La Cei mette sotto accusa i “cattolici democratici”

I Dico non vengono mai citati esplicitamente ed è innanzitutto a questo fatto che si appellano i cattolici del centro sinistra favorevoli al ddl Bindi-Pollastrini.
Eppure, nella “Nota” firmata e pubblicata ieri pomeriggio dal consiglio permanente della Cei al fine di «illuminare la coscienza dei credenti» sulle iniziative legislative in materia di unioni di fatto, i pesantissimi “no” alla legalizzazione delle unioni civili, alla legalizzazione delle coppie gay e, insieme, le parole riferite a come i politici cattolici debbono comportarsi in caso di voto restano del tutto esplicite anche perché – è un dato di fatto – se i Dico non fossero stati firmati dal consiglio dei Ministri, la Chiesa non avrebbe reagito prontamente a livello di gerarchie con la stesura di una “Nota” ufficiale e a livello di popolo con l’indizione di un Family Day.
Il direttivo della Cei guidata da Angelo Bagnasco ha coniato ieri un testo più hard che soft – un testo ruiniano si potrebbe dire – per spiegare come sia ritenuta «inaccettabile sul piano di principio», «pericolosa sul piano sociale ed educativo» e con effetti «inevitabilmente deleteri per la famiglia» ogni «legalizzazione delle coppie di fatto» e, quindi, «la legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso» perché «si negherebbe la differenza sessuale» giudicata «insuperabile».
Nel testo viene fatto un esplicito riferimento al comportamento che i parlamentari cattolici debbono tenere quando sono chiamati a votare progetti di legge che legalizzino le unioni di fatto: «Il parlamentare cattolico – si legge nella “Nota” – ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge». Né più, né meno: compromessi o «soluzioni che compromettono o attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società» non sono contemplati.
Il riferimento al voto dei politici evidenzia come, se tutte le anime dell’episcopato erano presenti al consiglio direttivo, sono state le posizioni più intransigenti ad avere avuto la meglio.
È vero, come ha comunicato ieri Stefano Ceccanti, capo dell’ufficio legislativo del ministero per le Pari Opportunità e estensore del ddl Bindi-Pollastrini, che i diritti e doveri previsti nei Dico si riferiscono alle persone e non alle convivenze e che, di per sé, non si può sostenere che un intervento legislativo configuri un riconoscimento diretto delle unioni (una legalizzazione), ma è altrettanto vero che l’apertura dei vescovi nella “Nota” di ieri circa la possibilità di offrire garanzie e tutele giuridiche per le persone che convivono è inserita come extrema ratio, accanto a un “sì” forte e chiaro alla famiglia fondata sul matrimonio.
Se c’è un mondo che viene pesantemente criticato dai vescovi nella “Nota” di ieri, altro non può essere che quel “cattolicesimo democratico” che tanto si è adoperato per arrivare ad un compromesso in merito alle unioni civili.
A conti fatti, nel libro nero dei vescovi non possono che entrare non soltanto i vari cattolici di area Ds dichiaratamente pro Dico, ma anche quei sessanta della Margherita che tramite una lettera esplicitamente si schierarono a favore del ddl. Ieri, l’ispiratiore della lettera Dario Franceschini, ha ribadito come i Dico non prevedano alcuna equiparazione tra famiglia e coppie di fatto e in questo senso, nonostante la “Nota”, ha chiesto ai lavori parlamentari di procedere alacremente.
Tra i ministri in questi giorni al centro dell’attenzione per le dichiarazioni di partecipazione al Family Day, sono soprattutto Clemente Mastella e Giuseppe Fioroni ad uscire indenni dalla bastonata vescovile. I due, infatti, e per motivi diversi, non parteciparono al voto del consiglio dei Ministri sui Dico e come tali si possono ritenere “salvi”, in linea cioè con le parole dell’episcopato italiano. Il primo al momento del voto uscì dall’aula mentre il secondo non vi partecipò perché era in missione a Budapest.
A differenza loro, invece, Francesco Rutelli, nonostante si adoperò per non far passare il ddl, il suo voto lo diede e in questo senso oggi la sua posizione non può certo essere definita comoda.
Tra i cattivi – anche a quanto ha dichiarato nei giorni scorsi dai microfoni della sua Radio Maria padre Livio Fanzaga – c’è ovviamente la cattolicissima Rosy Bindi. Quest’ultima, secondo il battagliero fondatore della “sacra” radio, «è sempre in tempo, prima di Pasqua, a confessarsi, pentirsi e ritirare il ddl». «Io – ha detto ancora padre Livio – credo che per salvare l’anima val la pena. Anzi: che giova all’uomo conservare la sua poltrona se poi perde la sua anima? Una poltrona che tra l’altro durerà ancora qualche mese ma nulla di più. Ma anche se durasse tutta la vita…».


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