinale Camillo Ruini. Come Bagnasco, anche Ruini viene da un passato vicino agli ambienti fucini, ai quali egli è rimasto sempre legato seppure la sua interpretazione dell’incidenza della Chiesa nella società sia stata, soprattutto negli ultimi anni, più aggressiva e volutamente incidente.
Nativo della diocesi di Brescia ma genovese d’adozione, il 64enne Bagnasco garantisce, almeno in linea di principio, continuità con il cardinal Ruini quanto a contenuti. Con lui, infatti, rimarranno primarie le battaglie che prendono il nome di difesa di quei “principi non negoziabili” tanto cari al pontefice, difesa dell’istituto familiare, “no” alle coppie di fatto, ad aborto, eutanasia e a ogni forma di manipolazione genetica.
Presule timido, signorile, uomo di preghiera, riservato ma capace di coltivare i rapporti soprattutto nel lungo periodo, dotato di buon spirito sacerdotale, gusto per la liturgia e senso di devozione nei confronti della Santa Sede, Bagnasco dovrebbe divenire cardinale nel prossimo concistoro previsto per giugno.
Ordinato sacerdote dal cardinale Giuseppe Siri – suo indimenticato predecessore a Genova prima dei cardinali Giovanni Canestri, Dionigi Tettamanzi e Tarcisio Bertone – Bagnasco, fin dai tempi in cui era cappellano nella parrocchia di santa Teresa di Lisieux situata nella zona residenziale di Genova Albaro, ama ricordare con quale prestigioso porporato egli sia divenuto sacerdote, seppure non gli garbi del tutto essere considerato fortemente conservatore come fu Siri.
Bagnasco deve principalmente a Ruini l’ascesa nel panorama episcopale italiano: ai tempi in cui era vescovo di Pesaro (dal 1998 al 2003) il “cardinal Sottile” sembrava intenzionato a nominarlo segretario generale della Cei. Poi non se ne fece nulla ma quando nel 2003 bisognava decidere il nome del nuovo vescovo ordinario militare per l’Italia al posto di Giuseppe Mani, Ruini indicò Bagnasco.
E la stessa cosa la fece lo scorso giugno: Ratzinger aveva appena nominato Bertone nuovo segretario di Stato vaticano e Ruini, d’accordo col pontefice e col cardinale Giovanni Battista Re, indicò lui come nuovo arcivescovo di Genova (la nomina arrivò a fine agosto) scegliendolo tra altri tre candidati liguri: Mauro Piacenza, presidente della pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa e l’archeologia sacra; Domenico Calcagno, vescovo di Savona; Alberto Tanasini, vescovo di Chiavari.
La nomina di Bagnasco a presidente della Cei soddisfa sia il cardinale Ruini che il cardinale Bertone. Quest’ultimo, al contrario di Ruini, non vedeva con particolare entusiasmo l’avvento alla guida della Cei di un cardinale di troppo peso e carisma come potevano essere il patriarca di Venezia Angelo Scola o l’arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra, quanto un vescovo meno prestigioso e titolare di una diocesi minore. In questo senso, l’ipotesi Bagnasco – non è ancor cardinale ma lo diventerà presto; non ha, sulla carta, il carisma di Scola o di Caffarra ma è interlocutore stimato anche all’interno del mondo politico – accontenta entrambi i porporati.
Bertone, con forza nelle ultime settimane e soprattutto dopo l’incontro avvenuto all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede tra la leadership della Chiesa italiana e le più alte cariche del paese per festeggiare l’anniversario dei Patti lateranensi e del Concordato, ha lavorato per accreditarsi quale primo interlocutore a cui le forze politiche del paese debbono guardare. La firma del nuovo Concordato del 1984, infatti, venne fatta dall’allora presidente del consiglio Bettino Craxi e dall’allora segretario di Stato, il cardinale Agostino Casaroli, di cui Bertone indossa la croce pettorale. Come dire: come fu ai tempi di Casaroli, le cose tra Stato e Chiesa possono essere ben gestite non soltanto dagli uffici Cei di via circonvallazione Aurelia 50, ma anche dal palazzo apostolico vaticano.
Bagnasco guiderà la Cei da Genova. Una guida dell’episcopato italiano che non risieda a Roma non si verificava da ventidue anni, da quel lontano 1985 in cui il posto venne affidato da Giovanni Paolo II al predecessore di Ruini, il cardinale Ugo Poletti, vicario di Roma. Prima di lui, Maurilio Fossati, Giuseppe Siri, Giovanni Urbani, Antonio Poma e Anastasio Ballestrero avevano condotto la Cei dalle rispettive diocesi.
Con l’avvento di Bagnasco, Ruini continuerà a essere vicario del papa per la città di Roma e monsignor Giuseppe Betori, spetterà, mantenendo la carica di segretario generale per qualche mese, il compito di gestire il passaggio di consegne tra i due. Un passaggio in linea di principio agevole, anche perché Bagnasco, oltre, come detto, a conoscere Ruini da tempo, negli ultimi anni ha lavorato con lui in qualità di segretario della commissione episcopale della Cei per la cultura e le comunicazioni sociali e, soprattutto, come presidente del consiglio di amministrazione del quotidiano Avvenire.
Se quanto alla difesa dei “principi non negoziabili” Bagnasco non dovrebbe in nulla discostarsi da Ruini, è il suo passato che si avvicina a quella parte di cattolici di centro sinistra (diessini e margheritini soprattutto) che nelle ultime settimane si è vista “riprendere” da Ruini – con tanto di annuncio di uscita di una nota ufficiale – per le dichiarazioni possibiliste circa l’introduzione nel panorama italiano dei Dico. Il passato di Bagnasco come assistente diocesano della Fuci e la sua personale amicizia con esponenti del mondo politico del centro sinistra (amicizia ben testimoniata dalla decisione del presidente Ds della regione ligure Claudio Burlando di offrire alla Curia genovese un posto nella Fondazione Carige), può portare ad una certa distensione almeno quanto ai toni della dialettica.
Un fucino poi convertitosi al ruinismo, dicevamo all’inizio. E, in effetti, non è definizione inappropriata visto che le amicizie di Bagnasco col mondo politico non si fermano certo al centro sinistra. Nei tre anni in cui è stato ordinario militare per l’Italia egli ha intessuto buoni rapporti con il ministro della difesa Antonio Martino e soprattutto con esponenti cattolici del centro destra. Non ultimo, una stima ricambiata con l’ex presidente del Senato Marcello Pera, ratzingeriano di ferro, il quale, non avendo un filo diretto con la segreteria di Stato attuale, ha trovato in Bagnasco una sponda fidata con cui parlare e, a maggior ragione se quest’ultimo domani diverrà presidente della Cei, del tutto prestigiosa.



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