Bertone chiude l’era Ruini: “Con l’Italia tratto io”
28 marzo 2007 -
Mentre ieri il direttivo dell’episcopato italiano – il consiglio permanente della Cei – era riunito a Roma nel tentativo di trovare un accordo (ancora non trovato) sul testo definitivo dell’attesissima “Nota pastorale” riferita ai Dico, l’assise ha registrato l’arrivo di un’importantissima lettera inviata dal segretario di Stato Tarcisio Bertone al nuovo presidente della Cei Angelo Bagnasco.
Una lettera che, visti i contenuti, è stata resa pubblica sul sito del Vaticano.
Bertone, in sostanza, dopo aver elogiato le aperture di Bagnasco alla collegialità nella conduzione della Cei ben espresse nella sua prolusione dell’altro ieri di apertura del consiglio permanente, dichiarava esplicitamente che d’ora innanzi, per quanto concerne i rapporti con le istituzioni politiche, il pallino sarebbe passato in mano sua e non sarebbe più stato, come è avvenuto nell’era Ruini, nelle mani del presidente della Cei di turno.
«Negli ultimi mesi – ha scritto testualmente Bertone mandando in questo senso un messaggio a tutto il direttivo della Cei – ho potuto apprezzare ancor meglio il compito che i pontefici hanno affidato a questa segreteria (la segreteria di Stato, ndr), d’intessere e di promuovere le relazioni con gli Stati e di attendere agli affari che, sempre per fini pastorali, debbono essere trattati con i governi civili. Sono quindi consapevole che tale ruolo richiede particolare sollecitudine per codesto nobile paese, intriso di fede cristiana e sul cui territorio, per provvida destinazione, risiede la cattedra di Pietro».
Come a dire: se con Giovanni Paolo II il cardinale Ruini ha gestito i rapporti con le istituzioni politiche italiane direttamente, ora che al posto di Ruini siede Bagnasco, le cose devono tornare a come è giusto che siano.
E, in effetti, è probabilmente anche per questo motivo che nelle scorse settimane, Bertone aveva mostrato perplessità circa l’intenzione di Ruini di avere come suo successore alla guida della Cei un cardinale di peso quali sono Scola e Caffarra e aveva insistito invece per avere un vescovo di minor peso quale è Papa di Taranto.
In questo modo, infatti, egli sarebbe stato facilitato nell’intento di gestire personalmente i rapporti con le istituzioni come, tra l’altro, aveva fatto capire di essere intenzionato a fare incontrando Napolitano e Prodi il 19 febbraio scorso nella sede dell’ambasciata italiana presso la Santa Sede.
E ora che il pallino tornerà nelle mani del segretario di Stato, è la sua linea meno invasiva come è stata invece quella ruiniana che per forza di cose andrà a prevalere.
E il direttivo della Cei pare abbia prontamente recepito il messaggio se è vero che, nelle prime sessioni di lavoro di ieri, le varie anime dell’episcopato italiano hanno discusso per arrivare a una “Nota” sui Dico che possa risultare più soft di quanto ci si sarebbe potuti aspettare, nel senso che se presenterà chiare ed esplicite affermazioni dottrinali in merito alla necessità di difendere sempre e comunque la famiglia fondata sul matrimonio e se, insieme, conterrà un giudizio negativo in merito al tentativo di legalizzare qualsiasi altra forma di convivenza diversa da essa, lascerà tuttavia a ciascun credente, sia esso un semplice fedele o un cittadino impegnato nell’azione politica, piena libertà di interpretazione e quindi piena libertà di voto laddove i Dico entrassero nell’agenda parlamentare.
La nuova linea “chiarezza sui princìpi ma senza toni esasperati” propria di Bertone e recepita da Bagnasco, potrebbe trovare dunque un suo primo campo di espressione proprio nella “Nota” sui Dico, un terreno in cui non è così difficile muoversi se è vero che è innanzitutto all’interno della stessa Chiesa che da più parti arrivano spinte perché le gerarchie ecclesiastiche propongano i princìpi in cui credono in modo meno invasivo e forte di quanto non sia stato fatto soprattutto negli ultimi anni.
Nel direttivo della Cei riunito in questi giorni a Roma (in tutto ci sono sette cardinali e ventiquattro vescovi) sono parecchi coloro che, come area di pensiero, risultano vicini al cattolicesimo di sinistra, quello stesso cattolicesimo che ha collaborato a coniare il ddl sui Dico.
Costoro – non è un segreto – preferirebbero una Chiesa più di retrovia e in questo senso guardano con preoccupazione, se non con paura, l’uscita di una “Nota” che potrebbe inasprire il clima politico e quindi mostrare una Chiesa arroccata e chiusa in se stessa.
Certo, dalla parte dei porporati e dei presuli ritenuti invece – si passi il termine – maggiormente “d’attacco”, vengono in soccorso le continue difese del papa di quei princìpi “non negoziabili”, tra i quali la famiglia fondata sul matrimonio è parte integrante.
Non solo, le parole rivolte sabato scorso da Benedetto XVI alla conferenza dei vescovi europei con quel richiamo durissimo contro ogni forma di compromesso sugli stessi princìpi, sono terreno fertile per il crescere di visioni di maggiore forza e incidenza.
E non è un caso che anche la prolusione di Bagnasco tenuta l’altro ieri in apertura dei lavori del consiglio permanente, se si è differenziata per stile da quelle precedentemente tenute dal cardinale Ruini, ha “dovuto” comunque tenere presenti i toni e i contenuti proposti dal pontefice tant’è che almeno il giudizio generale sui Dico è stato severo e per nulla accondiscendente.
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