Stando a informate fonti vaticane, qualche giorno prima che il direttivo della Cei si riunisse per stabilire la versione definitiva della “Nota” sui Dico precedentemente annunciata da Ruini, il premier Romano Prodi avrebbe avuto un colloquio privato con il nuovo presidente Cei, Angelo Bagnasco.
Un colloquio nel quale i due avrebbero parlato dell’imminente uscita della “Nota” puntualizzando i differenti punti di vista.
Al di là dei precisi contenuti dell’incontro (si dice che il premier non ne sia uscito del tutto soddisfatto), il colloquio sta a dimostrare quanto i contenuti della “Nota” fossero temuti, soprattutto da una certa parte del mondo politico.
E l’attesa è stata tanta anche all’interno dell’episcopato italiano dove sono parecchi i presuli vicini a quel cattolicesimo cosiddetto “democratico”, che trova adepti un po’ in tutti i partiti del centro sinistra, dalla Margherita ai Ds e addirittura più in là, fino a Rifondazione.
Durante i lavori del direttivo Cei, questa parte di episcopato di area “tettamanziana” si è adoperata affinché la propria visione di Chiesa vicina sì alle leggi eterne di Dio ma anche in certo qual modo aperta allo spirito del mondo ne uscisse bene.
In sostanza, l’“operazione ammorbidimento” del testo della “Nota”, pur non essendo completamente riuscita (tutto si può dire del testo tranne che non sia un richiamo forte e preciso ai politici cattolici perché non si prestino a votare leggi immorali) ha raggiunto un suo parziale risultato nel fatto che il direttivo Cei ha poi deciso di eliminare dal testo la maggior parte delle citazioni prese dai testi ratzingeriani della congregazione per la dottrina della fede (i testi che hanno ispirato la stesura della “Nota”), comprese eventuali sanzioni o “scomuniche” (ad esempio l’esclusione dalla comunione) nei confronti dei politici rei di votare leggi immorali.
Secondo Alberto Melloni…
Secondo Alberto Melloni (oggi sul Corriere)la “Nota” della Cei è un testo «stratificato»,«serenamente contorto», «attenuato» e «allargato da sensibilità diverse».
Sarà… A me, invece, sembrava chiaro e preciso. Ma, per carità, sicuramente mi sbaglio io.
Del resto, sono sempre io quello che non capisce che dai pastori il popolo si attende (lo dice sempre oggi il professore di cui sopra sul Corriere) che «si prendano le loro responsabilità pastorali», «dicano a chi vogliono bene (in teoria tutti ma sarebbe bello sentirselo dire)», «si dimostrino capaci di educare ad abiti virtuosi da cui verranno anche politici “coerenti” e vertebrati», «testimonino che essi sono consapevoli d’avere il dono d’annunciare il vangelo senza mutilarlo e senza esserne il freno»…
Che stupido che sono. Pensavo che dai pastori io dovessi semplicemente attendermi parole chiare e, in queste ore, precise in difesa della famiglia e contro ogni volontà di equiparazione di altre forme di unione…
Sono proprio uno stupido.
