Il papa userà i toni forti con l’Europa e tornerà sui principi non negoziabili
mar 23, 2007 IL RIFORMISTA (OLD)
È quest’oggi che il nuovo presidente della Cei Angelo Bagnasco esordisce ufficialmente in pubblico a Roma con un discorso che dovrebbe essere dedicato all’Europa e a cosa la Chiesa intenda debba essere la “giusta laicità” all’interno dei paesi del vecchio continente.
Dopo di lui, le parole dedicate a radiografare la situazione attuale dell’Europa del “ministro degli esteri” vaticano, ovvero monsignor Dominique Mamberti, che nella segreteria di Stato della Santa Sede governata dal cardinale Tarcisio Bertone cura i rapporti con gli Stati.
L’occasione dei due interventi è la riunione della Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea) riunita a Roma per il cinquantesimo anniversario dei trattati europei alla presenza anche del presidente del Parlamento europeo, Hans-Gert Pöttering.
Una riunione che cade un anno dopo il convegno promosso dal Partito popolare europeo nel quale Ratzinger coniò, per la prima volta, il termine «non negoziabili» riferito a quei principi che la Chiesa non vuole permettersi di eludere.
E pare ne possa parlare, il papa, di questi principi, nell’udienza che domani concederà proprio al Comece, spiegando come esattamente egli si auspichi l’Europa li interpreti.
Un discorso che si prevede dai toni forti e per nulla accondiscendenti con un’Europa che sempre più rifiuta come non valida l’esperienza cristiana all’interno della propria vita politica e civile.
Un discorso che inevitabilmente prenderà le difese della famiglia fondata sul matrimonio, tema attuale non soltanto nell’Italia in cui imperversa il dibattito sulla legalizzazione delle coppie di fatto, ma anche in tutta Europa dove molti paesi hanno però già legiferato in merito.
Papa Ratzinger potrebbe citare esplicitamente la parola «compromesso» quale azione non ritenuta opportuna laddove in ballo ci sono principi che la Chiesa ritiene non possano essere negoziabili in nessun modo.
Per la Chiesa del papa difensore della morale cristiana fin dai tempi della conduzione dell’ex Sant’Uffizio, esistono principi che vanno salvaguardati sempre e comunque.
Ma torniamo ad Angelo Bagnasco e a Dominique Mamberti. I loro discorsi apriranno la strada alle parole di domani del pontefice e, con ogni probabilità, entreranno concretamente nei problemi che il continente europeo oggi è chiamato ad affrontare.
Bagnasco, esplicando il giusto concetto di laicità, dovrebbe difendere la Chiesa dalle accuse di ingerenza che sovente le vengono mosse contro. La Chiesa – questo dovrebbe essere il centro del discorso del successore di Ruini alla guida della Cei -, è legittimata a parlare e spetta poi ai laici cercare di comprendere quanto essa dice e eventualmente accogliere le sue ragioni.
Quanto alla posizione che i politici cattolici italiani saranno chiamati ad assumere qualora il ddl Bindi-Pollastrini venga votato in Parlamento, dettagli più precisi verranno enucleati nella “nota sui Dico” che la settimana prossima il consiglio permanente della Cei andrà ad approvare.
Mamberti è l’uomo voluto da Bertone al suo fianco per coadiuvarlo nel difficile lavoro diplomatico della segreteria di Stato. Un lavoro che dopo i problemi seguiti al discorso del papa a Ratisbona è divenuto sempre più efficace, come ha ben dimostrato il viaggio del papa in Turchia lo scorso fine novembre e come si è evidenziato – per quanto riguarda l’azione diplomatica del segretario di Stato – nell’indiscusso successo raggiunto soltanto due giorni fa da Bertone all’incontro avvenuto a Milano con il gotha della finanza e dell’imprenditoria milanese.
Anche Mamberti dovrebbe quest’oggi richiamare il ruolo del cristianesimo in Europa. Le sue parole pare non abbiano come primo fine quello di indirizzare la stesura della “Dichiarazione di Berlino” in via di lavorazione nei lavori del Consiglio europeo di questo weekend.
La Santa Sede, infatti, non ritiene che la “Dichiarazione” venga integrata come preambolo nel trattato costituzionale e, anche per questo motivo, Mamberti non dovrebbe insistere sul fatto che nella dichiarazione si faccia un esplicito riferimento alle radici cristiane dell’Europa.
Al termine dei lavori, i vescovi stileranno un messaggio che verrà poi consegnato al presidente del Consiglio Romano Prodi che lo porterà a Berlino per il vertice informale di domani e dopo domani dove verrà firmata la “Dichiarazione”.
Il messaggio non terrà conto soltanto di quanto un comitato di saggi – tra i quali l’ex commissario Ue Mario Monti, l’ex presidente della Commissione Jacques Santer e l’ex presidente del Parlamento europeo Pat Cox – hanno scritto in questi giorni per “indirizzare” i lavori del Comece, ma principalmente prenderà spunto dalle parole del pontefice e di quanto oggi Bagnasco e Mamberti andranno a dire. Insieme, verrà tenuto presente quanto il Metropolita Emmanuel, membro del Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico e Metropolita di Francia, e il Pastore Jean-Arnold de Clermont, presidente delle Conferenze delle Chiese Europee, andranno a dire.
Luxuria dice “no” a piazza San Giovanni
mar 21, 2007 PALAZZOAPOSTOLICO.IT
In fin dei conti, in questi giorni in cui tutti, ma proprio tutti, cercano di buttarsi sul carrozzone del Family Day, da annotare resta soltanto la coerenza di Vladimir Luxuria la quale ha spiegato che non sarà alla manifestazione semplicemente perché andare significa aderire a un «manifesto» in cui «si dice che l’unica famiglia da tutelare è quella formata da uomo e donna».
Almeno lei l’ha capito.
Il nuovo vangelo di Giuda non è un apocrifo, ma un romanzo
mar 21, 2007 IL RIFORMISTA (OLD)
«Non tutto in questo libro può essere considerato probabile, ma tutto dev’essere possibile».
Così il professore Francis J. Moloney, salesiano e dottore in sacra teologia, spiega come debba essere letto l’ultimo lavoro di Jeffrey Archer – “Il vangelo secondo Giuda, di Beniamino Iscariota” (Mondadori, 118 pp. 12 euro) – al quale egli ha collaborato in quanto teologo.
Un libro che nulla ha a che vedere con il cosiddetto “Vangelo di Giuda” ritrovato nel Codex Tchacos, un manoscritto copto scoperto nel 1997 il quale, seppure tanto abbia fatto parlare di sé, non può essere considerato come il “Vangelo di Giuda” perché altro non è che la traduzione, fatta nel III secolo, di un testo greco risalente probabilmente al 180-190 d.C.
«Capire la vita di Giuda – disse Ratzinger lo scorso ottobre – significa comprendere aspetti decisivi del mistero della relazione fra uomo e Dio». «E la mia preghiera – ha dichiarato Moloney nella presentazione del libro avvenuta ieri a Roma – è che la storia di Gesù e di Giuda che Jeffrey Archer e io abbiamo raccontato nel nostro Vangelo possa contribuire a questa comprensione».
Un libro, quello di Moloney e Archer, che si discosta di parecchio dai tanti “Vangeli di Giuda” usciti recentemente.
Perché il testo dei due è basato sui vangeli di Matteo, Luca e Giovanni i quali, per primi, descrivono Giuda come colui che, lasciato tutto per seguire Gesù, si ritrovò a consegnarlo nelle mani di coloro che l’avrebbero ucciso.
Moloney e Archer, a differenza degli altri “Vangeli di Giuda”, tentano di dimostrare che il ritratto popolare tradizionale di Giuda, in cui si assommano tutti i suoi tratti negativi descritti nei quattro Vangeli, potrebbe non rendergli giustizia.
«Questo Vangelo – si legge nell’introduzione del volume – è scritto affinché tutti possano conoscere la verità a proposito di Giuda Iscariota e del ruolo che ebbe nella vita e nella tragica morte di Gesù di Nazaret».
Archer, con l’aiuto del prelato e teologo Moloney, dà voce a Beniamino Iscariota, figlio dell’apostolo, il quale narra la storia di Gesù Cristo secondo la testimonianza paterna. Il risultato è un testo da cui emerge una nuova identità dell’apostolo condannato nei secoli alla reputazione del traditore.
Chi era davvero Giuda Iscariota? Cosa pensava di Gesù? Come ha vissuto i momenti del noto tradimento? Si è davvero ucciso dopo aver tradito Gesù? Giuda aveva davvero un figlio che si chiamava Beniamino?
Secondo Moloney e Archer c’è risposta per ognuna di queste domande. In particolare, Giuda non va considerato come un traditore, un ladro, un corrotto pronto a sacrificare il figlio di Dio per denaro, ma un personaggio che la storia ha trattato ingiustamente.
Per loro, infatti – sono questi i punti salienti del libro – Giuda era convinto che Gesù fosse un profeta, forse addirittura il Messia, ma non poteva accettare un Messia che fosse mortale.
Non solo, secondo i due, Gesù non camminò sulle acque e nemmeno trasformò l’acqua in vino alle nozze di Cana: «Queste cose – dichiara Giuda – non successero mai».
E ancora: Giuda non ricevette trenta denari per tradire Gesù. Egli non voleva nemmeno che Gesù venisse catturato nell’orto del Getsemani: la sua intenzione era convincerlo, con l’aiuto dello scriba, a tornare nella più sicura Galilea. Fu Giuda, invece, a essere tradito dallo scriba.
E, infine, le tesi forse più ardita: Giuda non s’impiccò né, come racconta Luca, morì a causa di un incidente, ma visse fino a tarda età e morì come Gesù, crocifisso dai romani a Khirbet Qumran.
Che le cose andarono realmente come Moloney e Archer non è legittimo dirlo. Ciò che si può sostenere è che il testo cerca di non contenere al suo interno nulla che non possa essere ipoteticamente successo.
Questo, almeno, è stato il principale presupposto secondo il quale Archer – che per primo ha avuto l’idea del libro – ha lavorato.
Inizialmente Archer ha esposto il suo progetto a padre Michael Seed della cattedrale di Westminster, il quale gli suggerì di andare a Roma dal cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano ed ex rettore del pontificio istituto biblico, per esporgli gli obiettivi che si prefiggeva e la necessità di trovare un esperto che lo affiancasse nel progetto.
Martini gli raccomandò tre teologi, tra i quali Moloney. Archer e Moloney si diedero appuntamento a cena nel ristorante romano i Due Ladroni e combinarono di lavorare insieme alla stesura del testo con l’unica condizione imposta da Moloney che qualsiasi cosa egli avrebbe ritenuto opportuno non inserire nel libro, Archer avrebbe dovuto eliminarla. E così è stato.
Nel libro – ha spiegato Moloney – vi sono «alcuni particolari che potrebbero infastidire i cristiani più tradizionalisti».
Eppure, «nonostante gran parte» degli episodi raccontati nel libro sono frutto dell’immaginazione di Archer, «tutti sono stati vagliati attentamente alla luce dei documenti storici prima di essere inseriti nel testo come “possibili”. Alla fine, dopo tutte le mie dotte riflessioni, è stata la storia così efficace concepita da Archer a convincermi ad accettare come “possibili” questi episodi del Vangelo».
I cattolici in piazza chiedono “più famiglia”. Gay e amministrative li spingono contro Prodi
mar 20, 2007 IL RIFORMISTA (OLD)
«Vigileremo perché la manifestazione non sia contro i Dico e quindi non abbia carattere strettamente politico. Per questo motivo non inviteremo nessun ministro del governo e in generale nessun politico. Certo, essendo una manifestazione aperta a tutti i cittadini, chiunque potrà parteciparvi (Mastella e Fioroni, ad esempio, ma anche altri politici di maggioranza e opposizione, Teodem inclusi, hanno già annunciato la loro presenza, ndr, ma non accetteremo nessun genere di strumentalizzazione. Tra l’altro, lo stesso Manifesto che abbiamo firmato, oltre a essere equilibrato e a chiedere esclusivamente politiche sociali in favore della famiglia, non cita espressamente il ddl Bindi-Pollastrini sui Dico ma soltanto il nostro “sì” alla famiglia fondata sul matrimonio così come è sancito nella carta costituzionale. Ovviamente l’equiparazione al matrimonio di altre forme di convivenza è giudicata dal Manifesto negativamente e in questo senso non ci sono dubbi: le esperienze di convivenza, che si collocano in un sistema di assoluta libertà già garantito dalla legislazione vigente, hanno un profilo essenzialmente privato e non necessitano di un riconoscimento pubblico che porterebbe inevitabilmente a istituzionalizzare diversi e inaccettabili modelli di famiglia, in aperto contrasto con il dettato costituzionale. Ma la manifestazione non è una crociata anti-Dico».
Così ieri al Riformista Andrea Olivero, presidente della Acli, poco dopo l’«ottima» – così l’ha definita lui – conclusione del summit delle associazioni familiari (41 a livello nazionale oltre a 20 forum regionali per oltre 3 milioni di famiglie) che ha stabilito che il “Family day” dei cattolici si chiamerà “Più famiglia” – “Ciò che è bene per la famiglia è bene per il paese”, è il sottotitolo – e si terrà il 12 maggio in piazza san Giovanni a Roma.
Una manifestazione alla quale non ha aderito soltanto l’Agesci (Associazione Guide e Scout cattolici italiani) ma esclusivamente per motivi di procedure decisionali interne.
Nei prossimi giorni – lo spiegano dalla segreteria organizzativa della manifestazione – «l’Agesci dovrebbe aderire anche perché nella stesura del Manifesto si è tenuto conto di alcune loro esplicite richieste».
Piuttosto, desta stupore l’adesione delle associazioni nazionali Agedo (associazione genitori di omosessuali), Arcigay, Arcilesbica, Famiglie arcobaleno (associazione papà e mamme omosessuali), Liff (Lega italiana famiglie di fatto) ed anche il Comitato promotore del Manifesto per l’eguaglianza dei diritti, che chiede l’accesso all’istituto del matrimonio civile anche per le persone lesbiche e gay: «Il 12 maggio – ha dichiarato Sergio Rovasio, radicale, membro della direzione della Rosa nel Pugno – è l’anniversario della vittoria sul divorzio ed è giusto riconoscere la possibilità a chiunque di farsi (o rifarsi) una famiglia: ai divorziati eterosessuali così come alle persone lesbiche e gay. La scelta di questa data non può essere casuale e ce ne rallegriamo».
«Queste associazioni – hanno spiegato ieri al Riformista gli organizzatori della manifestazione – non erano invitate al tavolo della discussione e quindi prendiamo atto a posteriori delle loro dichiarazioni. La manifestazione è aperta a tutti ma nessuno potrà tradire lo spirito e il senso del Manifesto».
Quanto ai timori che la manifestazione divenga uno spot elettorale contro il governo Prodi, è ancora Olivero a fugare ogni dubbio: «In questo senso siamo del tutto soddisfatti perché tutti quelli che hanno firmato il Manifesto erano d’accordo nell’evitare questo pericolo. Certo, siamo consapevoli che la manifestazione avrà luogo soltanto due settimane prima del voto delle amministrative, ma altre date non c’erano. Sappiamo che ogni regione sta decidendo sue leggi in tema di politiche familiari e quindi siamo consapevoli che la manifestazione potrebbe forse influire sul voto delle amministrative, ma faremo di tutto perché non abbia luogo alcuna strumentalizzazione».
E ancora: «La manifestazione non sarà il luogo per un confronto con i ministri e i politici. Il confronto dovrà avvenire più avanti, agli Stati Generali indetti dal ministro Bindi per fine maggio. Quella sarà la sede più appropriata».
Il 12 maggio gran parte delle gerarchie del Vaticano non sarà in Italia ma partirà al seguito del papa in Brasile per il suo viaggio apostolico (dal 9 al 14 maggio) in occasione della quinta conferenza generale dell’episcopato latino americano e dei carabi. Anche il nuovo presidente della Cei, Angelo Bagnasco, si terrà alla larga della piazza, pur aderendo in tutto allo spirito della manifestazione.
Dalla segreteria di Stato vaticana, la voce che voleva il cardinale Tarcisio Bertone impegnato per bloccare la manifestazione perché così aveva promesso a Prodi un mese fa nell’incontro avvenuto all’ambasciata italiana presso la Santa Sede, è stata seccamente smentita.
Bertone in questi giorni, è stato informato da monsignor Rino Fisichella sull’andamento dei preparativi e anche lui, come Bagnasco, ritiene l’evento più che legittimo.
Bertone nel sancta sanctorum della finanza
mar 19, 2007 IL RIFORMISTA (OLD)
Da quando lo scorso settembre il cardinale Tarcisio Bertone ha sostituito il cardinale Angelo Sodano alla guida della segreteria di Stato vaticana, è divenuto il porporato con maggiore potere all’interno della Santa Sede.
Da lui passano le faccende che riguardano gli affari interni e esterni del Vaticano, i rapporti diplomatici con le istituzioni italiane e con i governi dei paesi di tutto il mondo.
E come ogni segretario di Stato vaticano che si rispetti, a lui tocca fare i conti, conoscere e “tessere trame” con il mondo della finanza e dell’imprenditoria italiane e quindi con la città di Milano che di quel mondo ne è la principale interprete.
E così, domani sera, all’interno della foresteria milanese Ca’ de Sass, ovvero il “sancta sanctorum” della Cariplo, oggi di Intesa-Sanpaolo – lo scorso sabato un breve articolo del Sole ha annotato la cosa -, a consumarsi sarà proprio il debutto del cardinale segretario di Stato nella capitale finanziaria italiana.
Ad attendere Bertone, ci saranno Giovanni Bazoli, Giuseppe Guzzetti, Roberto Mazzotta, Tancredi Bianchi, Lorenzo Ornaghi e Alberto Quadrio Curzio. Tra gli invitati anche Ferruccio De Bortoli, Francesco Cesarini, Paolo Mieli e altri e imprenditori e banchieri di spicco della città meneghina.
Insieme a Bertone, voleranno a Milano da Roma il presidente dello Ior, Angelo Caloia – pare che a dispetto delle tante voci che lo vogliono vicino alla pensione sia destinato a rimanere al suo posto ancora per qualche tempo -, il cardinale Attilio Nicora, prelato varesino e presidente dell’amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica.
Bertone, negli anni in cui è stato arcivescovo di Vercelli, vice di Ratzinger alla congregazione per la dottrina della fede e poi arcivescovo di Genova, non ha avuto contatti particolari col mondo dell’economia e della finanza, eccettuata una personale amicizia – a tutt’oggi ancora ben salda – con Cesare Geronzi.
Se il cardinale Angelo Sodano era più propenso a tessere amicizie a 360º col mondo economico e finanziario, Bertone deve ancora farsi le ossa ma, in questo senso, la “prima” milanese potrebbe giovargli.
Egli non è uno sprovveduto ed è cosciente che amministrare la Chiesa significa anche saper usare i soldi nel modo giusto e, insieme, avere a che fare con chi coi soldi lavora abitualmente.
Bertone esporrà all’uditorio le linee fondanti del nuovo pontificato di Benedetto XVI e – è ovvio – offrirà qualche spunto circa il suo pensiero in campo economico.
A seguire, l’uditorio – pare che nessuno si aspetti dal porporato parole scontate e di circostanza – potrà fare domande e chiedere chiarimenti intorno, ad esempio, al ruolo della finanza cattolica oggi.
Il pensiero economico di Bertone è tributario di quanto la Chiesa sostiene all’interno della sua dottrina sociale: tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, esiste un’altra strada che è quella che al suo centro ha la tutela della persona e il raggiungimento del bene comune senza sopraffare gli individui.
Una tesi esposta da Bertone anche il 10 giugno dello scorso anno quando ha parlato di bellezza e gratuità ai rampolli dell’imprenditoria italiana riuniti a santa Margherita Ligure. Bertone indicò allora una via etica dell’economia, una via capace di mettere al centro l’uomo, rifiutando sia economie assistenzialistiche che economie liberiste o neoliberiste. Il tutto per costruire vere politiche sociali che ruotino intorno al capitalismo “’personale”.
Il cardinale di riferimento per Bertone, quanto ai rapporti col mondo della finanza, è il romano cardinale arcivescovo di Milano (dal 1929 al 1954) e oggi beato Alfredo Ildefonso Schuster. Benché monaco benedettino e quindi, come Bertone, persona più spirituale che altro, durante la guida della diocesi milanese non risparmiò contatti con chi amministrava la città e con chi, nella Milano pre e post seconda guerra mondiale, gestiva i patrimoni più importanti.
Come Schuster, anche Bertone ha sempre condotto una vita sacerdotale incentrata attorno alla preghiera e, come svaghi, si è più che altro dedicato all’ascolto della musica classica e a guardare in televisione eventi sportivi. Spesso, nei weekend – ma la cosa, a causa dei tanti impegni, non è ancora successa da quando è divenuto segretario di Stato – Bertone ama ritirarsi nel monastero di santa Maria di Rosano, vicino a Pontassieve in provincia di Firenze. Sono i ritiri spirituali del cardinale salesiano con spiccate doti pastorali trovatosi improvvisamente a capo della diplomazia della Chiesa.
«Voglio vedere lesbiche e gay cattolici in piazza al Family Day»
mar 17, 2007 IL RIFORMISTA (OLD)
«Mi piacerebbe vedere le lesbiche e i gay cattolici in piazza per il Family Day a dire il loro forte e chiaro sì alla famiglia fondata sul matrimonio».
Lo dice al Riformista, senza paura, don Oreste Benzi, tonaca lunga e nera di almeno due taglie più larga di quanto occorrerebbe tanto che il colletto bianco, alto alla romana, gira ampio intorno al collo da prete di strada quale egli è.
Ma va bene così: l’abito, per don Benzi, è innanzitutto importante che il prete lo indossi.
E fa niente se è largo, magari usurato, consumato.
Da sola, la tonaca nera, è segno visibile di una vocazione abbracciata per fede.
È questo il suo scopo e mai deve essere disatteso, anche e soprattutto quando si va per le strade italiane – come fa don Benzi – a «liberare le schiave del sesso», come le chiama lui le prostitute.
«Cosa fai lì in strada?», chiede don Benzi quando vede una prostituta ai bordi di una strada. «Vieni con me – le dice -, ti libero io e se mi segui di offro anche un lavoro col quale puoi campare onestamente».
Di ragazza in ragazza, la Rimini nella quale egli abita, è stata del tutto debellata dalla piaga della prostituzione e «se i politici mi ascoltassero – dice don Benzi – l’intera Italia potrebbe essere liberata in una settimana. Ma nessuno ha mai avuto il coraggio di starmi a sentire».
Fondatore della Comunità papa Giovanni XXIII, don Benzi non si occupa solo delle donne di strada. La sua comunità è un vero e proprio movimento di laici impegnati nel sociale, sulle frontiere di ogni dolore: orfani, disagiati, poveri, handicappati, sono le persone che la Comunità di don Benzi accoglie e letteralmente salva da una vita di miserie ed emarginazione.
A metà maggio, se il Family Day si farà, don Benzi porterà a Roma tutta la sua Comunità.
«Saremo in prima fila – spiega – e con me vorrei ci fossero anche quei tantissimi gay e lesbiche cattolici che conosco da anni e che stimo immensamente». Gay e lesbiche cattolici? «Esattamente. Sono tantissimi e vivono la loro condizione cristianamente, fedeli cioè a una vita di castità, impegnati in tutti i campi dell’attività umana».
«Molti di loro – dice don Benzi -, grazie alla particolare sensibilità di cui sono dotati, sono artisti, persone uniche che riescono ad esprimere ciò che sono in modo mirabile. Non devono avere paura della loro condizione. Devono uscire allo scoperto, scendere in piazza e dire a tutti che sono omosessuali che credono in Dio e che cercano si seguire i suoi insegnamenti».
Per don Benzi, che un gay manifesti apertamente il proprio sì alla famiglia non è una contraddizione.
«Le contraddizioni sono altre: ad esempio la posizione di Rosy Bindi e di altri politici che si dicono cattolici e poi si adoperano per promuovere leggi palesemente contro la natura. Dove andremo a finire? Per non parlare dei sessanta della Margherita che hanno sostenuto i Dico. Ma non ascoltano quanto dice il papa? Ma non hanno letto la Sacra Scrittura? A leggere il ddl Bindi-Pollastrini devo rispondere di no. Beninteso, io non sono di per sé contro le unioni civili. In fondo un matrimonio, anche civile, offre stabilità e gli eventuali figli di tali unioni sarebbero comunque tutelati. Ma se accanto alle unioni civili tra uomo e donna si legalizzano anche quelle tra persone omosessuali si inserisce un disordine a cui poi sarà dura, se non impossibile, riparare».
Don Benzi non è persona che le manda a dire.
Il suo stile è sempre stato così, a costo di risultare impopolare e inviso ai più.
E infatti incalza: «Ma la sinistra non era contro il precariato? Coi Dico viene immesso il precariato direttamente nel cuore della vita della società, perché tutto sarà aleatorio, irresponsabile, precario appunto. E ancora mi domando: la sinistra non lotta strenuamente per la genuità, la salvaguardia della natura? E allora perché promuovere leggi che deturpano la natura, che sono ad essa palesemente contrarie?».
E ancora: «L’onorevole Grillini mi ha detto che ho paura degli omosessuali e dell’omosessualità in genere. Ma scherziamo? Io gli omosessuali li voglio in piazza, accanto a me, a dire che c’è un modo di vivere la propria condizione diverso, un modo che addirittura fa essere a favore della famiglia tradizionale, senza compromessi. Altro che paura».
Ancora Martini
mar 16, 2007 PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Così Carlo Maria Martini oggi su Repubblica: “Credo che la chiesa italiana debba dire cose che la gente capisce, non tanto come un comando ricevuto
dall’alto, al quale bisogna obbedire perchè si è comandati. Ma cose
che si capiscono perchè hanno una ragione, un senso. Prego molto per
questo”.
Ringrazio il cardinale Martini per queste parole. Ma non mi sembra che la Chiesa – soprattutto quella italiana – dica cose che la gente non capisce ne tantomeno cose calate dall’alto a mo’ di comando.
Tutt’altro.
E personalmente prego perché continui a dirle.
Vade retro Pera «prima maniera». Sale Follini trascinatore di centro
mar 16, 2007 IL RIFORMISTA (OLD)
Da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Lo spartiacque è la differente valutazione che si dà delle parole delle gerarchie ecclesiastiche riferite alla vita della società. Per taluni queste parole sono ritenute indebita ingerenza, per altri no.
A fare l’elenco e a dire la loro sul tema sono stati ieri due media vaticani, e precisamente Civiltà cattolica e L’Osservatore Romano.
Civiltà cattolica ha elencato alcuni nomi col fine di mostrare come quando si parla di indebita ingerenza, di invadenza delle gerarchie ecclesiastiche, in realtà lo si fa senza conoscere i lineamenti generali (costituzione pastorale Gaudium et spes compresa) della dottrina sulla presenza della Chiesa nella società.
La rivista dei gesuiti – è interessante leggerla perché, essendo ogni articolo passato al setaccio dalla segreteria di Stato vaticana, è il pensiero del dicastero retto dal cardinale Tarcisio Bertone che, in qualche misura, si evince – mette tra i cattivi, a mo’ di esempi a cui non guardare, innanzitutto Enrico Boselli, soprattutto quando parla «non senza qualche contraddizione – spiega Civiltà cattolica – della presenza della Chiesa in Italia», una Chiesa che, a detta di Boselli, gode «di privilegi che nell’epoca moderna e in una democrazia liberale sono del tutto assurdi».
Boselli – afferma ancora Civiltà cattolica – «colloca tra questi privilegi la presenza dei simboli religiosi nelle scuole e negli edifici pubblici» ma «contemporaneamente afferma di non avere mai voluto una battaglia contro quella presenza per non voler apparire come uno che impone un agnosticismo di Stato».
E, tra i cattivi – l’inserimento del suo nome è quantomeno curioso -, c’è anche Marcello Pera. Proprio lui. Ovvio, non il Pera ratzingeriano degli ultimi tempi, quanto il Pera «prima maniera» che un tempo «esprimeva bene ciò che un certo mondo politico» pensava della Chiesa.
Una Chiesa, quella descritta dal “primo” Pera, che «preme sui governi affinché fissino nei codici e nelle costituzioni i comportamenti morali che essa predica».
In scia con questo pensiero, ecco tra i cattivi anche il nome di Sergio Romano. Anche lui, nel lontano 1991, commentava come la Chiesa altro non può fare che tentare ogni strada per «salvare gli uomini: con la loro collaborazione, se possibile, senza, se necessario».
Tra i buoni, e cioè tra coloro che in qualche modo hanno saputo e sanno riconoscere «il diritto della Chiesa di esprimersi sui temi che per essa rivestono una prioritaria rilevanza pastorale e sociale», ecco i nomi di Angelo Panebianco, Claudio Magris e il «liberale» Ernesto Galli della Loggia. Quest’ultimo sì che ha compreso come la Chiesa abbia il diritto di «rivolgersi ai cattolici che fanno per qualche anno i deputati», al fine di aiutare la loro coscienza a scegliere bene come debbano pronunciarsi, ad esempio, sulla «sacralità della vita umana» e sul «valore della famiglia fondata sul matrimonio».
Ma tra i politici di oggi, chi può giovare a favorire un clima meno barricadero e più comprensivo verso le posizioni opposte (e quindi anche verso il libero esercizio della Chiesa di indirizzare le coscienze)? Il quindicinale dei gesuiti non ha dubbi: questa persona è oggi Marco Follini che, nel tempo, potrebbe «favorire la formazione di un “nuovo” centro-sinistra, nel quale arrivino “rinforzi” o “sostituzioni” provenienti dall’altra parte della barricata».
Un Follini trascinatore a sinistra di politici moderati del centra destra, dunque. E del resto, il feeling della Santa Sede con politici dalle posizioni centriste (vedi il Mastella anti-Dico e l’Andreotti de “la legge sui Dico non s’ha da fare”) è cosa nota. Un feeling che accomuna sia la segreteria di Stato del cardinal Bertone che la nuova Cei condotta a distanza dall’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco.
Una nuova Cei che, sulla carta, coltiva amicizie sia nel cattolicesimo democratico del centro sinistra che in quello più “devoto” del centro destra (Marcello Pera compreso).
Una nuova Cei che – è il dato di questi primi giorni di conduzione Bagnasco – continua la linea della difesa dei principi “non negoziabili” (termine coniato da Ratzinger) del cardinale Ruini, seppure con l’esplicito intento di non esasperare gli animi delle diverse fazioni. Vedremo, a fine mese, se la nota sui Dico in uscita a seguito del consiglio permanente di via Aurelia sarà fedele a questa linea o meno.
Sul tema “ingerenza sì-ingerenza no”, ha sparato a zero ieri anche il quotidiano ufficioso della Santa Sede, L’Osservatore Romano.
A sentire i politici – scrive L’Osservatore – ogni intervento del papa è «un’intollerabile ingerenza nelle cose dello Stato italiano».
«Ma la realtà – dicono ancora dal quotidiano vaticano – è ben diversa. A cominciare dall’ultimo “intervento” di Benedetto XVI finito sulle prime pagine di mercoledì. [..] Allo stesso modo, molti altri interventi del papa sulla famiglia sono stati svolti in contesti non riservati a rappresentanti italiani, fossero essi membri di organismi ecclesiali o istituzionali, e avevano, quindi, una valenza ben più ampia. Ma chi se n’è accorto? Chi lo ha sottolineato?».
In breve
mar 15, 2007 IL RIFORMISTA (OLD)
Voci nei sacri palazzi danno per certa la sostituzione, dopo il viaggio apostolico di fine maggio del papa in Brasile, di monsignor Leonardo Sandri dal posto di “ministro degli Interni” vaticano, ovvero dalla prima sezione della segreteria di Stato.
Ratzinger aveva in animo di sostituire Sandri prima di maggio ma il presule argentino ha insistito per rimanere in modo da accompagnare il pontefice in Brasile.
Sandri, lasciata la segreteria di Stato, sarà promosso in un posto cardinalizio e cioè diverrà prefetto della congregazione per le Chiese Orientali al posto del cardinale Ignace Moussa I Daoud. Nuovo “ministro degli Interni” al posto di Sandri potrebbe divenire Ferdinando Filoni.
In alternativa si fanno i nomi dello spagnolo Lopez Quintana e dell’italiano Agostino Marchetto.
Altre nomine minori sono: Di Ruperto segretario dei Santi con lo spostamento di Novak a curare i migranti polacchi nel mondo; Boccardo nuovo nunzio in Slovenia, con Corbellini dirottato al suo posto.



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