Incontro segreto Prodi-Bagnasco

Stando a informate fonti vaticane, qualche giorno prima che il direttivo della Cei si riunisse per stabilire la versione definitiva della “Nota” sui Dico precedentemente annunciata da Ruini, il premier Romano Prodi avrebbe avuto un colloquio privato con il nuovo presidente Cei, Angelo Bagnasco.
Un colloquio nel quale i due avrebbero parlato dell’imminente uscita della “Nota” puntualizzando i differenti punti di vista.
Al di là dei precisi contenuti dell’incontro (si dice che il premier non ne sia uscito del tutto soddisfatto), il colloquio sta a dimostrare quanto i contenuti della “Nota” fossero temuti, soprattutto da una certa parte del mondo politico.
E l’attesa è stata tanta anche all’interno dell’episcopato italiano dove sono parecchi i presuli vicini a quel cattolicesimo cosiddetto “democratico”, che trova adepti un po’ in tutti i partiti del centro sinistra, dalla Margherita ai Ds e addirittura più in là, fino a Rifondazione.
Durante i lavori del direttivo Cei, questa parte di episcopato di area “tettamanziana” si è adoperata affinché la propria visione di Chiesa vicina sì alle leggi eterne di Dio ma anche in certo qual modo aperta allo spirito del mondo ne uscisse bene.
In sostanza, l’“operazione ammorbidimento” del testo della “Nota”, pur non essendo completamente riuscita (tutto si può dire del testo tranne che non sia un richiamo forte e preciso ai politici cattolici perché non si prestino a votare leggi immorali) ha raggiunto un suo parziale risultato nel fatto che il direttivo Cei ha poi deciso di eliminare dal testo la maggior parte delle citazioni prese dai testi ratzingeriani della congregazione per la dottrina della fede (i testi che hanno ispirato la stesura della “Nota”), comprese eventuali sanzioni o “scomuniche” (ad esempio l’esclusione dalla comunione) nei confronti dei politici rei di votare leggi immorali.

Secondo Alberto Melloni…

Secondo Alberto Melloni (oggi sul Corriere)la “Nota” della Cei è un testo «stratificato»,«serenamente contorto», «attenuato» e «allargato da sensibilità diverse».
Sarà… A me, invece, sembrava chiaro e preciso. Ma, per carità, sicuramente mi sbaglio io.
Del resto, sono sempre io quello che non capisce che dai pastori il popolo si attende (lo dice sempre oggi il professore di cui sopra sul Corriere) che «si prendano le loro responsabilità pastorali», «dicano a chi vogliono bene (in teoria tutti ma sarebbe bello sentirselo dire)», «si dimostrino capaci di educare ad abiti virtuosi da cui verranno anche politici “coerenti” e vertebrati», «testimonino che essi sono consapevoli d’avere il dono d’annunciare il vangelo senza mutilarlo e senza esserne il freno»…
Che stupido che sono. Pensavo che dai pastori io dovessi semplicemente attendermi parole chiare e, in queste ore, precise in difesa della famiglia e contro ogni volontà di equiparazione di altre forme di unione…
Sono proprio uno stupido.

Il vescovo accusa le “lobby dei gay”. “Ingannano i semplici”

Sarà perché c’è chi ha ritenuto la “Nota” del direttivo della Cei in merito alle unioni di fatto non così dura come a prima vista pareva essere, ma l’uscita di ieri ai microfoni di Radio Vaticana del responsabile del dicastero della Cei che si occupa proprio di famiglia, il vescovo di Aosta monsignor Giuseppe Anfossi, sembra fatta apposta per sgomberare il campo da ogni possibilità di dubbio e quindi dire forte e chiaro cosa e chi il testo vescovile vuole andare a colpire.
Nonostante Anfossi pare sia stato nei giorni scorsi uno dei vescovi che più ha spinto perché il consiglio permanente coniasse un testo soft, le sue parole di ieri sono calate - queste sì - come una clava su quel cattolicesimo che ancora sosteneva come in fondo la “Nota”, non citando esplicitamente i Dico, non poteva a questi essere direttamente riferita.
Ci ha provato, Anfossi, a dire come la preoccupazione della “Nota” fosse innanzitutto pastorale e non volesse esercitare un’indebita pressione sui politici, ma poi si è lasciato andare per spiegare che il testo è stato scritto direttamente per «dare una risposta a coloro che si interrogano sui Dico, se possano essere accettati da un legislatore che è un buon cristiano: se può votarli». La risposta se l’è data lo stesso Anfossi: «Il legislatore che si sente parte della Chiesa non può».
O meglio, in tutta libertà qualunque politico cattolico può decidere di votare un ddl come i Dico, ma non può assolutamente dirsi - e nemmeno sentirsi - in linea con la Chiesa.
Parole che, con buona pace delle interpretazioni mosse proprio ieri da un certo “cattolicesimo democratico”, non lasciano spazio a compromessi di nessun tipo.
Ma c’è di più. La “Nota”, secondo Anfossi, è stata scritta «indirettamente» anche per difendere «i semplici» da «pressioni ideologiche, da lobby vere e proprie, a cominciare da quella che è legata al mondo dell’omosessualità». Un modo di intervenire, quello della Cei, che dunque «difende una parte di popolazione da ingerenze che sono altrettanto violente e non democratiche».
Come dire, se le parole del mondo laico sono volutamente violente , “altrettanto” non possono che essere quelle della Chiesa.
Difficile, dopo queste parole, dubitare ulteriormente circa i motivi che hanno spinto i vescovi a coniare il testo della “Nota”.
È vero che prima e durante i lavori del consiglio permanente, c’è stata una parte dell’episcopato che ha chiesto con insistenza l’uscita di testo soft. Ma, a conti fatti, il testo vescovile risulta duro e le parole di Anfossi sono arrivate a dimostrarlo.
Nei giorni scorsi, il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone ha scritto direttamente a Bagnasco per comunicargli che d’ora in poi il pallino dei rapporti con le istituzioni politiche del paese sarebbe passato in mano sua, lui che ha elogiato la volontà di conduzione collegiale (e dunque aperta a tutte le anime dell’episcopato) del nuovo presidente Cei Angelo Bagansco.
Ma la “Nota” seppure sia stata coniata collegialmente e cioè dopo un ampio dibattito di tutti i componenti del consiglio permanente, rimane nei contenuti fortemente ruiniana, dura e per nulla accondiscendente. Con buona pace di tutti.

La Cei mette sotto accusa i “cattolici democratici”

I Dico non vengono mai citati esplicitamente ed è innanzitutto a questo fatto che si appellano i cattolici del centro sinistra favorevoli al ddl Bindi-Pollastrini.
Eppure, nella “Nota” firmata e pubblicata ieri pomeriggio dal consiglio permanente della Cei al fine di «illuminare la coscienza dei credenti» sulle iniziative legislative in materia di unioni di fatto, i pesantissimi “no” alla legalizzazione delle unioni civili, alla legalizzazione delle coppie gay e, insieme, le parole riferite a come i politici cattolici debbono comportarsi in caso di voto restano del tutto esplicite anche perché - è un dato di fatto - se i Dico non fossero stati firmati dal consiglio dei Ministri, la Chiesa non avrebbe reagito prontamente a livello di gerarchie con la stesura di una “Nota” ufficiale e a livello di popolo con l’indizione di un Family Day.
Il direttivo della Cei guidata da Angelo Bagnasco ha coniato ieri un testo più hard che soft - un testo ruiniano si potrebbe dire - per spiegare come sia ritenuta «inaccettabile sul piano di principio», «pericolosa sul piano sociale ed educativo» e con effetti «inevitabilmente deleteri per la famiglia» ogni «legalizzazione delle coppie di fatto» e, quindi, «la legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso» perché «si negherebbe la differenza sessuale» giudicata «insuperabile».
Nel testo viene fatto un esplicito riferimento al comportamento che i parlamentari cattolici debbono tenere quando sono chiamati a votare progetti di legge che legalizzino le unioni di fatto: «Il parlamentare cattolico - si legge nella “Nota” - ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge». Né più, né meno: compromessi o «soluzioni che compromettono o attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società» non sono contemplati.
Il riferimento al voto dei politici evidenzia come, se tutte le anime dell’episcopato erano presenti al consiglio direttivo, sono state le posizioni più intransigenti ad avere avuto la meglio.
È vero, come ha comunicato ieri Stefano Ceccanti, capo dell’ufficio legislativo del ministero per le Pari Opportunità e estensore del ddl Bindi-Pollastrini, che i diritti e doveri previsti nei Dico si riferiscono alle persone e non alle convivenze e che, di per sé, non si può sostenere che un intervento legislativo configuri un riconoscimento diretto delle unioni (una legalizzazione), ma è altrettanto vero che l’apertura dei vescovi nella “Nota” di ieri circa la possibilità di offrire garanzie e tutele giuridiche per le persone che convivono è inserita come extrema ratio, accanto a un “sì” forte e chiaro alla famiglia fondata sul matrimonio.
Se c’è un mondo che viene pesantemente criticato dai vescovi nella “Nota” di ieri, altro non può essere che quel “cattolicesimo democratico” che tanto si è adoperato per arrivare ad un compromesso in merito alle unioni civili.
A conti fatti, nel libro nero dei vescovi non possono che entrare non soltanto i vari cattolici di area Ds dichiaratamente pro Dico, ma anche quei sessanta della Margherita che tramite una lettera esplicitamente si schierarono a favore del ddl. Ieri, l’ispiratiore della lettera Dario Franceschini, ha ribadito come i Dico non prevedano alcuna equiparazione tra famiglia e coppie di fatto e in questo senso, nonostante la “Nota”, ha chiesto ai lavori parlamentari di procedere alacremente.
Tra i ministri in questi giorni al centro dell’attenzione per le dichiarazioni di partecipazione al Family Day, sono soprattutto Clemente Mastella e Giuseppe Fioroni ad uscire indenni dalla bastonata vescovile. I due, infatti, e per motivi diversi, non parteciparono al voto del consiglio dei Ministri sui Dico e come tali si possono ritenere “salvi”, in linea cioè con le parole dell’episcopato italiano. Il primo al momento del voto uscì dall’aula mentre il secondo non vi partecipò perché era in missione a Budapest.
A differenza loro, invece, Francesco Rutelli, nonostante si adoperò per non far passare il ddl, il suo voto lo diede e in questo senso oggi la sua posizione non può certo essere definita comoda.
Tra i cattivi - anche a quanto ha dichiarato nei giorni scorsi dai microfoni della sua Radio Maria padre Livio Fanzaga - c’è ovviamente la cattolicissima Rosy Bindi. Quest’ultima, secondo il battagliero fondatore della “sacra” radio, «è sempre in tempo, prima di Pasqua, a confessarsi, pentirsi e ritirare il ddl». «Io - ha detto ancora padre Livio - credo che per salvare l’anima val la pena. Anzi: che giova all’uomo conservare la sua poltrona se poi perde la sua anima? Una poltrona che tra l’altro durerà ancora qualche mese ma nulla di più. Ma anche se durasse tutta la vita…».

Bertone chiude l’era Ruini: “Con l’Italia tratto io”

Mentre ieri il direttivo dell’episcopato italiano - il consiglio permanente della Cei - era riunito a Roma nel tentativo di trovare un accordo (ancora non trovato) sul testo definitivo dell’attesissima “Nota pastorale” riferita ai Dico, l’assise ha registrato l’arrivo di un’importantissima lettera inviata dal segretario di Stato Tarcisio Bertone al nuovo presidente della Cei Angelo Bagnasco.
Una lettera che, visti i contenuti, è stata resa pubblica sul sito del Vaticano.
Bertone, in sostanza, dopo aver elogiato le aperture di Bagnasco alla collegialità nella conduzione della Cei ben espresse nella sua prolusione dell’altro ieri di apertura del consiglio permanente, dichiarava esplicitamente che d’ora innanzi, per quanto concerne i rapporti con le istituzioni politiche, il pallino sarebbe passato in mano sua e non sarebbe più stato, come è avvenuto nell’era Ruini, nelle mani del presidente della Cei di turno.
«Negli ultimi mesi - ha scritto testualmente Bertone mandando in questo senso un messaggio a tutto il direttivo della Cei - ho potuto apprezzare ancor meglio il compito che i pontefici hanno affidato a questa segreteria (la segreteria di Stato, ndr), d’intessere e di promuovere le relazioni con gli Stati e di attendere agli affari che, sempre per fini pastorali, debbono essere trattati con i governi civili. Sono quindi consapevole che tale ruolo richiede particolare sollecitudine per codesto nobile paese, intriso di fede cristiana e sul cui territorio, per provvida destinazione, risiede la cattedra di Pietro».
Come a dire: se con Giovanni Paolo II il cardinale Ruini ha gestito i rapporti con le istituzioni politiche italiane direttamente, ora che al posto di Ruini siede Bagnasco, le cose devono tornare a come è giusto che siano.
E, in effetti, è probabilmente anche per questo motivo che nelle scorse settimane, Bertone aveva mostrato perplessità circa l’intenzione di Ruini di avere come suo successore alla guida della Cei un cardinale di peso quali sono Scola e Caffarra e aveva insistito invece per avere un vescovo di minor peso quale è Papa di Taranto.
In questo modo, infatti, egli sarebbe stato facilitato nell’intento di gestire personalmente i rapporti con le istituzioni come, tra l’altro, aveva fatto capire di essere intenzionato a fare incontrando Napolitano e Prodi il 19 febbraio scorso nella sede dell’ambasciata italiana presso la Santa Sede.
E ora che il pallino tornerà nelle mani del segretario di Stato, è la sua linea meno invasiva come è stata invece quella ruiniana che per forza di cose andrà a prevalere.
E il direttivo della Cei pare abbia prontamente recepito il messaggio se è vero che, nelle prime sessioni di lavoro di ieri, le varie anime dell’episcopato italiano hanno discusso per arrivare a una “Nota” sui Dico che possa risultare più soft di quanto ci si sarebbe potuti aspettare, nel senso che se presenterà chiare ed esplicite affermazioni dottrinali in merito alla necessità di difendere sempre e comunque la famiglia fondata sul matrimonio e se, insieme, conterrà un giudizio negativo in merito al tentativo di legalizzare qualsiasi altra forma di convivenza diversa da essa, lascerà tuttavia a ciascun credente, sia esso un semplice fedele o un cittadino impegnato nell’azione politica, piena libertà di interpretazione e quindi piena libertà di voto laddove i Dico entrassero nell’agenda parlamentare.
La nuova linea “chiarezza sui princìpi ma senza toni esasperati” propria di Bertone e recepita da Bagnasco, potrebbe trovare dunque un suo primo campo di espressione proprio nella “Nota” sui Dico, un terreno in cui non è così difficile muoversi se è vero che è innanzitutto all’interno della stessa Chiesa che da più parti arrivano spinte perché le gerarchie ecclesiastiche propongano i princìpi in cui credono in modo meno invasivo e forte di quanto non sia stato fatto soprattutto negli ultimi anni.
Nel direttivo della Cei riunito in questi giorni a Roma (in tutto ci sono sette cardinali e ventiquattro vescovi) sono parecchi coloro che, come area di pensiero, risultano vicini al cattolicesimo di sinistra, quello stesso cattolicesimo che ha collaborato a coniare il ddl sui Dico.
Costoro - non è un segreto - preferirebbero una Chiesa più di retrovia e in questo senso guardano con preoccupazione, se non con paura, l’uscita di una “Nota” che potrebbe inasprire il clima politico e quindi mostrare una Chiesa arroccata e chiusa in se stessa.
Certo, dalla parte dei porporati e dei presuli ritenuti invece - si passi il termine - maggiormente “d’attacco”, vengono in soccorso le continue difese del papa di quei princìpi “non negoziabili”, tra i quali la famiglia fondata sul matrimonio è parte integrante.
Non solo, le parole rivolte sabato scorso da Benedetto XVI alla conferenza dei vescovi europei con quel richiamo durissimo contro ogni forma di compromesso sugli stessi princìpi, sono terreno fertile per il crescere di visioni di maggiore forza e incidenza.
E non è un caso che anche la prolusione di Bagnasco tenuta l’altro ieri in apertura dei lavori del consiglio permanente, se si è differenziata per stile da quelle precedentemente tenute dal cardinale Ruini, ha “dovuto” comunque tenere presenti i toni e i contenuti proposti dal pontefice tant’è che almeno il giudizio generale sui Dico è stato severo e per nulla accondiscendente.

Parla meno di Ruini: stessi princìpi, toni più soft

Voci di corridoio davano nei giorni scorsi il nuovo presidente della Cei, Angelo Bagnasco, preoccupato perché le parole che la Chiesa è chiamata e sarà chiamata a pronunciare in merito ai temi di più stretta attualità vengono sovente interpretate con toni di troppo smaccata chiusura nei confronti del mondo cosiddetto laico, quasi che le parole “dialogo” e “comprensione” non fossero più ritenute esistenti all’interno dell’azione della stessa Chiesa.
E, in effetti, questa preoccupazione è risuonata nella prolusione che ieri pomeriggio il successore del cardinale Ruini alla guida dell’episcopato italiano ha tenuto in occasione dell’apertura del suo primo consiglio permanente come presidente della Cei, un consiglio dai contenuti forti in quanto è proprio dai lavori romani che si chiuderanno il prossimo giovedì che dovrebbe uscire il testo definitivo dell’attesissima “Nota sui Dico e la famiglia” rivolta sia fedeli che soprattutto ai politici cattolici.
Un testo che - lo si apprende dalla chiusura della prolusione di ieri - verrà coniato dopo un dialogo franco e aperto fra tutti i vescovi che partecipano al consiglio permanente, da coloro che sono ritenuti più intransigenti come Scola, Caffara, Sepe e lo stesso Ruini, fino a quelli ritenuti di posizioni più accondiscendenti come Antonelli, Tettamanzi, Poletto, Papa, Monari, Forte, Miglio e Ghidelli.
Bagnasco ha infatti esplicitamente chiesto all’opinione pubblica di dare «la giusta rilevanza al comunicato finale (verrà pubblicato giovedì, ndr) di questo consiglio in quanto resoconto di un qualificato incontro collegiale della nostra conferenza». Come a dire: la “Nota sui Dico e la famiglia” e, in generale, tutte le prese di posizione in favore della famiglia fondata sul matrimonio e tutte quelle avanzate contro la legalizzazione delle coppie di fatto, saranno decise insieme, collegialmente, dal presidente della Cei, dai vescovi e dai cardinali che partecipano al consiglio permanente, tenendo conto delle posizioni dei vescovi che pur non partecipando al consiglio formano l’insieme dell’episcopato italiano.
Bagnasco voleva - e così è stato - rimanere saldo sui princìpi più volte ribaditi dal suo predecessore e, negli ultimi mesi, da papa Ratzinger, usando tuttavia uno stile che potremo definire più soft, meno d’impatto e soprattutto cercando di parlare a nome di tutti i vescovi, nessuno escluso.
Il risultato è stata una prolusione meno lunga di quelle che teneva Ruini (soltanto otto pagine) priva di parole riferite strettamente alla politica interna ed estera, all’economia e alla situazione sociale del paese e con un solo riferimento - di poche righe - all’Europa per ribadire la necessità del riconoscimento pubblico delle radici cristiane del continente. Parole, queste ultime, esplicitate soltanto in cinque righe ed evidentemente inserite dopo aver ascoltato la dura reprimenda papale ai vescovi europei ricevuti in udienza lo scorso sabato in Vaticano.
Certo, in merito al disegno di legge sui Dico, la linea della dottrina della Chiesa è mantenuta salda grazie al giudizio di Bagnasco che reputa il ddl «inaccettabile sul piano dei princìpi» e «pericoloso sul piano sociale ed educativo», ma è in termini generali che l’insieme della sua prolusione mostra il tentativo di dare una nuova impronta di governo all’episcopato italiano.
Un’impronta che si potrebbe definire così: salda sui princìpi, collegiale nelle decisioni, più soft nello stile espositivo dei contenuti.
Sulla modalità di governo della Cei si era giocata nei mesi scorsi una battaglia a distanza tra coloro che nell’episcopato italiano desideravano una guida meno accentratrice e coloro che invece ritenevano opportuno il contrario.
Tra le due tendenze - la prima in un certo qual modo “sponsorizzata” dalla segreteria di Stato vaticana, la seconda dalla leadership uscente della Cei - era prevalso un compromesso, con la decisione di nominare successore di Ruini l’arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, nome più prestigioso dei vescovi Papa, Cacucci, Corti e Monari ma non così d’impatto come i cardinali Scola e Caffarra.
Ieri il neo presidente Cei ha mostrato bene la volontà di porsi nel mezzo. Egli ha riaffermato la totale fedeltà al pontefice, la legittimità che la Chiesa difenda i valori fondamentali come l’unione sacramentale tra uomo e donna (in questo senso ha ribadito il suo “sì” al Family Day e alle associazioni che lo hanno voluto e promosso).
Ma, insieme, Bagnasco ha voluto imprimere un suo proprio carattere e stile alla modalità di esposizione di questi contenuti, insistendo parecchio sul fatto che la Cei è una «struttura di servizio» alla quale concorrono singolarmente tutti i vescovi sparsi nelle diocesi della penisola.
Non solo, è forte l’insistenza di Bagnasco sul fatto che la Chiesa parla in favore dell’uomo, di ogni uomo: «Poiché ha a cuore l’umanità intera, la Chiesa a tutti si rivolge cosciente del dono ricevuto per il bene di tutti». E in questo senso quando la Chiesa parla non vuole testimoniare una preoccupazione «politica», «ma eminentemente pastorale». Benineteso, anche con Ruini le cose stavano in questo modo, ma la traduzione che soprattutto negli ultimi tempi l’opinione pubblica ha fatto delle sue parole è andata nella direzione opposta, con le ripetute accuse di ingerenza della Chiesa nelle cose dello Stato.
Ieri pomeriggio, dopo le parole di Bagnasco, buona parte di un certo mondo politico ha reagito alle parole pronunciate da Bagnasco circa i Dico con sdegno e accusando la Chiesa ancora una volta di ingerenza e un’atra parte ha giudicato le stesse parole come una bocciatura dell’azione governativa.
Eppure, qualche novità rispetto al passato la prima prolusione di Bagnasco da capo della Cei l’ha portata e non è detto che già il prossimo giovedì il comunicato finale del consiglio permanente non ne porti altre altrettanto significative.

La nota di Bagnasco sui Dico non avrà ultimatum

Un inizio più caldo di mandato alla guida della conferenza episcopale italiana l’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco non poteva trovare.
Il suo primo consiglio permanente da presidente della Cei, infatti - si apre questo pomeriggio a Roma con una sua prolusione e si chiude il prossimo giovedì - ha l’onere di rendere pubblica la nota pastorale della Cei in merito alle coppie di fatto.
A poche settimane dal probabile (ma non ancora certo) voto parlamentare del ddl Bindi-Pollastrini sui Dico e dalla manifestazione dei cattolici in difesa della famiglia, la nota in uscita ha il difficile compito di informare la coscienza dei fedeli (e quella dei politici cattolici) affinché conoscano quale sia il pensiero della Chiesa sulla legalizzazione delle coppie di fatto e si sappiano adeguare (se lo vogliono) conseguentemente.
Bagnasco dovrà dunque decidere con il consiglio permanente dell’episcopato italiano il testo definitivo di una nota scritta nelle scorse settimane dal suo successore, il cardinale Camillo Ruini coadiuvato dal segretario generale della Cei, Giuseppe Betori, e da un gruppo di teologi esperti di diritto e morale.
Ruini, proprio a seguito dell’approvazione del consiglio dei ministri del ddl Bindi-Pollastrini, aveva deciso qualche settimana fa di adoperarsi per far comprendere ai politici come la Chiesa non possa che dire sempre “sì” alla famiglia fondata sul matrimonio e “no” alla legalizzazione di unioni di altro tipo e lo aveva fatto probabilmente anche per rispondere a chi, come il ministro per le politiche della famiglia, si riteneva soddisfatto per aver trovata una qualche sintesi tra le istanze della Chiesa e quelle del mondo cosiddetto laico.
Ma sintesi e compromessi non appartengono al lessico di Ruini e - come si è ben evidenziato l’altro ieri nel durissimo discorso sull’Europa rivolto alla Comece - nemmeno a quello di papa Ratzinger.
E così, ecco l’idea del “cardinale sottile” di ricordare innanzitutto agli stessi fedeli e poi anche ai politici cattolici quale sia il corretto pensiero della Chiesa in merito alla legalizzazione delle coppie di fatto.
Angelo Bagnasco è stato nominato meno di un mese fa presidente della Cei dopo che Ruini aveva fatto i nomi del cardinale Angelo Scola (Venezia) e Carlo Caffarra (Bologna) e dalla segreteria di Stato erano state rese note le preferenze per i meno prestigiosi nomi di Benigno Papa (Taranto), Renato Corti (Novara), Francesco Cacucci (Bari) e Luciano Monari (Piacenza). Bagnasco è stato individuato come la sintesi migliore tra le due linee ecclesiastiche, quella più intransigente “sponsorizzata” da Ruini, l’altra meno invasiva e più di retrovia proposta dalla segreteria di Stato.
Quest’oggi, al consiglio permanente, sono convocate entrambe le anime della Chiesa e insieme dovranno decidere il testo definitivo della nota.
Il consiglio permanente della Cei, infatti, partecipano, oltre a Bagnasco, anche Papa e Monari (in quanto vice presidenti del consiglio), Scola, Caffarra, Tettamanzi, Antonelli e altri arcivescovi in quanto presidenti delle conferenze episcopali regionali e ancora i vari presidenti delle commissioni nazionali della stessa Cei.
Bagnasco pare sia intenzionato a redigere un testo chiaro nei contenuti ma che non contenga ultimata rivolti al mondo della politica.
La nota indicherà il pensiero della Chiesa e, pur auspicando che i cattolici ne tengano conto, lascerà piena libertà di decisione ai politici.
È interesse di Bagnasco, infatti, non alzare troppo i toni dello scontro col mondo laico, ma piuttosto cercare di inaugurare una sua linea di conduzione dell’episcopato italiano che, pur rimanendo salda e intransigente sui principi, sappia dialogare con la società, la politica e con quella parte di Chiesa più legata - per intenderci - alle continue e ripetute parole di apertura del cardinale Martini e alle accolite affermazioni del suo successore a Milano, il cardinale Dionigi Tettemanzi.
E infatti, questo pomeriggio, la prolusione di Bagnasco che aprirà i lavori del consiglio permanente, si preannuncia all’insegna di due concetti: chiarezza e dialogo.
Chiarezza perché non si può tradire il papa e i suoi continui appelli a qui princìpi “non negoziabili” oramai noti a tutti. Dialogo perché, date le linee di principio, è corretto e anche utile ascoltare ogni voce affinché i princìpi non diventino uno scudo protettivo dietro il quale nascondersi senza essere più capaci di ascoltare ogni diversità.

Ratzinger: “Pentiti Europa apostata”

L’attacco all’Europa è forte, duro e apocalittico.
Un anno dopo il discorso rivolto ai politici cristiani del Ppe in cui per la prima volta parlò della necessità che l’Europa non tradisca quei princìpi e valori “non negoziabili” che appartengono alla sua secolare storia, Benedetto XVI - ricevendo quest’oggi in udienza il congresso europeo della Comece, la Commissione degli episcopati dell’Unione europea - tornerà sugli stessi temi con una radiografia del vecchio continente che non lascia spazio ad equivoci.
Il testo del papa - secondo quanto ha appreso il Riformista -, oltre a mostrare un’Europa condannata all’apostasia da se stessa più che da Dio in quanto incapace di proporre valori assoluti, sostiene il pieno diritto dei cristiani a difendere senza alcun tipo di compromesso quei valori e princìpi che la Chiesa ritiene “non negoziabili” e che sono divenuti “fondanti” per l’Europa anche grazie al contributo del cristianesimo.
Ratzinger interviene dopo che ieri era stato il “ministro degli Esteri” vaticano, monsignor Dominique Mamberti, a rivolgersi alla Comece ricordando con disappunto come il Parlamento europeo abbia accusato «ingiustamente», e quasi per 30 volte, la Chiesa cattolica e il Vaticano di «ingerenza in campo europeo», mentre i cristiani impegnati nello spazio pubblico europeo, «debbono considerare come prioritario e qualificante per il loro impegno pubblico, la tutela della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, e della struttura naturale della famiglia, come unione fra un uomo e una donna, fondata sul matrimonio».
E se anche l’Europa riconoscesse il patrimonio cristiano all’interno del trattato costituzionale, ciò «non conferirebbe un carattere confessionale all’Europa e nemmeno contrasterebbe con la sua laicità».
Anche l’ampio e articolato discorso odierno del papa conterrà richiami forti rivolti anzitutto ai cristiani perché siano più presenti e incisivi in quel di Bruxelles - perché è lì che si fanno molte delle politiche nazionali - non dimenticando però che la lotta parlamentare è solo la punta di un iceberg che non solo non esclude, ma semmai postula, l’impegno culturale e trasversale a difesa dei valori umani.
Parole dure e attuali anche per l’Italia, dunque, dove a breve è attesa la nota della Cei sui Dico.
Il discorso odierno dovrebbe riprendere quanto l’allora cardinale Ratzinger aveva più volte sostenuto in merito al difficile e intricato cammino dell’Unione europea verso il raggiungimento di un’adeguata struttura istituzionale.
Un’Europa che, sotto il profilo demografico, sembra incamminata su una via che potrebbe portarla, né più né meno, che al congedo dalla storia. E il risultato potrebbe essere un continente penalizzato da una preoccupante crisi economica, incapace di coesione sociale e quindi radicato nell’“individualismo”.
Come conquistare gli animi di quanti sono scettici o semplicemente delusi, perché si sentono minacciati, oppure hanno l’impressione che vari “capitoli” del progetto europeo siano stati “scritti” al di sopra e lontano da loro?
La ricetta di Ratzinger è semplice e viene tutta dal suo pensiero di teologo e di conoscitore delle dinamiche europee: non si può costruire un’autentica “casa comune” europea trascurando l’identità propria su cui il continente si è formato.
Un’identità storica, culturale e morale, prima ancora che geografica, economica o politica.
Se vengono meno questi valori, l’Europa potrà continuare a essere “lievito” per il mondo intero, senza corromperlo?
La risposta è evidentemente negativa, anche perché l’Europa odierna, mentre ambisce a porsi come una “comunità di valori”, sembra sempre più spesso contestare che ci siano “valori universali ed assoluti” e in questo senso non può che dubitare della sua stessa identità.
Ecco allora la condanna del pontefice verso l’idea che la ponderazione dei beni sia l’unica via per il discernimento morale e che il bene comune sia sinonimo di compromesso.
Un’accusa che tocca da vicino l’Italia dove sovente la strada del compromesso - lo si è visto nel dibattito per la legalizzazione delle coppie di fatto e lo si vedrà in futuro su altri temi eticamente delicati -, è quella che si cerca di percorrere.
La Chiesa ritiene sia indispensabile guardarsi da questo atteggiamento “pragmatico” che, seppure presentato come equilibrato e realista - è il pensiero del pontefice - in fondo tale non è, proprio perché nega quella dimensione “valoriale” e “ideale” che è inerente alla natura umana.
Lunedì toccherà al nuovo presidente della Cei, Angelo Bagnasco, tradurre queste parole nella tanto attesa nota sui Dico che tuttavia - lo ha detto ieri lo stesso Bagnasco al Corriere - non calerà sui parlamentari cattolici come una «clava» ma semplicemente chiarirà i motivi del “no” della Chiesa al ddl Bindi-Polastrini.

Un Bagnasco ratzingeriano quello che oggi ha esordito a Roma

Ha detto oggi il nuovo presidente della Cei alla riunione romana dei vescovi europei: «Consapevolezza delle proprie radici cristiane non significa in alcun modo negare le esigenze di una giusta
e sana laicità - da non confondere con il laicismo ideologico - delle
istituzioni europee, ma significa affermare prima di tutto un fatto
storico che nessuno può seriamente contestare, perchè il
cristianesimo appartiene in modo radicale e determinante ai fondamenti
dell’identità europea».
Ancora, «significa richiamare l’attenzione e la ragione sul fatto che il rifiuto del riferimento alle radici religiose dell’Europa, lungi
dall’essere espressione di tolleranza -perchè la vera tolleranza si
fonda sulla libertà religiosa e non sul rifiuto delle religioni - è
piuttosto espressione di una tendenza che vuole relegare la religione
a fatto esclusivamente privato e soggettivo, elevando il relativismo
etico a dogmatismo etico».