Il nuovo vangelo di Giuda non è un apocrifo, ma un romanzo

«Non tutto in questo libro può essere considerato probabile, ma tutto dev’essere possibile».
Così il professore Francis J. Moloney, salesiano e dottore in sacra teologia, spiega come debba essere letto l’ultimo lavoro di Jeffrey Archer – “Il vangelo secondo Giuda, di Beniamino Iscariota” (Mondadori, 118 pp. 12 euro) – al quale egli ha collaborato in quanto teologo.
Un libro che nulla ha a che vedere con il cosiddetto “Vangelo di Giuda” ritrovato nel Codex Tchacos, un manoscritto copto scoperto nel 1997 il quale, seppure tanto abbia fatto parlare di sé, non può essere considerato come il “Vangelo di Giuda” perché altro non è che la traduzione, fatta nel III secolo, di un testo greco risalente probabilmente al 180-190 d.C.
«Capire la vita di Giuda – disse Ratzinger lo scorso ottobre – significa comprendere aspetti decisivi del mistero della relazione fra uomo e Dio». «E la mia preghiera – ha dichiarato Moloney nella presentazione del libro avvenuta ieri a Roma – è che la storia di Gesù e di Giuda che Jeffrey Archer e io abbiamo raccontato nel nostro Vangelo possa contribuire a questa comprensione».
Un libro, quello di Moloney e Archer, che si discosta di parecchio dai tanti “Vangeli di Giuda” usciti recentemente.
Perché il testo dei due è basato sui vangeli di Matteo, Luca e Giovanni i quali, per primi, descrivono Giuda come colui che, lasciato tutto per seguire Gesù, si ritrovò a consegnarlo nelle mani di coloro che l’avrebbero ucciso.
Moloney e Archer, a differenza degli altri “Vangeli di Giuda”, tentano di dimostrare che il ritratto popolare tradizionale di Giuda, in cui si assommano tutti i suoi tratti negativi descritti nei quattro Vangeli, potrebbe non rendergli giustizia.
«Questo Vangelo – si legge nell’introduzione del volume – è scritto affinché tutti possano conoscere la verità a proposito di Giuda Iscariota e del ruolo che ebbe nella vita e nella tragica morte di Gesù di Nazaret».
Archer, con l’aiuto del prelato e teologo Moloney, dà voce a Beniamino Iscariota, figlio dell’apostolo, il quale narra la storia di Gesù Cristo secondo la testimonianza paterna. Il risultato è un testo da cui emerge una nuova identità dell’apostolo condannato nei secoli alla reputazione del traditore.
Chi era davvero Giuda Iscariota? Cosa pensava di Gesù? Come ha vissuto i momenti del noto tradimento? Si è davvero ucciso dopo aver tradito Gesù? Giuda aveva davvero un figlio che si chiamava Beniamino?
Secondo Moloney e Archer c’è risposta per ognuna di queste domande. In particolare, Giuda non va considerato come un traditore, un ladro, un corrotto pronto a sacrificare il figlio di Dio per denaro, ma un personaggio che la storia ha trattato ingiustamente.
Per loro, infatti – sono questi i punti salienti del libro – Giuda era convinto che Gesù fosse un profeta, forse addirittura il Messia, ma non poteva accettare un Messia che fosse mortale.
Non solo, secondo i due, Gesù non camminò sulle acque e nemmeno trasformò l’acqua in vino alle nozze di Cana: «Queste cose – dichiara Giuda – non successero mai».
E ancora: Giuda non ricevette trenta denari per tradire Gesù. Egli non voleva nemmeno che Gesù venisse catturato nell’orto del Getsemani: la sua intenzione era convincerlo, con l’aiuto dello scriba, a tornare nella più sicura Galilea. Fu Giuda, invece, a essere tradito dallo scriba.
E, infine, le tesi forse più ardita: Giuda non s’impiccò né, come racconta Luca, morì a causa di un incidente, ma visse fino a tarda età e morì come Gesù, crocifisso dai romani a Khirbet Qumran.
Che le cose andarono realmente come Moloney e Archer non è legittimo dirlo. Ciò che si può sostenere è che il testo cerca di non contenere al suo interno nulla che non possa essere ipoteticamente successo.
Questo, almeno, è stato il principale presupposto secondo il quale Archer – che per primo ha avuto l’idea del libro – ha lavorato.
Inizialmente Archer ha esposto il suo progetto a padre Michael Seed della cattedrale di Westminster, il quale gli suggerì di andare a Roma dal cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano ed ex rettore del pontificio istituto biblico, per esporgli gli obiettivi che si prefiggeva e la necessità di trovare un esperto che lo affiancasse nel progetto.
Martini gli raccomandò tre teologi, tra i quali Moloney. Archer e Moloney si diedero appuntamento a cena nel ristorante romano i Due Ladroni e combinarono di lavorare insieme alla stesura del testo con l’unica condizione imposta da Moloney che qualsiasi cosa egli avrebbe ritenuto opportuno non inserire nel libro, Archer avrebbe dovuto eliminarla. E così è stato.
Nel libro – ha spiegato Moloney – vi sono «alcuni particolari che potrebbero infastidire i cristiani più tradizionalisti».
Eppure, «nonostante gran parte» degli episodi raccontati nel libro sono frutto dell’immaginazione di Archer, «tutti sono stati vagliati attentamente alla luce dei documenti storici prima di essere inseriti nel testo come “possibili”. Alla fine, dopo tutte le mie dotte riflessioni, è stata la storia così efficace concepita da Archer a convincermi ad accettare come “possibili” questi episodi del Vangelo».



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