In tre è meglio: torna lo spirito di Benedetto contro la solitudine

Preti e quindi monaci.
Così don Massimo Camisasca pensa debbano essere i sacerdoti missionari che decidono di entrare nella sua Fraternità San Carlo.
Una realtà forse piccola – poco più di 100 sacerdoti e una quarantina di seminaristi – ma che grazie al particolare metodo di vita (l’«ossatura monastica», come la ama definire Camisasca) regge l’urto del mondo, la furia di una società per la quale essere prete non è né vanto né esemplarità.
Una realtà descritta con succosi particolari nel suo ultimo lavoro: “Il vento di Dio. Storia di una Fraternità” (Piemme, pag. 123 – euro 10).
Chi è Massimo Camisasca? Difficile rispondere. Se tutto il suo ultimo libro è dedicato a raccontare il crescere della sua più importante fondazione – la Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo, appunto – e se da esso, come da tanti dei suoi altri libri, si capisce che il suo essere scrittore non è attività estemporanea, sono molteplici altri particolari che debbono essere tenuti in considerazione per formare il puzzle della sua personalità.
Camisasca è innanzitutto un bambino che passa la sua giovinezza tra Milano e il lago Maggiore – a Leggiuno, per la precisione, paese natio di Gigi Riva – dove si lega spiritualmente a una delle figure, insieme a sant’Ambrogio, più importanti per la diocesi milanese: san Carlo Borromeo, grande riformatore della Chiesa pur nella totale fedeltà a Roma.
Camisasca è un giovane studente che dopo aver incontrato al liceo Berchet di Milano don Luigi Giussani, decide di farsi prete.
Camisasca è un sacerdote che, nella Roma dei primi anni ottanta, cura i rapporti con il Vaticano per il movimento di Comunione e liberazione e qui, oltre a conoscere da vicino Giovanni Paolo II, entra in rapporto con l’allora cardinale Joseph Ratzinger.
Camisasca è un uomo che non si dà pace fino a quando non vede prendere corpo la sua idea vocazionale: prete sì, ma non senza il supporto di una fraternità, di altri sacerdoti con cui, come è nel monachesimo benedettino, vivere assieme e condividere tutto.
Si tratta, in sostanza, di una modalità di vivere il sacerdozio tutta particolare: chi decide, infatti, di farsi prete nella Fraternità san Carlo è chiamato in qualche modo ad abbracciare un po’ anche la vita dei monaci benedettini.
I preti della San Carlo partono per la missione almeno in tre e dove vanno formano delle case, dei luoghi in cui vivere assieme e da dove svolgere il proprio ministero.
Vivono seguendo una regola precisa fatta di lavoro, silenzio e preghiera, una regola che mette al centro delle loro giornate l’oggettività della sequela e dell’obbedienza: «Il monachesimo benedettino – scrive Camisasca – è un’esperienza in cui è abolita la divisione tra soggettivo e oggettivo».
E in questo senso, «parlare di “regola” significa affermare una “forma” che non elimina magicamente le tensioni, ma mette la persona in una condizione diversa per guardare a se stessa e a tutte le cose. Significa cioè affermare una forma capace di ricondurre le tensioni a una sintesi più vera.[…] Un monastero si compone di mura, di terre, di compiti assegnati. Anche le nostre case (le missioni della san Carlo, ndr) sono fatte di mattoni, di locali, di compiti specifici assegnati a ciascuno. Sono mura ordinate per raccogliere persone chiamate insieme da Cristo».
È questa forma di vita benedettina che Camisasca offre ai suoi sacerdoti e quindi anche a tutta la Chiesa.
Perché, se la Chiesa è una, ogni esperienza in essa riconosciuta è preziosa per tutti.
E allora eccolo, il contributo riformatore di Camisasca alla Chiesa: un gruppo di preti la cui fraternità – la cui «vita in comune», la chiama Camisasca – è un tutt’uno con la propria vocazione, con la propria missione. «Io sono la Fraternità san Carlo», potrebbero dire uno per uno gli oltre 100 sacerdoti di cui Camisasca è oggi superiore generale.
Un modo di vita che potrebbe essere preso da esempio anche da tante diocesi in cui vescovo e sacerdoti, sacerdoti con altri sacerdoti, vivono separati, lontani, estranei non senza ripercussioni negative sul loro stesso ministero.
«A mio avviso – è lo stesso Camisasca a dirlo nel suo libro – è consigliabile che il vescovo torni a vivere tra i suoi seminaristi. Oggi i seminari di molte diocesi sono chiusi, ma laddove il vescovo torna a parlare ai giovani, radunandoli periodicamente nella cattedrale o incontrandoli nelle parrocchie, nelle scuole e nei movimenti, le vocazioni rinascono, anche le vocazioni al sacerdozio ordinato».
E ancora: «In questi casi occorre che il vescovo dedichi maggiore tempo possibile alla loro cura, scegliendo, se è possibile, di abitare in seminario. I seminaristi potranno così imparare cosa significhi una vita comune che riconosca nel vescovo il proprio centro focale. È un passaggio assolutamente necessario per i presbiteri diocesani, perché oggi i sacerdoti appaiono insidiati soprattutto dalla solitudine. All’insignificanza teologica degli anni ’70, si è sostituito più recentemente il disagio affettivo. La vita comune è l’unica risposta seria e duratura al problema degli abbandoni, troppo frequenti soprattutto tra i giovani».
Vita in comune, dunque, come ai tempi di Benedetto. Figura che, non a caso, ha inciso nella scelta del nome dall’attuale pontefice il quale, come ha ricordato Camisasca, ha detto: «Di tutta la Regula, voglio che sia custodita soprattutto questa frase: “Nihil anteponere Christo”, non anteporre nulla a Cristo».


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