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Dicono di lui

Vado tutte le mattine sul blog di Luke Coppen, direttore del britannico The Catholic Herald. E’ lui, oggi, a segnalare alcuni tra i più interessanti commenti del mondo anglosassone in merito alla lettera del Papa alla chiesa d’Irlanda sui preti pedofili.

Eccoli di seguito:
John Allen per National Catholic Reporter: Pope to sex abuse victims: ‘I am truly sorry’.

Lisa Miller per Newsweek: Pope Benedict’s Underwhelming Response to the Church Scandal in Ireland.

Fr Ray Blake per Saint Mary Magdalene: Benedict’s bootcamp.

Fr Tim Finigan per The hermeneutic of continuity: Noble letter from Pope. Predictable response from media.

George Pitcher per Telegraph: “This child-abuse scandal offers Benedict XVI a place in history as a great reforming Pope“.

Giles Pinnock per Onetimothyfour: Forgiveness, repentance, reparation – the Pope, the abused and the abusers.

Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 22 marzo 2010

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Following the Vatican

Alle 24 ieri, sabato 20 marzo 2010, i canali Twitter multilingue messi in piedi 24 ore prima dalla Radio Vaticana (sono i primi canali Twitter ufficiali della Santa Sede) viaggiavano bene. Il canale francese, news_va_fr, conduceva sugli altri con 140 followers. Poi seguiva quello inglese, news_va_en, con 54 followers. Quello spagnolo, news_va_es, 48. Quello portoghese, news_va_pt, 40. Quello tedesco, news_va_de, 28. Quello italiano, news_va_it, appena 20. Ovviamente i sei canali vaticani non seguivano nessuno: “zero” sotto la voce following.

La Radio Vaticana ieri mattina ha detto che i canali twitter sono sei. Io ne ho trovati cinque che è possibile seguire senza problemi. Il Find people mi dice che in realtà ce ne sono altri: news_va_ar, news_va_ja, news_va_pl e news_va_zh. Questi ultimi hanno i tweets protetti e dunque occorre inviare una richiesta e aspettare una risposta per seguirli.

Il Vaticano su Twitter è una notizia importante. Ovviamente passeranno solo le cose ufficiali. Ma comunque è il segnale che hanno capito che la propria reputazione si costruisce anche sul web. Anzi, sul web se ci sei dici chi sei. Se non ci sei altri dicono chi sei al posto tuo. E non è detto che dicano bene.

La pubblicazione della lettera alla chiesa d’Irlanda di oggi è stata l’occasione perché il Vaticano comunicasse ulteriori novità quanto al web: è nato www.resources.va. In sostanza si tratta di una pagina di vatican.va dove è pubblicata la lettera del Papa alla chiesa d’irlanda supportata da altri documenti. Non so se in futuro diventerà la pagina di riferimento per le vicende analoghe che hanno investito la chiesa in vari paesi, ma anche se così non fosse resta una notizia importante.

Non sono affatto convinto, come dicono alcuni in Vaticano, che internet sia decisiva per evangelizzare. Spesso oltre il Tevere c’è chi dà troppo risalto alla rete, al fatto che (a detta loro) il Papa ci crede nel web e sprona “a starci”. Non credo in queste cose e credo non ci creda nemmeno il Papa. Tuttavia penso che nessuno oggi possa fare a meno del web. Nemmeno il Vaticano. E le notizie di oggi lo dimostrano.

Ps: qui trovi la mia pagina su Twitter: ApostolicPalace.

Pubblicato su palazzoapostolico.it domenica 21 marzo 2010

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Il decalogo di B-XVI

Ha detto ai preti pedofili che delle loro azioni devono rispondere davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. E, insieme, ha detto loro che il pentimento sincero apre la porta al perdono di Dio e alla grazia del vero emendamento: “Sottomettetevi alle esigenze della giustizia, ma non disperate della misericordia di Dio”.

Parole lucide quelle di Benedetto XVI. Lucide e chiare come le iniziative concrete esposte alla fine della lettera resa nota oggi alla chiesa d’Irlanda in merito agli abusi su minori commessi da preti. Le iniziative del Papa sono come un decalogo da non disattendere. Eccolo:

1. Al termine del mio incontro con i vescovi dell’Irlanda, ho chiesto che la quaresima di quest’anno sia considerata tempo di preghiera per una effusione della misericordia di Dio e dei doni di santità e di forza dello Spirito Santo sulla Chiesa nel vostro Paese. Invito ora voi tutti a dedicare le vostre penitenze del venerdì, per un intero anno, da ora fino alla Pasqua del 2011, per questa finalità. Vi chiedo di offrire il vostro digiuno, la vostra preghiera, la vostra lettura della Sacra Scrittura e le vostre opere di misericordia per ottenere la grazia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda. Vi incoraggio a riscoprire il sacramento della Riconciliazione e ad avvalervi con maggiore frequenza della forza trasformatrice della sua grazia.

2. Particolare attenzione dovrà anche essere riservata all’adorazione eucaristica, e in ogni diocesi vi dovranno essere chiese o cappelle specificamente riservate a questo fine. Chiedo che le parrocchie, i seminari, le case religiose e i monasteri organizzino tempi per l’adorazione eucaristica, in modo che tutti abbiano la possibilità di prendervi parte. Con la preghiera fervorosa di fronte alla reale presenza del Signore, potete compiere la riparazione per i peccati di abuso che hanno recato tanto danno, e al tempo stesso implorare la grazia di una rinnovata forza e di un più profondo senso della missione da parte di tutti i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli.

3. Sono fiducioso che questo programma porterà ad una rinascita della Chiesa in Irlanda nella pienezza della verità stessa di Dio, poiché è la verità che ci rende liberi (cfr Gv 8, 32). Inoltre, dopo essermi consultato e aver pregato sulla questione, intendo indire una Visita Apostolica in alcune diocesi dell’Irlanda, come pure in seminari e congregazioni religiose. La Visita si propone di aiutare la Chiesa locale nel suo cammino di rinnovamento e sarà stabilita in cooperazione con i competenti uffici della Curia Romana e la Conferenza Episcopale Irlandese. I particolari saranno resi noti a suo tempo.

4. Propongo inoltre che si tenga una Missione a livello nazionale per tutti i vescovi, i sacerdoti e i religiosi. Nutro la speranza che, attingendo dalla competenza di esperti predicatori e organizzatori di ritiri sia dall’Irlanda che da altrove, e riesaminando i documenti conciliari, i riti liturgici dell’ordinazione e della professione e i recenti insegnamenti pontifici, giungiate ad un più profondo apprezzamento delle vostre rispettive vocazioni, in modo da riscoprire le radici della vostra fede in Gesù Cristo e da bere abbondantemente dalle sorgenti dell’acqua viva che egli vi offre attraverso la sua Chiesa.

5. In questo Anno dedicato ai Sacerdoti, vi do in consegna in modo del tutto particolare la figura di San Giovanni Maria Vianney, che ebbe una così ricca comprensione del mistero del sacerdozio. “Il sacerdote, scrisse, ha la chiave dei tesori del cielo: è lui che apre la porta, è lui il dispensiere del buon Dio, l’amministratore dei suoi beni”. Il Curato d’Ars ben comprese quanto grandemente benedetta è una comunità quando è servita da un sacerdote buono e santo: “Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il tesoro più grande che il buon Dio può dare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della divina misericordia”. Per intercessione di San Giovanni Maria Vianney possa il sacerdozio in Irlanda riprendere vita e possa l’intera Chiesa in Irlanda crescere nella stima del grande dono del ministero sacerdotale.

6. Colgo questa opportunità per ringraziare fin d’ora tutti coloro che saranno coinvolti nell’impegno di organizzare la Visita Apostolica e la Missione, come pure i molti uomini e donne che in tutta l’Irlanda stanno già adoperandosi per la tutela dei ragazzi negli ambienti ecclesiali. Fin da quando la gravità e l’estensione del problema degli abusi sessuali dei ragazzi in istituzioni cattoliche incominciò ad essere pienamente compreso, la Chiesa ha compiuto una grande mole di lavoro in molte parti del mondo, al fine di affrontarlo e di porvi rimedio. Mentre non si deve risparmiare alcuno sforzo per migliorare ed aggiornare procedure già esistenti, mi incoraggia il fatto che le prassi vigenti di tutela, fatte proprie dalle Chiese locali, sono considerate, in alcune parti del mondo, un modello da seguire per altre istituzioni.

7. Desidero concludere questa Lettera con una speciale Preghiera per la Chiesa in Irlanda, che vi invio con la cura che un padre ha per i suoi figli e con l’affetto di un cristiano come voi, scandalizzato e ferito per quanto è accaduto nella nostra amata Chiesa. Mentre utilizzerete questa preghiera nelle vostre famiglie, parrocchie e comunità, possa la Beata Vergine Maria proteggervi e guidarvi lungo la via che conduce ad una più stretta unione con il suo Figlio, crocifisso e risorto. Con grande affetto e ferma fiducia nelle promesse di Dio, di cuore imparto a tutti voi la mia Benedizione Apostolica come pegno di forza e pace nel Signore.

Leggi qui il testo interale della lettera del Papa in italiano e in inglese.

Pubblicato su palazzoapostolico.it sabato 20 marzo 2010

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“Siamo fatti di santità e terrosità”. Le riflessioni del card. Saraiva Martins poco prima della lettera del Papa

C’è attesa per la lettera pastorale che oggi il Papa manda ai cattolici d’Irlanda sulla questione degli abusi su minori da parte di alcuni esponenti del clero. Tanto che è il Time questa settimana a domandarsi in copertina: “Cosa intende fare Benedetto XVI? Agirà per reprimere gli abusi oppure no?”. Una domanda che non stupisce il cardinale portoghese José Saraiva Martins, 78 anni, per dieci anni prefetto della Congregazione delle cause dei santi (prima con Wojtyla, poi con Ratzinger). “Certo che il Papa agirà” risponde. “Ma lo farà con una consapevolezza che spesso manca al mondo”. Quale? “Che la chiesa è fatta di santi e peccatori insieme. Anche l’umanità più santa è impastata col peccato, non è esente dal peccato”. E quindi? “E quindi lo sguardo della chiesa e del Papa è realista: condanna (e oggi credo arriverà una condanna durissima), cerca di prevenire, ma insieme sa perdonare”.

Promosso un anno fa all’ordine dei vescovi del Sacro Collegio come segno di particolare stima del Pontefice, Saraiva Martins dice che “la pedofilia non è solo del clero. E, anzi, nel clero i casi di pedofilia sono molto pochi. Certo, ci sono e nessuno vuole nasconderli e la cosa è evidente osservando il Papa agire. Non è di questa chiesa insabbiare nulla. Benedetto XVI cerca la trasparenza. I giornali hanno spesso parlato di tolleranza zero e se vogliamo possiamo pure noi usare questo termine, perché questa è un’importante occasione, una delle tante occasioni, che la chiesa ha per purificarsi internamente. Come nei primi secoli la chiesa si è purificata al suo interno combattendo le eresie, ma pensiamo anche in secoli più recenti alla controriforma, così oggi i casi di abusi su minori commessi da alcuni dei nostri preti possono darci lo spunto per correggerci in alcune cose e poi ripartire. La chiesa è fatta così. Sbaglia, si ferma, ragiona (anche pubblicamente) e riparte”.

Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, ha detto che “sugli abusi non può esserci una misericordia a buon mercato. La preghiera va alle vittime degli abusi ma anche ai colpevoli”. “Ha ragione” dice Saraiva Martins. “La preghiera va alle vittime in primis. Non scordiamoci che nei Vangeli Gesù usa le parole più tremende per coloro che scandalizzano i piccoli, che fanno loro del male. Ma la preghiera va anche ai colpevoli. Domandiamoci: cos’è l’uomo? E’ cielo ma anche terra, spirito ma anche carne. E spesso la carne fa commettere cose terribili. Dovremmo dimenticare la ‘terrosità’ che compone ogni umanità? Che la chiesa vive nel mondo? Dovremmo far finta che, tanto per fare un nome, sant’Agostino prima di essere santo non fu un grandissimo peccatore? Che grandi santi una volta convertiti hanno commesso sbagli e peccati? No, la chiesa non può dimenticare questo. La chiesa sa che ogni uomo fino all’ultimo istante di vita può cambiare. La chiesa ha fiducia nell’uomo, anche nell’uomo più turpe. E sa aspettare. Qualcuno deve pur dirlo: premesso che la pedofilia è un reato orribile la misericordia di Dio è sempre pronta ad abbracciare tutti”.

Cosa pensa del celibato sacerdotale? “Avevo undici anni. I miei genitori chiesero a me e ai miei sette fratelli cosa avremmo voluto fare da grandi. Non ricordo cosa risposero i miei fratelli. Io dissi: ‘Voglio fare il prete missionario’. Dentro di me sentivo che Dio mi chiamava. E’ una cosa intima e che non si può spiegare. Posso dire che già in quel momento abbracciai il celibato pur senza aver piena consapevolezza di cosa significasse. Poi ho capito. Tanto che oggi, a sentire le parole di Hans Küng che insiste nel dire che il celibato va abolito mi viene da ridere. Il celibato è consacrazione totale ed esclusiva a Dio. Una scelta libera che compie la mia umanità. Si può non capirlo ma non si può non intuire che è una dedizione unica al mondo. Si diventa tutto di Dio. Mica poco”.

Pubblicato sul Foglio sabato 20 marzo 2010

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Cosa si aspettano gli Usa da B-XVI

Ecco come due tra i più importanti media americani attendono l’uscita della “Lettera Pastorale del Santo Padre Benedetto XVI ai Cattolici d’Irlanda” (circa dieci cartelle in tutto).

Il New York Times chiama a raccolta cinque commentatori e chiede loro cosa il Vaticano dovrebbe imparare dagli Stati Uniti dove gli scandali per gli abusi su minori commessi da preti sono scoppiati già nel 2002. Parlano John L. Allen Jr. (giornalista del “The National Catholic Reporter”), Nicholas P. Cafardi (professore di legge alla Duquesne University), Jim FitzGerald e Nicole Sotelo dell’associazione cattolica “Call to Action”, David Clohessy (direttore di un network che supporta le vittime di preti pedofili) e David Gibson (autore di “The Rule of Benedict”). Leggi qui il New York Times: “Changing the Vatican’s Response to Abuse“.

Il Time Magazine, invece, nella versione europea e del sud Pacifico, fa un pezzo firmato Bobby Ghosh dove si domanda quali azioni il Papa deciderà di mettere in campo di qui in avanti. Leggi qui il Times Magazine: “The Catholic Church: Sins of the Fathers“.

Gli Stati Uniti hanno già vissuto il deflagrare sui media dello scandalo dei preti pedofili. Restano comunque colpiti dalle vicende europee. E chiedono al Papa misure più severe. Non ci sono accenni al fatto che, in generale, nel mondo è soltanto alla chiesa cattolica che si chiede conto di queste cose. Nessuno inoltre dice qualcosa sull’oggi: cosa è successo negli Stati Uniti dal 2002 ad oggi. Quanti casi di abusi su minori da parte di preti si sono verificati?

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 19 marzo 2010

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Küng? Modesto esercizio antipapista (intervista a Gian Maria Vian)

“Ratzinger reciti il mea culpa sulla pedofilia” scriveva ieri su Repubblica il “teologo ribelle” Hans Küng, perché da arcivescovo di Monaco prima, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e da Pontefice poi, pur conoscendo “i più gravi reati sessuali commessi dal clero in tutto il mondo” non ha fatto nulla per evitarli. Cosa avrebbe dovuto fare? Denunziare per tempo i preti pedofili e abolire il vincolo del celibato sacerdotale il quale, dice Küng citando lo psicoterapeuta americano Richard Sipe, “può favorire tendenze pedofile”.

A queste parole è Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano e voce autorevole dentro le mura leonine, che decide di rispondere. Lo fa, Vian, chiarendo subito un concetto: “L’articolo di Küng è modesto e di pessimo gusto. Non meriterebbe risposta ma siccome gli attacchi al Pontefice sono diretti ed espliciti qualche parola ritengo sia opportuno dirla”. Del resto, non è la prima volta che Vian interviene contro Küng. Lo fece con un editoriale sul giornale vaticano il 29 ottobre scorso. Il teologo svizzero criticò la decisione del Papa di aprire le porte agli anglicani, “il Papa pesca nell’acqua di destra” scrisse Küng. E Vian rispose per le rime: “Le critiche di Küng sono lontanissime dalla realtà”. Parole che Vian userebbe anche oggi? “Sostanzialmente sì”, dice. “Dispiace che uno come Küng, antico collega di Ratzinger e amico, cada sempre nelle stesse banalità. E lo faccia contro il Papa il quale, ricordiamolo, nel 2005, solo cinque mesi dopo la sua elezione, lo invitò a Castelgandolfo, in amicizia, per discutere delle comuni basi etiche delle religioni e del rapporto tra ragione e fede”.

Küng chiede l’abolizione del celibato sacerdotale e insieme accusa Ratzinger di aver coperto gli abusi su minori commessi da preti. In particolare parla di quando l’attuale Papa era arcivescovo di Monaco: “Lasciamo stare Monaco. I fatti non sono andati come Küng e certa stampa li ha raccontati. Ratzinger, quando era arcivescovo di Monaco, accolse nella propria diocesi un prete accusato di pedofilia. Venne mandato a Monaco per curarsi. Ratzinger chiese che non venisse impiegato pastoralmente ma qualcuno disobbedì. Al di là delle vicende di Monaco, sono principalmente gli attacchi personali di Küng al Papa e anche al presidente dei vescovi tedeschi Robert Zollitsch che stupiscono perché sembrano fatti più a beneficio del grande pubblico che per altro”. Cioè? “Küng offre articoli preconfezionati (quello di ieri è stato pubblicato in eguale copia dalla Suddeutsche Zeitung), pezzi scritti più per andare dietro a degli stereotipi che per entrare nel fondo delle questioni”. Quanto dice sul celibato è sbagliato? “Direi di sì. Küng parla della norma ecclesiastica del celibato introdotta soltanto nell’XI secolo. Lo scrive per dire che il celibato prima non esisteva. Ma a parte il fatto che la riforma gregoriana, la grande riforma dell’XI secolo, venne messa in campo proprio con un forte richiamo al valore del celibato così come la traduzione della chiesa l’aveva tramandato, c’è da dire anche un’altra cosa: il celibato ha evidentemente fondamenti neo testamentari. Basta ricordare Matteo (19,11): ‘Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca’. Oppure la prima ai Corinzi (7,1): ‘E’ cosa buona per l’uomo non toccare donna’. Siamo ai primordi del cristianesimo. Sono parole chiare. Parole poi riprese nella storia della chiesa. Una storia dove la sessualità è altamente valorizzata. Fino ai giorni nostri. Ci stiamo dimenticando dell’importante testo firmato da Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia intitolato ‘Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia’?”. E ancora: “Come si fa a ignorare che la scelta del celibato ha permesso a tante donne di emanciparsi?” Emanciparsi? “Sì. La scelta della vita religiosa è una grande forma di emancipazione femminile. E’ un segno grande che richiama a Dio. Un segno che tanti Pontefici hanno valorizzato. Non dimentichiamoci di Pio XI con la sua ‘Casti connubii’, di Paolo VI con la ‘Sacerdotalis caelibatus’ e la ‘Humanae vitae’, encicliche tanto contestate quanto importanti, di Giovanni Paolo II con tutta la sua teologia del corpo. Fino a Benedetto XVI, un Papa che ha parlato più volte del celibato e ha messo in campo una grande operazione di trasparenza per quanto riguarda gli abusi su minori commessi da preti. Ha parlato della sporcizia della chiesa nella via crucis del Colosseo pochi giorni prima che Wojtyla morisse. Ha parlato degli abusi dei preti durante il viaggio negli Stati Uniti. In Australia ha addirittura incontrato l’associazione delle vittime di pedofilia”.

Gli attacchi di Küng senz’altro non fanno piacere al Papa. “Assolutamente no” dice Vian. Ma il Papa ne è informato? “Il Papa legge i giornali, è sempre informato e quanto scrivono i giornali è a sua conoscenza”. Gli arriva tutto? “Assolutamente sì. E si dispiace quando i giornali stravolgono la realtà. Ne ho parlato anche recentemente sul Corriere della Sera quando ho detto che il tentativo che certa stampa sta mettendo in atto è proprio quello di alterare la realtà presentando la chiesa come un ‘club di pedofili’. Una cosa falsa e disgustosa. Per fortuna c’è chi non fa questo tipo di operazioni. Vorrei in questo senso elogiare Angela Merkel che in un discorso al Bundestag ha detto che il problema della pedofilia è di tutta la società”.

Gian Maria Vian non ha complessi nell’attaccare la cattiva stampa e nell’elogiare la buona. L’ha fatto proprio con Repubblica, recentemente. Dopo gli attacchi a Küng nello scorso ottobre ha elogiato il quotidiano di Ezio Mauro: “L’ho fatto perché era giusto farlo. Marco Ansaldo sta lavorando molto bene nella ricostruzione delle vicende storiche legate alla figura di Pio XII. E per questo motivo va lodato. Del resto ora sono qui a parlare con il Foglio. Non diceva Maritain che bisogna distinguere per unire?”.

Pubblicato sul Foglio 19 marzo 2010

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E voilà. Il Summorum Pontificum non c’è più

Non pensavo che palazzoapostolico.it avesse tanta influenza. Ma evidentemente ne ha se è vero, come è vero, che dopo questo post pubblicato ieri (leggi qui: “I giochetti di vatican.va“) coloro che detengono le chiavi del sito del Vaticano hanno pensato bene di far sparire la versione italiana del Motu Proprio Summorum Pontificum che si poteva aprire soltanto andando a intervenire direttamente sull’indirizzo http: bastava cambiare prima dell’html la desinenza “lt” con “it”. (trovi qui la pagina di “vatican.va” con tutti i Motu Proprio di Benedetto XVI).

Adesso vediamo. Vediamo se tutto resterà invariato, e cioè se il Motu Proprio si potrà leggere sul sito del Vaticano soltanto in latino e ungherese, oppure anche nelle altre lingue.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 18 marzo 2010

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L’Osservatore riscopre l’America

Alla conferenza episcopale statunitense non piace il progetto di riforma sanitaria approvato dal Senato del paese per tre motivi: non impedisce il finanziamento all’aborto, non fornisce adeguata protezione all’obiezione di coscienza e non è abbastanza inclusivo per gli immigrati. Sull’argomento è intervenuto direttamente il cardinale Francis George, arcivescovo di Chicago e presidente dei vescovi statunitensi, il quale ha detto che “il progetto deve essere contrastato”. Parole riprese anche dall’arcivescovo di Denver, Charles Chaput, che sul Denver Catholic Register ha scritto che la riforma va guardata nei dettagi perché è nei dettagli a essere manchevole: “Dio”, ha scritto, “così come il demonio, è nei dettagli”.

La posizione dei vescovi americani è stata notata in Vaticano, in particolare dall’Osservatore Romano che ieri ha pubblicato un articolo così intitolato: “Per la riforma sanitaria nessun appoggio al buio”. L’articolo ha ricordato le dichiarazioni dei vescovi americvani sulla riforma sanitaria, spiegando che “hanno precisato la posizione della chiesa cattolica”. Un’annotazione, quest’ultima, molto gradita nella chiesa statunitense, che male aveva digerito precedenti articoli dell’Osservatore dedicati all’operato dell’amministrazione Obama. In particolare non era piaciuta la valutazione positiva che l’Osservatore fece dell’operato di Obama trascorsi i primi cento giorni di permanenza alla Casa Bianca. Ieri, invece, l’articolo dell’Osservatore ha fatto il giro dei media cattolici americani e ha suscitato l’apprezzamento delle gerarchie della chiesa cattolica del paese. Tra i vari media che l’hanno rilanciato c’è il Catholic News Agency (Cna) che apriva la propria homepage con un pezzo dal titolo: “Il giornale Vaticano: i vescovi americani parlano a nome della chiesa cattolica sulla riforma sanitaria”. In sostanza il Cna, come altri media, sottolineavano la ritrovata sintonia tra Osservatore e vescovi in merito a Obama e alle sue politiche.

Pubblicato sul Foglio giovedì 18 marzo 2010

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Canonista spiega che per i preti pedofili la giustizia dello stato non basta

“La società contemporanea ritiene che la giustizia dello stato sia l’unica giustizia valida. Per questo motivo anche oggi, quando osserva i presunti abusi su minori commessi da sacerdoti, invoca la giustizia dello stato. Beninteso: è corretto che sia così. Gli uomini di chiesa devono seguire le leggi dello stato in cui vivono e a queste obbedire e probabilmente devono farlo di più delle altre persone. Ma ciò che oggi troppo spesso si dimentica è che la giustizia può essere applicata in diversi modi. Che, insomma, non esiste soltanto la giustizia dello stato. Lo sapevano bene nel Medioevo quando la giustizia si esercitava in famiglia oppure nelle corporazioni. Per la chiesa cattolica esiste la giustizia divina. Questa si esercita, ad esempio, tramite la confessione oppure nei processi interni che prevedono certe pene che lo stato non può dare. Processi che tengono conto di tanti fattori come ad esempio lo scandalo che il presunto colpevole ha recato al popolo di Dio, tutte cose estranee alla giustizia degli stati. In questo senso se è vero che gli uomini di chiesa devono sottostare alle leggi vigenti nei paesi in cui abitano, è altrettanto vero che la giustizia si può applicare in tanti modi. Lo disse bene Beda il Venerabile nell’ottavo secolo con un esempio ancora oggi valido: ‘Se tutto il paese dice che una donna è adultera io, in quanto giudice, devo condannarla. Ma se in confessione questa stessa donna mi dice che è innocente io devo crederle e quindi assolverla”’.

A parlare col Foglio è don Davide Cito, docente di diritto penale canonico alla Pontificia università della Santa Croce. Nel giorno in cui il Papa annuncia l’uscita della lettera ai cattolici irlandesi a riguardo degli abusi su minori compiuti da sacerdoti (Benedetto XVI firmerà la lettera venerdì prossimo), don Cito spiega, da canonista, come la chiesa si comporta sia quando deve accertare eventuali reati di pedofilia commessi da preti, sia quando questi stessi presunti reati diventano occasione per assediare e diffamare la chiesa. “Il rapporto tra stato e chiesa è delicato” dice. “Occorre distinguere bene i due piani. Lo dice del resto l’articolo 7 della costituzione italiana che la chiesa e lo stato sono indipendenti e sovrani ognuno nel proprio ordine. Cosa significa questa indipendenza? Significa che la chiesa deve denunciare sempre ogni cosa allo stato? Dipende. Per lo stato italiano, ad esempio, l’obbligo della denuncia c’è soltanto in caso di delitti che attentano contro la personalità dello stato. Ciò significa che se un prete commette un abuso su un minore la chiesa non deve denunciarlo? Certamente non significa questa cosa. Ma, ad esempio, significa che se un prete in confessionale dice di aver commesso un abuso su un minore il confessore non può, pena la violazione del sigillo, denunciarlo. Può cercare di convincere il prete ad autodenunciarsi alla magistratura ordinaria, ma non spetta a lui fare altrettanto”. Dice ancora Don Cito: “Occorre tenere conto poi che vi sono delitti importanti per la chiesa e non per lo stato. Ad esempio la profanazione dell’eucaristia. Per la chiesa è il delitto più grave mentre per lo stato non ha alcun valore. Ci sono invece alcuni delitti che sono rilevanti per entrambi, è il caso dei reati di pedofilia. Ma per quest’ultimo delitto già la chiesa prevede pene importanti come ad esempio la dimissione dallo stato clericale. Se poi il prete è chiamato a rispondere del proprio delitto anche davanti alla magistratura ordinaria la chiesa non si oppone, ma la sua giustizia la applica in parallelo, su un piano distinto e diverso”.

Don Cito dice un’altra cosa: “La chiesa cattolica conosce la pedofilia da tempo. Benedetto XIV nel 1741 emanò la Costituzione “Il Sacramento della penitenza” dove si diceva che il penitente deve denunciare il sacerdote colpevole del delitto di avere istigato a cose turpi. Il concetto venne approfondito negli anni successivi fino a Giovanni XXIII nell’istruzione “Crimen Sollicitationis” dove si parla esplicitamente del delitto di pedofilia, chiamato crimen pessimum. La costituzione apostolica “Pastor bonus” del 1988 riconosceva che la competenza dei delitti più gravi (tra questi gli abusi sui minori da parte di chierici) sono di competenza della Congregazione per la dottrina della fede. E nel 2001 il motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela” ha stabilito la procedura da utilizzare. Insomma si tratta di un iter di lunga data che conferma che la chiesa non ha mai avuto la volontà di insabbiare nulla dal momento che, essendo delitti odiosi, sono gravi offese a Dio e ai fratelli”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 18 marzo 2010

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