Il Vaticano: non è farina del nostro sacco
21 febbraio 2007 -
Oltre il Tevere lo giurano e lo rigiurano. La decisione dei senatori a vita Cossiga e Andreotti di votare contro le linee guida della politica estera del governo Prodi è tutta farina del sacco vaticano.
Tutt’al più, Andreotti si sarebbe deciso a votare “no” per non trovarsi tra qualche mese nella situazione di doversi esprimere, dopo la firma fatta anni fa della legge sull’aborto, su un’altra legge immorale come è, per la Chiesa, quella sui Dico. Tra l’altro, un’eventuale caduta del governo sui Dico a causa del voto contrario dei senatori a vita avrebbe scatenato una ridda di accuse alla Chiesa di cui probabilmente né Andreotti né Cossiga avrebbero voluto esserne causa. Ma di qui a dire che il Vaticano ha in qualche modo fatto pressione sui due senatori affinché si adoperassero per far cadere il governo prima di arrivare al voto sui Dico sembra un passo troppo più lungo della gamba. «Ci attribuiscono un potere che non abbiamo», spiega a microfoni spenti un alto prelato della Santa Sede. E ancora: «Se avessimo avuto il potere che ci attribuiscono, non avremmo fatto formare il governo Prodi e ci saremmo adoperati perché Berlusconi venisse riconfermato alle elezioni».
C’è dunque sorpresa, nei sacri palazzi, per l’esito del voto dell’altro ieri. E infatti, fino all’altro ieri, le settimane che le gerarchie ecclesiastiche si apprestavano ad affrontare erano tutto un fuoco di dichiarazioni da scaraventare contro il ddl sui Dico e in favore di politiche a tutela della famiglia. Tutto era pronto, insomma, per una serie di discorsi che avrebbero dovuto pronunciare direttamente il papa, il segretario di Stato Tarcisio Bertone – attraverso interventi mirati sui principali organi d’informazione del paese – e altri porporati di Santa Romana Chiesa.
L’offensiva vaticana si sarebbe dovuta svolgere in due fasi. Oltre agli interventi duri e chiari del pontefice e di alti prelati, si sarebbe arrivati a una manifestazione di piazza organizzata – con l’indiretta “benedizione” delle gerarchie d’Oltretevere -, dalla base, dalle associazioni cattoliche più attive sul territorio, capitanate dal Forum delle associazioni familiari.
Tutto era pronto anche perché, nelle stanze vaticane, proprio non era andato giù che il risultato dell’incontro avvenuto all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede tra le cariche istituzionali del paese e la leadership vaticana per l’anniversario dei patti lateranensi e del Concordato fosse stato visto dalla maggioranza dell’opinione pubblica come un tentativo di distendere gli animi rispetto ai Dico. L’incontro, piuttosto – lo dicono nei sacri palazzi -, pare sia servito a ribadire le reciproche distanze su un tema sul quale la Chiesa non ha nessuna voglia di negoziare. Non per niente, la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio è per Ratzinger uno di quei principi che lui ama definire “non negoziabili”. Principi dei quali, ieri mattina, lo stesso pontefice è tornato a parlare spiegando come, in Italia, «la vera fede è ancora profondamente radicata ma è anche minacciata». Prima di lui, da registrarsi altri due interventi dagli stessi toni allarmistici: quello del cardinale Tonini contro i Dico «che sono peggio dei Pacs», e quello del cardinale Caffarra secondo il quale il diritto della Chiesa a intervenire in difesa del matrimonio «risiede nel fatto che alla Chiesa è affidata la cura del bene e della dignità della persona».
Nei prossimi giorni il Vaticano rimarrà alla finestra e osserverà l’evolversi della situazione. La nota di Ruini dedicata ai Dico è a ancora in fase di ultimazione e, nel caso si formi un governo il cui programma ne preveda ancora l’approvazione, verrebbe fatta uscire in tempi brevi. Altrimenti, con più calma, non prima del prossimo consiglio permanente della Cei.
In generale, l’uscita di scena di Prodi sarebbe guardata con soddisfazione soltanto se comportasse l’accantonamento definitivo del ddl Bindi-Pollastrini sui Dico. Altrimenti, la perdita di un premier cattolico, sposato, e tendenzialmente attento alle istanze ecclesiastiche, non potrebbe essere giudicata come una vittoria, ma semplicemente come la fine – questa sì “benedetta”- dello spettro dell’approvazione di leggi dettate dall’agenda della sinistra radicale.
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