Vade retro Pera «prima maniera». Sale Follini trascinatore di centro
16 marzo 2007 -
Da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Lo spartiacque è la differente valutazione che si dà delle parole delle gerarchie ecclesiastiche riferite alla vita della società. Per taluni queste parole sono ritenute indebita ingerenza, per altri no.
A fare l’elenco e a dire la loro sul tema sono stati ieri due media vaticani, e precisamente Civiltà cattolica e L’Osservatore Romano.
Civiltà cattolica ha elencato alcuni nomi col fine di mostrare come quando si parla di indebita ingerenza, di invadenza delle gerarchie ecclesiastiche, in realtà lo si fa senza conoscere i lineamenti generali (costituzione pastorale Gaudium et spes compresa) della dottrina sulla presenza della Chiesa nella società.
La rivista dei gesuiti – è interessante leggerla perché, essendo ogni articolo passato al setaccio dalla segreteria di Stato vaticana, è il pensiero del dicastero retto dal cardinale Tarcisio Bertone che, in qualche misura, si evince – mette tra i cattivi, a mo’ di esempi a cui non guardare, innanzitutto Enrico Boselli, soprattutto quando parla «non senza qualche contraddizione – spiega Civiltà cattolica – della presenza della Chiesa in Italia», una Chiesa che, a detta di Boselli, gode «di privilegi che nell’epoca moderna e in una democrazia liberale sono del tutto assurdi».
Boselli – afferma ancora Civiltà cattolica – «colloca tra questi privilegi la presenza dei simboli religiosi nelle scuole e negli edifici pubblici» ma «contemporaneamente afferma di non avere mai voluto una battaglia contro quella presenza per non voler apparire come uno che impone un agnosticismo di Stato».
E, tra i cattivi – l’inserimento del suo nome è quantomeno curioso -, c’è anche Marcello Pera. Proprio lui. Ovvio, non il Pera ratzingeriano degli ultimi tempi, quanto il Pera «prima maniera» che un tempo «esprimeva bene ciò che un certo mondo politico» pensava della Chiesa.
Una Chiesa, quella descritta dal “primo” Pera, che «preme sui governi affinché fissino nei codici e nelle costituzioni i comportamenti morali che essa predica».
In scia con questo pensiero, ecco tra i cattivi anche il nome di Sergio Romano. Anche lui, nel lontano 1991, commentava come la Chiesa altro non può fare che tentare ogni strada per «salvare gli uomini: con la loro collaborazione, se possibile, senza, se necessario».
Tra i buoni, e cioè tra coloro che in qualche modo hanno saputo e sanno riconoscere «il diritto della Chiesa di esprimersi sui temi che per essa rivestono una prioritaria rilevanza pastorale e sociale», ecco i nomi di Angelo Panebianco, Claudio Magris e il «liberale» Ernesto Galli della Loggia. Quest’ultimo sì che ha compreso come la Chiesa abbia il diritto di «rivolgersi ai cattolici che fanno per qualche anno i deputati», al fine di aiutare la loro coscienza a scegliere bene come debbano pronunciarsi, ad esempio, sulla «sacralità della vita umana» e sul «valore della famiglia fondata sul matrimonio».
Ma tra i politici di oggi, chi può giovare a favorire un clima meno barricadero e più comprensivo verso le posizioni opposte (e quindi anche verso il libero esercizio della Chiesa di indirizzare le coscienze)? Il quindicinale dei gesuiti non ha dubbi: questa persona è oggi Marco Follini che, nel tempo, potrebbe «favorire la formazione di un “nuovo” centro-sinistra, nel quale arrivino “rinforzi” o “sostituzioni” provenienti dall’altra parte della barricata».
Un Follini trascinatore a sinistra di politici moderati del centra destra, dunque. E del resto, il feeling della Santa Sede con politici dalle posizioni centriste (vedi il Mastella anti-Dico e l’Andreotti de “la legge sui Dico non s’ha da fare”) è cosa nota. Un feeling che accomuna sia la segreteria di Stato del cardinal Bertone che la nuova Cei condotta a distanza dall’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco.
Una nuova Cei che, sulla carta, coltiva amicizie sia nel cattolicesimo democratico del centro sinistra che in quello più “devoto” del centro destra (Marcello Pera compreso).
Una nuova Cei che – è il dato di questi primi giorni di conduzione Bagnasco – continua la linea della difesa dei principi “non negoziabili” (termine coniato da Ratzinger) del cardinale Ruini, seppure con l’esplicito intento di non esasperare gli animi delle diverse fazioni. Vedremo, a fine mese, se la nota sui Dico in uscita a seguito del consiglio permanente di via Aurelia sarà fedele a questa linea o meno.
Sul tema “ingerenza sì-ingerenza no”, ha sparato a zero ieri anche il quotidiano ufficioso della Santa Sede, L’Osservatore Romano.
A sentire i politici – scrive L’Osservatore – ogni intervento del papa è «un’intollerabile ingerenza nelle cose dello Stato italiano».
«Ma la realtà – dicono ancora dal quotidiano vaticano – è ben diversa. A cominciare dall’ultimo “intervento” di Benedetto XVI finito sulle prime pagine di mercoledì. [..] Allo stesso modo, molti altri interventi del papa sulla famiglia sono stati svolti in contesti non riservati a rappresentanti italiani, fossero essi membri di organismi ecclesiali o istituzionali, e avevano, quindi, una valenza ben più ampia. Ma chi se n’è accorto? Chi lo ha sottolineato?».
LASCIA UN COMMENTO... SEGNALA...



Segnala questa pagina su: