Parla meno di Ruini: stessi princìpi, toni più soft

Voci di corridoio davano nei giorni scorsi il nuovo presidente della Cei, Angelo Bagnasco, preoccupato perché le parole che la Chiesa è chiamata e sarà chiamata a pronunciare in merito ai temi di più stretta attualità vengono sovente interpretate con toni di troppo smaccata chiusura nei confronti del mondo cosiddetto laico, quasi che le parole “dialogo” e “comprensione” non fossero più ritenute esistenti all’interno dell’azione della stessa Chiesa.
E, in effetti, questa preoccupazione è risuonata nella prolusione che ieri pomeriggio il successore del cardinale Ruini alla guida dell’episcopato italiano ha tenuto in occasione dell’apertura del suo primo consiglio permanente come presidente della Cei, un consiglio dai contenuti forti in quanto è proprio dai lavori romani che si chiuderanno il prossimo giovedì che dovrebbe uscire il testo definitivo dell’attesissima “Nota sui Dico e la famiglia” rivolta sia fedeli che soprattutto ai politici cattolici.
Un testo che - lo si apprende dalla chiusura della prolusione di ieri - verrà coniato dopo un dialogo franco e aperto fra tutti i vescovi che partecipano al consiglio permanente, da coloro che sono ritenuti più intransigenti come Scola, Caffara, Sepe e lo stesso Ruini, fino a quelli ritenuti di posizioni più accondiscendenti come Antonelli, Tettamanzi, Poletto, Papa, Monari, Forte, Miglio e Ghidelli.
Bagnasco ha infatti esplicitamente chiesto all’opinione pubblica di dare «la giusta rilevanza al comunicato finale (verrà pubblicato giovedì, ndr) di questo consiglio in quanto resoconto di un qualificato incontro collegiale della nostra conferenza». Come a dire: la “Nota sui Dico e la famiglia” e, in generale, tutte le prese di posizione in favore della famiglia fondata sul matrimonio e tutte quelle avanzate contro la legalizzazione delle coppie di fatto, saranno decise insieme, collegialmente, dal presidente della Cei, dai vescovi e dai cardinali che partecipano al consiglio permanente, tenendo conto delle posizioni dei vescovi che pur non partecipando al consiglio formano l’insieme dell’episcopato italiano.
Bagnasco voleva - e così è stato - rimanere saldo sui princìpi più volte ribaditi dal suo predecessore e, negli ultimi mesi, da papa Ratzinger, usando tuttavia uno stile che potremo definire più soft, meno d’impatto e soprattutto cercando di parlare a nome di tutti i vescovi, nessuno escluso.
Il risultato è stata una prolusione meno lunga di quelle che teneva Ruini (soltanto otto pagine) priva di parole riferite strettamente alla politica interna ed estera, all’economia e alla situazione sociale del paese e con un solo riferimento - di poche righe - all’Europa per ribadire la necessità del riconoscimento pubblico delle radici cristiane del continente. Parole, queste ultime, esplicitate soltanto in cinque righe ed evidentemente inserite dopo aver ascoltato la dura reprimenda papale ai vescovi europei ricevuti in udienza lo scorso sabato in Vaticano.
Certo, in merito al disegno di legge sui Dico, la linea della dottrina della Chiesa è mantenuta salda grazie al giudizio di Bagnasco che reputa il ddl «inaccettabile sul piano dei princìpi» e «pericoloso sul piano sociale ed educativo», ma è in termini generali che l’insieme della sua prolusione mostra il tentativo di dare una nuova impronta di governo all’episcopato italiano.
Un’impronta che si potrebbe definire così: salda sui princìpi, collegiale nelle decisioni, più soft nello stile espositivo dei contenuti.
Sulla modalità di governo della Cei si era giocata nei mesi scorsi una battaglia a distanza tra coloro che nell’episcopato italiano desideravano una guida meno accentratrice e coloro che invece ritenevano opportuno il contrario.
Tra le due tendenze - la prima in un certo qual modo “sponsorizzata” dalla segreteria di Stato vaticana, la seconda dalla leadership uscente della Cei - era prevalso un compromesso, con la decisione di nominare successore di Ruini l’arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, nome più prestigioso dei vescovi Papa, Cacucci, Corti e Monari ma non così d’impatto come i cardinali Scola e Caffarra.
Ieri il neo presidente Cei ha mostrato bene la volontà di porsi nel mezzo. Egli ha riaffermato la totale fedeltà al pontefice, la legittimità che la Chiesa difenda i valori fondamentali come l’unione sacramentale tra uomo e donna (in questo senso ha ribadito il suo “sì” al Family Day e alle associazioni che lo hanno voluto e promosso).
Ma, insieme, Bagnasco ha voluto imprimere un suo proprio carattere e stile alla modalità di esposizione di questi contenuti, insistendo parecchio sul fatto che la Cei è una «struttura di servizio» alla quale concorrono singolarmente tutti i vescovi sparsi nelle diocesi della penisola.
Non solo, è forte l’insistenza di Bagnasco sul fatto che la Chiesa parla in favore dell’uomo, di ogni uomo: «Poiché ha a cuore l’umanità intera, la Chiesa a tutti si rivolge cosciente del dono ricevuto per il bene di tutti». E in questo senso quando la Chiesa parla non vuole testimoniare una preoccupazione «politica», «ma eminentemente pastorale». Benineteso, anche con Ruini le cose stavano in questo modo, ma la traduzione che soprattutto negli ultimi tempi l’opinione pubblica ha fatto delle sue parole è andata nella direzione opposta, con le ripetute accuse di ingerenza della Chiesa nelle cose dello Stato.
Ieri pomeriggio, dopo le parole di Bagnasco, buona parte di un certo mondo politico ha reagito alle parole pronunciate da Bagnasco circa i Dico con sdegno e accusando la Chiesa ancora una volta di ingerenza e un’atra parte ha giudicato le stesse parole come una bocciatura dell’azione governativa.
Eppure, qualche novità rispetto al passato la prima prolusione di Bagnasco da capo della Cei l’ha portata e non è detto che già il prossimo giovedì il comunicato finale del consiglio permanente non ne porti altre altrettanto significative.

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