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Repubblica ci segue

Evidentemente il pezzo che ho scritto sul Foglio il 25 febbraio su padre Gabriele Amorth (leggi qui: “Se un esorcista in Vaticano scopre di avere molto da fare“) ha fatto scuola. Se è vero, come è vero, che oggi Repubblica ci dedica (con partenza in prima) le pagine 35, 36 e 37. Titolo: “Il Divolo abita anche in Vaticano” (di Marco Ansaldo). Titolo che dice una cosa scontata mentre l’accusa di padre Amorth da me riportata sul Foglio era diversa: in Vaticano ci sono satanisti. Ripeto: non so se sia vero, ma così disse lui, padre Amorth, il più grande esorcista vivente. Oltre al pezzo citato di Marco Ansaldo su Repubblica c’è anche un fondo di Giancarlo Zizola: “I cristiani e il potere del male”.

Qui trovi un link con dentro i due pezzi di Ansaldo e Zizola.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 10 marzo 2010

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Soffia la bufera della pedofilia, ma per Küng e soci il vero scandalo è il celibato

Ieri il Vaticano, attraverso il suo portavoce padre Federico Lombardi, ha parlato del montare delle polemiche scoppiate in Germania sui presunti episodi di pedofilia perpetrati tra il 1958 e 1973 a Ratisbona, in Baviera, all’interno del coro diretto dal 1964 al 1994 da don Georg Ratzinger, fratello di Benedetto XVI. Premesso che “la chiesa sta facendo tutto il possibile affinché in futuro non si ripetano più abusi sessuali su minori” – ha detto Lombardi – occorre ricordare che “gli episodi di pedofilia non riguardano solo la chiesa ma anche altri ambienti ed è bene preoccuparsi anche di questi”. Poche ore prima era stato don Georg a parlare: pur ribadendo di non essere mai stato a conoscenza di abusi perpetrati all’interno del coro, ha chiesto perdono per gli errori del passato.

Germania e Irlanda, Austria e Olanda: sono però tanti i paesi dove stanno venendo allo scoperto casi di pedofilia che coinvolgono preti e religiosi. Ma il caso della Germania è giocoforza centrale: sono in molti qui, anche all’interno della chiesa, a leggere le dolorose vicende di pedofilia ponendosi interrogativi sulla castità dei sacerdoti. La tesi è, in sostanza, quella espressa pochi giorni fa sul Tablet da Hans Küng: gli abusi su minori da parte dei preti potrebbero essere debellati abolendo il celibato. “Non si tratta di casi isolati, ma di un problema interno al clero” ha scritto il teologo tedesco. E ancora: “Gli abusi sessuali compiuti dai sacerdoti non hanno nulla a che fare con il celibato? Obiezione! Come mai si registrano in massa proprio nella chiesa cattolica, guidata da celibatari? Chiaramente queste colpe non sono attribuibili esclusivamente al celibato. Ma questo è la più importante espressione strutturale dell’approccio teso che i vertici ecclesiastici hanno rispetto alla sessualità”. Non così la pensano il Papa e i vertici della Santa Sede. Eppure la pressione sul celibato sacerdotale, la spinta perché la consuetudine che vuole i preti cattolici di rito latino celibi venga superata è forte. E soffia su Roma soprattutto dalla Germania, in coincidenza dell’anno sacerdotale che il Papa ha voluto indire. Un anno nel quale Ratzinger ha deciso di mostrare a tutti la figura del Curato d’Ars: “La sua castità è quella richiesta a un prete per il suo ministero”.

Sull’importanza del celibato nel sacerdozio il Papa ha parlato più volte. Recentemente è stato lo psichiatra e teologo Manfred Lutz, direttore dell’ospedale psichiatrico di Colonia e consultore della Congregazione per il clero, a parlarne sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung: “Qualunque cosa si possa pensare della morale sessuale cattolica essa è sempre stata, per chiunque l’ha rispettata, un baluardo contro l’abuso dei bambini. E citare in questo contesto il celibato è un atto irresponsabile. In una conferenza che si è tenuta a Roma nel 2003, i principali esperti internazionali, tutti non cattolici, hanno dichiarato che non esiste un collegamento tra questo fenomeno e il celibato”.

Eppure l’argomento è vivo. Tanto che domani e venerdì anche di questo diversi cardinali e vescovi parleranno in un convegno promosso dalla Congregazione per il clero alla Lateranense: molti gli interventi dedicati al celibato ecclesiastico. In sostanza, si tratta di una sorta di risposta a coloro che nella chiesa avanzano dubbi sul celibato dei preti. Ci sarà il prefetto del clero, il cardinale Cláudio Hummes. Fu lui, appena arrivato a Roma nel 2006, a dire che “il celibato non è un dogma”. Un concetto scontato ma che, espresso dal neo prefetto del clero, fece clamore. Tanto che poi Hummes, in pubblico, non ne parlò più. Insieme a Hummes parlerà anche il vescovo di Ratisbona Gerhard Müller, il primo esponente della chiesa tedesca ad ammettere gli abusi sessuali di Ratisbona. Poi il cardinale Carlo Caffarra (arcivescovo di Bologna), monsignor Filippo Santoro (vescovo di Petrópolis), monsignor Leo Burke (prefetto del Supremo tribunale della segnatura apostolica), il cardinale Antonio Cañizares Llovera (prefetto del Culto divino), monsignor Mauro Piacenza (segretario del Clero).

Venerdì, il giorno dell’arrivo in Vaticano di Robert Zollitsch, presidente dei vescovi tedeschi, i partecipanti al convegno saranno ricevuti dal Papa: un segno importante soprattutto in questi giorni in cui la bufera sul Vaticano non accenna a calmarsi.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 10 marzo 2010

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Il “diaro segreto” di mons. Grillo

Oggi c’è da leggere Giuseppe De Carli sul Tempo. De Carli, che lavora in Rai, da anni scrive lunghe e belle pagine sul Tempo.

Il pezzo è intitolato “Quelle lacrime di sangue”. E’ parte di un “diario segreto” di monsignor Girolamo Grillo, vescovo emerito di Civitavecchia-Tarquinia. Fu lui a dover “fare i conti ” con la statuina della Madonna proveniente da Medjugorje che nel 1995 iniziò a lacrimare sangue.

Nel diario ci sono tante cose. Anche il giorno indimenticabile del pranzo con Giovanni Paolo II: “9 giugno 1995. Giornata indimenticabile. Sono stato invitato a cena dal Santo Padre, il quale ha voluto che gli portassi la Madonnina. Egli si è messo a parlare del significato di questo pianto. Ha citato più volte il teologo Von Balthasar. Abbiamo pregato davanti alla Madonnina e il Santo Padre le ha imposto sul capo una corona d’oro e sulla mano una corona del rosario. Sarà questo il sigillo di Pietro su quest’evento? D’ora in poi mi aspetto molte grazie: conversioni, guarigioni dell’anima e del corpo e, soprattutto, un grande risveglio di fede. Il Papa mi ha imposto il silenzio, aggiungendo però queste parole: “Un giorno lo farà sapere al mondo” e «mettiamo tutto nelle mani di Ratzinger….”.

Leggi qui l’articolo integrale di De Carli: “Quelle lacrime di sangue“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 9 febbraio 2010

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Ritratto. Mogavero, vescovo outspoken, piace a tutti ma non dà la linea alla Cei

Monsignor Domenico Mogavero, siciliano, 63 anni, dal 2007 vescovo di Mazara del Vallo, è fatto così: quello che ha dentro lo tira fuori sempre e comunque. E’ per questo, perché le cose le dice piuttosto che chiudersi a riccio come fanno molti suoi confratelli, che sale spesso agli onori delle cronache. Bollato come “vescovo di sinistra”, anti berlusconiano, a tratti addirittura no global. In realtà, Mogavero, non è nulla di tutto questo. E’ vero, una settimana fa ha attaccato sulla Radio vaticana il decreto che permette la riammissione delle liste del Pdl alle regionali in Lombardia e nel Lazio, ma come ha detto ieri sulle colonne del Corriere della Sera, di Repubblica, del Giornale e ai microfoni di Radio Capital (non c’è niente da fare: non riesc e a non rispondere a tutti i giornalisti che lo interpellano) l’ha fatto perché ritiene sbagliata la metodologia del decreto e non per motivi di appartenenze politica.

Del resto, che a Mogavero non interessi schierarsi politicamente lo dicono i fatti. A cominciare da quel Centro mediterraneo di studi interculturali (Cemsi) che il vescovo di Mazara del Vallo, a sorpresa, non ha fondato con politici di sinistra ma col senatore del Pdl Antonio d’Alì. Poi c’è la querelle messa in campo qualche mese fa con il Roberto Maroni. Mogavero critica il ministro dell’Interno, reo di aver chiesto durezza e intransigenza nei confronti dei clandestini. I due duellano per qualche tempo a distanza, fino a quando Mogavero decide di invitare Maroni a Mazara per fargli fare un giro nel centro per gli immigrati della città. Maroni accetta e rimane talmente colpito da come il centro è strutturato, che più volte citerà Maraza come eccellenza a cui tutti devono riferirsi.

Mogavero è comunque voce ascoltata all’interno della Conferenza episcopale italiana. Non solo perché è stato per diverso tempo condirettore dell’ufficio nazionale per i problemi giuridici, ma anche perché ha un link diretto con monsignor Mariano Crociata, segretario della stessa Cei. Quando Mogavero arrivò a Mazara, infatti, Crociata era vicario. I due si stimano tanto che, quando la scorsa estate Mogavero criticò Silvio Berlusconi perché non dava risposte soddisfacenti in merito alle polemiche sulla sua vita privata, le uscite del presule non vennero tacitate. E addirittura, le sue posizioni Mogavero le espresse pure in un’intervista al Fatto: “Non si può invocare il consenso popolare – disse – per fondare la propria impunità”.

Infine il “caso Boffo”. Anche qui, Mogavero mostra coraggio. A inizio settembre chiede le dimissioni del direttore di Avvenire. Poi, durante l’assemblea generale dei vescovi ad Assisi, chiede davanti a tutti che il nome del successore di Dino Boffo venga discusso assieme. Infine, quando sale il sospetto che le accuse contro Boffo siano nate dall’interno stesso della chiesa (e da qui avvalorate) si dichiara “sconcertato”. “Siamo di fronte – dice – a un gesto immorale, un peccato”.

Pubblicato sul Foglio martedì 9 marzo 2010

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Una Repubblica formato Osservatore

Circa due settimane fa Repubblica, per la penna del vaticanista Orazio La Rocca, aveva attaccato pesantemente (carte alla mano) il Vaticano per il fatto di aver nascosto al Papa gli articoli di giornale più compromettenti del “caso Boffo-puntata di gennaio/febbraio” (leggi qui: “Così la Segreteria di Stato vaticana ha nascosto il caso Boffo al Papa“).

E oggi, per il Vaticano, è l’Osservatore Romano a rispondere in modo soprendente, ovvero andando direttamente a elogiare un articolo dell’altro vaticanista, Marco Ansaldo, dedicato a Pio XII (leggi qui: Pio XII difeso dagli archivi“).

Quella dell’Osservatore è una mossa a sorpresa. Mai prima d’ora il giornale del Papa aveva elogiato il quotidiano del fondatore Eugenio Scalfari. Ma, evidentente, fino a questo occorreva arrivare.

Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 8 marzo 2010

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La dura selezione di quegli uomini in frac che stazionano a San Damaso

Quando si parla di gentiluomini di Sua Santità c’è anche chi, come il decano vaticanista Luigi Accattoli, la mette sul ridere e usando un linguaggio artatamente datato dice: “Alle volte un giornalista, pur morigerato, non si trattiene e imprende a dare consigli e dimanda, come fosse cosa sua, perché il Papa teologo non si liberi delle anticaglie, frac sparati croci d’oro et similia. L’attuale congiuntura può aiutarlo. Paolo VI fece novanta, si attende un Papa che faccia cento”. Ma a ben vedere, non sarà Benedetto XVI a fare cento. Fu lui infatti, il 7 gennaio 2006, a ricevere in udienza i suoi gentiluomini e a dire loro: “Cari gentiluomini, la barca di Pietro, per poter procedere sicura, ha bisogno di tante nascoste mansioni, che insieme ad altre più appariscenti contribuiscono al regolare svolgimento della navigazione”. Tra queste, era sottinteso, le mansioni di quegli strani personaggi, i gentiluomini di Sua Santità – oltre cento oggi – che in sostanza altro non fanno se non, a turno, accogliere gli ospiti prima che il Papa si palesi nella stanza delle udienze.

Gentiluomini del Papa si diventa, non si nasce. Non occorre essere di sangue blu né appartenere a qualche circolo particolare. Gentiluomini si diventa, recita l’annuario pontificio, “con Biglietto – con la B maiuscola, ndr – della segreteria di stato vaticana”. Chi ne è degno? (Perché di “dignità” si tratta). Ne sono degne “persone che si distinguono per prestigio personale e che hanno acquisito particolari benemerenze verso la Santa Sede”. E’, quindi, per doti personali, per azioni svolte (almeno sulla carta) indipendentemente dal proprio ceto o classe d’appartenenza, che si diviene gentiluomini: un incarico ambito perché è il sigillo, nero su bianco, di un legame del tutto particolare che si viene ad avere direttamente con il Papa. Non a caso è della “famiglia pontificia”, della famiglia del pontefice, che si entra a far parte.

Servono due cose, dunque: il prestigio e le benemerenze personali. Non è difficile dire di che cosa si tratta. Da una parte di servizi resi, magari per anni, alle dipendenze della Santa Sede o in collaborazione con essa. E’ il caso, ad esempio, dell’ultimo gentiluomo nominato da Giovanni Paolo II prima di morire: lo spagnolo Justo Carlos Abella y Ramallo, per diverso tempo ambasciatore di Madrid in Vaticano. Oppure di uno degli ultimi gentiluomini creati da Benedetto XVI: l’ex direttore dell’Osservatore Romano, il professor Mario Agnes. Dall’altra si tratta di una particolare amicizia che negli anni si crea con un cardinale importante, o anche direttamente con il Papa. Un’amicizia che porta la segreteria di stato a iscrivere, spesso su suggerimento di un vescovo o di un cardinale, questa o quella personalità nell’elenco dei gentiluomini. E’ il caso del sottosegretario Gianni Letta. Di Francesco Alfonso, già consigliere capo della segreteria del presidente Carlo Azeglio Ciampi. Di Francesco La Motta, prefetto, già direttore centrale del fondo edifici di culto del ministero dell’Interno. E anche, ovviamente, di Angelo Balducci, iscritto nell’elenco dall’8 dicembre 1995.

Una volta che si diviene gentiluomini di Sua Santità si entra nella famiglia pontificia, la “nostra antica e benemerita corte”, come l’aveva definita Paolo VI nel motu proprio “Pontificalis domus” del 1968. Un gruppo eterogeneo formato da due rami: uno ecclesiastico, l’altro laico. Del ramo ecclesiastico fanno parte, tra gli altri, l’elemosiniere di Sua Santità, il teologo della casa pontificia, prelati d’onore e cappellani. Nel ramo laico ci sono il comandante della guardia svizzera pontificia, personale con svariati incarichi e poi loro, i gentiluomini. Quale il loro compito? Lo sancì Paolo VI: svolgono all’interno della famiglia pontificia mansioni di “particolare responsabilità e di qualificata rappresentanza al servizio del Sommo Pontefice”. Principalmente, come detto, il compito dell’accoglienza di coloro che vengono ricevuti in udienza dal Papa. Un compito che non decade in caso di sede vacante. Perché, in sostanza, almeno che non vi siano gravi motivi, la nomina è a vita. (Si ricorda un caso eclatante di cancellazione dall’elenco dei gentiluomini del Papa: Umberto Ortolani, sodale di Licio Gelli nelle P2, venne insignito del titolo nel 1963. Fu depennato dall’elenco nel 1983. Il Vaticano non fece nessuna comunicazione ufficiale, semplicemente il suo nome sparì dall’annuario pontificio a partire da quell’anno).

A guardarli, i gentiluomini, quando in fila aspettano nel cortile di San Damaso l’arrivo in Vaticano di un qualche importante capo di stato, questo esprimono: dignità. Col loro frac nero, le medaglie, doppio petto e cravatta a fiocco, salutano uno alla volta questo o quell’ospite illustre. Il loro è un servizio non difficile, ma delicato. Recita in proposito l’annuario pontificio: “Vestiti con il caratteristico frac nero ornato dal collare d’oro – segno di particolare dignità – i gentiluomini di Sua Santità dipendono dalla Prefettura della casa pontificia che ne predispone i servizi. Si fanno notare soprattutto in circostanze particolarmente solenni: le celebrazioni liturgiche pontificie, le visite di stato e i ricevimenti di personalità di riguardo, le presentazioni di credenziali da parte degli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, le cerimonie civili e le udienze papali. A loro compete essenzialmente l’accoglienza degli ospiti e il loro accompagnamento ai posti riservati. In alcune occasioni hanno anche l’incarico di rilevare presidenti e diplomatici alle loro residenze romane e guidarli fino all’appartamento pontificio per poi accompagnarli di nuovo alle loro sedi”.

E’ vero, Paolo VI nel 1970 mise in campo un’azione di snellimento della curia romana che fece scomparire alcune tradizionali figure: gli assistenti al soglio che affollavano l’altare e il trono del Papa, il patriziato romano, i corpi armati e i dignitari della corte pontificia che partecipavano alle liturgie senza alcun compito. Furono rinnovate e semplificate le sacre vesti e le suppellettili, rivisti il canto e la musica. Ma è difficile ipotizzare che Benedetto XVI voglia seguirlo su questa strada. La curia romana, oggi, ha altri problemi.

Pubblicato sul Foglio sabato 6 marzo 2010

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Meditazioni per il Papa: l’”apostolo abbandonato” di Dal Covolo (testo integrale)

Settimana scorsa Enrico Dal Covolo, salesiano, docente di Letteratura cristiana antica, ha tenuto gli esercizi di quaresima per il Papa e la curia romana. Nella decima meditazione ha presentato la figura del Curato di campagna di George Bernanos. Palazzoapostolico.it la pubblica integralmente. C’era molta attesa attorno ai testi che Dal Covolo avrebbe presentato. E, a leggere questa meditazione, devo dire che il sacerdote salesiano non ha tradito le attese ed è stato all’altezza.

di Enrico Dal Covolo
Decima meditazione
Terzo “medaglione sacerdotale”:
il Curato di campagna di Georges Bernanos

1. A conclusione di questa “giornata penitenziale”, ho scelto un “medaglione” piuttosto singolare.
In verità, il sacerdote di cui intendo parlare non è mai esistito nella storia della Chiesa. Mi riferisco infatti al protagonista del celebre romanzo, che Georges Bernanos ha pubblicato nel 1936, il Journal d’un curé de campagne.
Come è noto, il Diario ha avuto una fortuna enorme. Fu tradotto in varie lingue, e numerose ne furono le trascrizioni (o meglio le “riscrizioni”) teatrali e cinematografiche.
Se oggi ne parliamo, al termine di questa giornata penitenziale, è perché nella figura dolente del curato di campagna troviamo enfatizzati in maniera tragica – eppure sommamente istruttiva – i dubbi, le tentazioni e le resistenze, che accompagnano la vocazione sacerdotale.
In modo speciale, mi propongo di illustrare il tema teologico della solitudine dell’apostolo, trascorrendo attraverso tre personaggi: Gesù Cristo, Paolo di Tarso e il curato di Ambricourt, al quale Bernanos non ha “osato” dare un nome.
In realtà la solitudine di Gesù e quella di Paolo le evocheremo appena, in forma di introduzione. Resta il fatto che esse rappresentano il punto di riferimento fondamentale per lo sviluppo della nostra meditazione.

E che dire della solitudine del sacerdote, oggi?
A questo riguardo, mi preme ripetere quello che afferma il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri: la solitudine del sacerdote, “lungi da intendersi come isolamento psicologico, può essere del tutto normale, e conseguente alla sincera sequela evangelica, e costituire una dimensione preziosa della sua vita” (n. 97).
Proprio a questo tipo di solitudine il prete va educato: ed è il motivo per cui ne parliamo adesso.

2. Gesù Cristo e Paolo di Tarso
Il tema della solitudine di Gesù – che scorre “carsicamente” lungo i quattro Vangeli – raggiunge il suo acme nel racconto della Passione, soprattutto nel Vangelo più antico e più breve, quello di Marco.
Sono due le scene che ci interessano in modo speciale, quella del Getsemani (14,32-42) e quella della morte in croce (15,33-39). In tutt’e due le scene Gesù è tragicamente solo, fino al suo ultimo grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Marco 15,34).
Eppure – nella più profonda afflizione dello spirito e nel silenzio “scandaloso” del Padre – Gesù continua a esprimere la certezza di essere Figlio, mentre il Padre rivela, misteriosamente, il suo volto paterno.
“Abbà, Padre mio!…”: così, con il più tenero affetto, si rivolge a lui Gesù, proprio nel momento supremo della sua solitudine (Marco 14,36).

Che cosa vuol dire tutto questo per noi?
Significa che l’apostolo non raggiunge il vero volto di Dio senza passare attraverso l’agonia del proprio intimo. La notte dolorosa dello spirito e la spoliazione radicale di sé sono tappe obbligate nell’itinerario della missione. Non per caso il termine greco apóstolos significa, senza dubbio, “inviato”, “missionario”; ma anche “congedato”, “mandato via”: in un certo senso, “abbandonato”.
Nell’agonia del Getsemani, come sulla croce del Golgota, Gesù racconta al Padre la propria intima lacerazione, come sempre fanno i grandi uomini di Dio.
E nel silenzio sconcertante di quel Dio, si staglia nel cuore dell’Apostolo il volto del Padre.

Anche nell’Epistolario paolino la solitudine dell’apostolo è sottolineata molte volte.
Ma questo tema diventa più esplicito nella confessione amara di Paolo durante la sua prima prigionia a Roma, intorno all’anno 63: “Tutti mi hanno abbandonato…”, scrive Paolo a Timoteo (2 Timoteo 4,16), uno dei principali episcopi della seconda generazione cristiana.
A prescindere dai problemi di autenticità di queste “Lettere pastorali”, la vicenda di Paolo rispecchia esattamente l’imago Christi. Il verbo usato nella seconda Lettera a Timoteo (enkataléipo) è lo stesso impiegato da Gesù in croce, almeno nella traduzione greca che ne dà Marco: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato (eis tí enkatélipés me)?” (Marco 15,34).
In effetti, si tratta in tutti e due i casi del Servo sofferente, dell’apostolo che dona la propria vita, nonostante l’abbandono dei suoi. “Quanto a me”, Paolo lo aveva appena scritto, “il mio sangue sta per essere sparso in libagione, ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa…” (2 Timoteo 4,6-7).

Quello dell’apostolo è un donarsi ostinato. Abbandonato e tradito da…, egli muore per…
Quella dell’apostolo è una solidarietà universale, nonostante l’incomprensione e il rifiuto dei suoi. Il vino della cena deve essere bevuto, il medesimo pane deve essere mangiato, lungo i secoli. Perché, alla fine, quello che vince è l’amore: l’amore di Gesù, che supera perfino l’abbandono e il tradimento dei discepoli.

3. Il curato di Ambricourt
E’ stato osservato che tutto il cammino del curato di Ambricourt ripercorre una “imitazione di Cristo”, spesso particolarmente evidente, altre volte più nascosta e simbolica, ma che in ogni caso va considerata come la “struttura profonda” delle confessioni del curato.
Gesù Cristo è per lui il modello di vita, ma anche un compagno, il solo Amico con il quale parlare a cuore aperto, a cui confidare anche le righe cancellate del diario, le pieghe più scabrose del proprio intimo segreto…
Di fatto, il curato sperimenta Gesù come un meraviglioso Amico vivente, che soffre delle nostre pene, si commuove delle nostre gioie, che condividerà la nostra agonia, che ci accoglierà nelle sue braccia, sopra il suo cuore.

Se il cammino umano di Gesù è un cammino che culmina nella croce, quello del curato è segnato dal medesimo silenzio e dalla stessa notte.
Questo silenzio tenebroso, drammatico, è uno dei temi preferiti di Bernanos.
E’ il tema del silenzio di Dio. “Ho scritto questo”, confessa ad esempio il curato, in fondo a una pagina del suo diario: le righe sono cancellate parecchie volte, ma ancora decifrabili, annota Bernanos; “ho scritto questo in una profonda e completa angoscia di cuore e di sensi. Tumulto di idee, immagini, parole. L’anima tace. Dio tace. Silenzio” (mi riferisco alla traduzione italiana più recente, edita negli Oscar Mondadori, Cles [TN] 2009: p. 105).
E’ la notte dell’agonia, la notte spaventosa; l’esperienza del vuoto, dell’angoscia del curato di Ambricourt, “apostolo abbandonato”.
Egli sperimenta drammaticamente il silenzio di Dio, ma insieme – come Gesù nel Getsemani – percepisce la sua presenza, in una maniera misteriosissima e mai provata prima.
Superata questa prova, la notte spaventosa si apre alla luce divina. Il curato assume tutti i limiti della sua umanità, compresa la diagnosi del cancro che ha ormai divorato il suo organismo, e accetta una “morte piccola”, a sua misura.
Il paesaggio, strettamente in simbiosi con il cammino interiore del protagonista – il paesaggio piovoso e scuro, il paesaggio inzuppato di pioggia e di nebbia –, si schiarisce teneramente nei colori di un’alba in cui il curato, sul letto di morte, confessa il “tutto è grazia” di santa Teresa di Lisieux.

Anche qui, come abbiamo già fatto con il racconto della passione secondo Marco, propongo di osservare soprattutto due scene.
La prima scena si riferisce al singolare incontro del curato con Serafita, una delle bambine del catechismo parrocchiale, nella quale lo spirito dell’infanzia si alterna con la malizia del mondo.
Il curato rinviene faticosamente, nel buio della notte, al bordo di un campo bagnato dalla pioggia. Ha avuto una terribile emorragia.
“Ha vomitato”, gli spiega Serafita che l’ha scoperto per caso, mentre pascolava le mucche. “E’ sporco in faccia come se avesse mangiato le more”. E “senza smettere di parlare”, scrive il curato, la ragazzina mi passava uno straccio bagnato “sulla fronte, le guance. L’acqua fresca mi faceva bene, mi sono alzato, ma tremavo ancora forte. Finalmente il tremore è cessato. La mia piccola Samaritana sollevava la lanterna all’altezza del mio mento: per meglio giudicare la sua opera, immagino…” (p. 178).
Chi non legge, nella filigrana di questo racconto, un’immagine tanto cara alla tradizione cristiana, l’immagine della Veronica, che deterge il volto insanguinato e sofferente di Gesù?
Siamo nel cuore della via crucis – quella di Gesù, come quella del curato di Ambricourt –. L’imitatio Christi è palese. La solitudine scandalosa del condannato a morte è consolata dal gesto misericordioso di una donna. Intanto, il cammino della croce continua.

La seconda scena che propongo è quella conclusiva. Narra l’agonia e la morte del curato, un po’ a immagine dell’agonia di Gesù.
Siamo nell’ultima pagina del romanzo, scritta “fuori testo”.
Il diario è ormai finito, e chi scrive è un ex-prete. Nella sua casa, a Lilla, il curato di Ambricourt si è rifugiato per trascorrere la notte, dopo aver appreso la propria condanna a morte: un medico morfinomane gli ha appena svelato, brutalmente, lo stadio irreversibile del suo tumore. “Verso le quattro”, annota l’ex-prete, “non riuscendo a prendere sonno, sono andato in punta di piedi alla porta della sua camera e ho trovato il mio povero compagno riverso per terra, privo di sensi… Mentre aspettavo il medico, il nostro povero amico ha ripreso conoscenza. Ma non parlava. Aveva i goccioloni di sudore in fronte, sulle guance, e il suo sguardo, che si intravedeva appena tra le palpebre socchiuse, sembrava esprimere una grande angoscia… Dato che il prete non arrivava, ho creduto di dover dire al mio sfortunato compagno quanto mi rincrescesse quel ritardo, che rischiava di privarlo delle consolazioni riservate dalla Chiesa ai moribondi. Non sembrava avermi udito. Ma poco dopo ha posato la mano sulla mia, mentre con lo sguardo mi faceva chiaramente intendere di avvicinare l’orecchio alla sua bocca. Allora ha pronunciato in modo distinto, benché molto lentamente, queste parole, che sono certo di riferire con esattezza: ‘Che cosa importa? Tutto è grazia’.
Penso che sia morto di lì a pochi istanti” (p. 240).

Come è noto, sono queste le parole che chiudono il romanzo. Una conclusione di grande effetto, senza dubbio. Una conclusione che riporta al centro i due grandi temi che qui interessano: la solitudine dell’apostolo e l’imitazione di Cristo.

Attraverso una serie “imperdonabile” di insuccessi umani (la gente rimane diffidente, i bambini del catechismo si prendono gioco di lui, il suo nutrirsi solo di pane e vino lo fa ritenere un alcoolizzato, il conte del castello lo disprezza e sua figlia lo odia, la gestione economica della parrocchia e della casa parrocchiale è disastrosa, il “piano pastorale” non riesce a decollare…), il “piccolo” curato giunge alla totale spoliazione di sé, che gli consente una trasparenza assoluta nell’esercizio della sua missione.
Riesce addirittura a liberare la contessa dalla disperazione, in cui l’ha rinchiusa la morte del figlio: un autentico miracolo.
La solitudine dell’agonia e la radicale spoliazione dell’apostolo – sia egli Gesù di Nazaret o Paolo di Tarso, oppure il curato di Ambricourt – sono in definitiva la via paradossale della vittoria dell’amore sopra la morte.
E davvero, in questa prospettiva, che cosa importa ancora? “Tutto è grazia!”.

4. Conclusione: Hans Urs von Balthasar
Chi ha trattato con maggiore profondità e ampiezza il tema teologico della solitudine dell’apostolo, con specifico riferimento all’opera letteraria di Georges Bernanos, è uno dei più grandi teologi del secolo ventesimo.
Alludo manifestamente a Hans Urs von Balthasar, e alla sua poderosa monografia, intitolata Il cristiano Bernanos, pubblicata in lingua tedesca nel 1954.
Non trovo di meglio – per concludere questa meditazione, e anche questa giornata penitenziale dei nostri Esercizi – non trovo di meglio che postillare un paio di passaggi del quinto capitolo, nella seconda parte del libro, là dove von Balthasar descrive l’agonia finale dell’apostolo come “centro stesso della vita”.
“Il Vangelo”, commenta il teologo svizzero, tenendo sempre sullo sfondo l’agonia del Getsemani, “ha insegnato a Bernanos che la povertà dello spirito, la spoliazione radicale e la debolezza… fanno un tutt’uno con la beatitudine, quella delle braccia spalancate” (mi riferisco alla traduzione francese di M. de Gandillac, Le chrétien Bernanos, Seuil, Paris 1956, pp. 431-433).
Ritornano così – significativamente intrecciati fra loro, e sempre nella contemplazione di Cristo – i grandi temi della passione e della croce, dell’angoscioso silenzio di Dio, dell’abbandono e della solitudine dell’apostolo.
In questa stessa agonia si colloca la comunione dei santi, uno dei temi centrali della teologia balthasariana.
“Affinché si realizzi la comunione dei santi”, spiega infatti von Balthasar, “bisogna che ogni membro del corpo mistico doni il suo essere totale – e radicalmente spogliato –, perché divenga parte di un tutto; bisogna che egli si lasci colpire da quelle ferite, che sole permettono la circolazione del sangue attraverso il corpo intero. Ma dopo il Giardino degli Ulivi, questa ferita ha preso la forma dell’agonia, dell’essere che viene meno nell’angoscia. Il carattere gratuito dell’amore si manifesta nella sofferenza sotto forma di inutilità: ‘Mi sembra’, dice il curato di campagna, ‘che la mia vita, tutte le forze della mia vita, vadano a perdersi nella sabbia’. E finalmente, di fronte alla morte: ‘Piangevo con gli occhi spalancati, piangevo come ho visto piangere i moribondi: era ancora la vita che usciva da me’” (p. 470).

Siamo di fronte al mistero cruciale della “solitudine dell’innocente nel mondo del peccato”: quel mistero, per cui il parroco di Torcy – il confidente, o meglio il “direttore spirituale” del curato di campagna – giunge a parlare “della ‘solitudine sorprendente’ e della ‘tristezza verginale’ di Colei che ‘era l’innocenza’, la Madre di Dio, ‘nata senza peccato’…” (p. 474).

Ancora una volta, la solitudine dell’apostolo è consacrata come via di salvezza.

Pubblicato su palazzoapstolico.it venerdì 5 marzo 2010

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I’d help Jesus to burn down the Vatican

“Il mio interesse principale è liberare Dio, trarlo in salvo dalla religione” disse anni fa una delle protagoniste del rock al femminile a cavallo tra la fine degli anni 80 e il decennio successivo: Sinead O’ Connor.

Una vera e propria ossesione la sua: sganciare Cristo dalla chiesa, Dio dalla religione. Una tentazione attuale in questi giorni di scandali vaticani. Ma una tentazione sbagliata: non c’è Cristo senza chiesa.

L’ultima di Sinead O’ Connor è di ieri: “I’d help Jesus to burn down the Vatican“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 5 marzo 2010

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Da santo subito a beato tra un po’. Giallo nella canonizzazione di Wojtyla

Diventa un giallo il processo di beatificazione e canonizzazione di Karol Wojtyla. “Santo subito”, avevano chiesto parte dei fedeli riuniti in piazza San Pietro l’8 aprile del 2005 in occasione dei funerali di Giovanni Paolo II. Ma il processo che stando alle attese avrebbe dovuto essere brevissimo – già Benedetto XVI aveva anticipato l’inizio della causa senza aspettare che passassero i cinque anni canonici dalla morte – rischia ora di subire ritardi. Tutto ciò nonostante un mese fa il postulatore della causa, monsignor Slawomir Oder, avesse dato alle stampe un libro che anche nel titolo aveva la pretesa della definitività: “Perché è santo. Il vero Giovanni Paolo II raccontato dal postulatore della causa di beatificazione”. Un libro, secondo alcuni, uscito troppo in anticipo.

Questa la situazione. La Congregazione per le cause dei santi sta valutando la veridicità del miracolo – è indispensabile per procedere alla beatificazione – che sarebbe avvenuto per intercessione di Wojtyla. La valutazione è stata affidata a sette medici qualificati. Chiamati a dare un parere sul caso della suora francese, Marie Simon-Pierre, che sarebbe guarita dal Parkinson per intercessione del predecessore di Ratzinger, sembra non siano riusciti a giungere a un parere unanime. Uno di questi medici, infatti, non è convinto del fatto che suor Marie fosse stata davvero affetta da Parkinson. Per questo motivo è stata chiesta a due dei sette una relazione sullo stato dell’arte in modo che quando fra qualche settimana i medici si riuniranno per esprimere un parere definitivo tutte le perplessità siano nero su bianco. Certo, la beatificazione non dovrebbe essere messa in discussione. Ma che questa avvenga nel 2010 è cosa improbabile.

Uno dei più importanti quotidiani cattolici polacchi, Rzeczpospolita, ha sentito nelle scorse ore il professor Grzegorz Opala, neurologo dell’Università medica della Slesia, il quale in merito alla malattia di suor Marie ha detto: “Ci sono malattie che presentano gli stessi sintomi del morbo di Parkinson, ma che sono diverse da questo. Nei casi di quei parkinsonismi sorti dopo un trauma, un’intossicazione o dopo aver assunto dei medicinali, i sintomi spariscono se si sospende, ad esempio, il trattamento cui è stato sottoposto il malato. Il Parkinson, invece, non è curabile”. Secondo il professor Opala, comunque, è inverosimile che le équipe mediche che hanno esaminato la guarigione della suora non abbiano preso in considerazione questa possibilità.

Suor Marie aveva raccontato d’essere guarita dal Parkinson il 2 giugno del 2005, poco dopo la morte di Giovanni Paolo II: “Avevo il Parkinson, ho pregato Giovanni Paolo II e la malattia è sparita”, disse la suora. Il morbo di Parkinson, che aveva intaccato principalmente la parte sinistra del corpo, le era stato diagnosticato nel 2001. Si era aggravata nel 2004, e ancor più il giorno della morte di Giovanni Paolo II, il 2 aprile 2005. Il 13 maggio le suore Piccole sorelle della maternità, la comunità nei pressi di Aix-en-Provence della quale la suora fa parte, avevano iniziato a pregare per la guarigione di Marie. All’improvviso, il 2 giugno, i sintomi della malattia scomparvero. La guarigione miracolosa, inspiegabile dal punto di vista scientifico, venne confermata nel processo diocesano.

A dispetto di quanto scrive Rzeczpospolita non è in discussione, all’interno della Congregazione per le cause dei santi, l’ipotesi di valutare un altro miracolo per arrivare alla beatificazione. Ce ne sono 271 – molti “non italiani” – sui quali sono state raccolte documentazioni ma ancora non sono stati valutati. Prima di procedere in tal senso, infatti, si attende un parere definitivo sul miracolo di suor Marie da parte dei quattro medici convocati.

Sentito dal Foglio, il cardinale José Saraiva Martins dice che più che parlare di “rallentamento” nel processo di beatificazione di Wojtyla, occorre parlare di “iter normale”. “Avviene sempre così. Il miracolo è sempre presunto. E prima che la consulta dei medici si esprima rimane tale. Nel caso di Wojtyla ancora un parere definitivo da parte dei medici non c’è. E finché non c’è un parere definitivo non si può passare alle valutazioni dei teologi. Spetta infatti ai teologi dire se c’è un processo di causa-effetto tra il miracolo avvenuto e l’intercessione di Wojtyla”.

Pubblicato sul Foglio venerdì 5 marzo 2010

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